Proposta educativa – 2/2012
Essere laboriosi ed economi. Detto con altre parole: fare fino in fondo la propria parte usando bene le risorse che si hanno a disposizione. L’idea è questa: ciò che noi siamo, ciò che noi abbiamo, tutto ciò ci è dato “in dono” e ci è dato “in prestito”.
Certo, di fronte alla crisi economica e finanziaria globale ognuno di noi matura facilmente la convinzione di non avere proprio nulla da fare né da sprecare. Di essere condannati a rimanere spettatori impotenti, nella speranza di restare a galla fino a che, chissà, le cose andranno meglio.
Ma è davvero così? Non c’è veramente niente che il singolo o il piccolo gruppo possano fare per uscire dall’empasse?

Molti dicono che la crisi che viviamo non è solo economica. È antropologica. Cioè è legata all’immagine di umanità che ci viene proposta oppure imposta. Al modo di intendere le relazioni, agli obiettivi che ci si pone. Alla visione del mondo e del ruolo che tutti, uomini e donne, sono chiamati ad avere gli uni in relazione agli altri.
Direi che ci sono due possibili prospettive che conducono su strade diverse. La prima è quella di chi dice a se stesso: la mia meta è “stare bene”. la seconda è quella di chi vive nell’ottica di “fare il Bene”. Fare il Bene, potremmo aggiungere, affinché tutti possano “stare bene”. Non è questo, in definitiva, il senso dell’espressione “lasciare il mondo un po’ migliore”?
C’entra questo con l’economia? E con la crisi?
L’economia non riguarda forse gli scambi materiali tra le persone, la produzione e l’amministrazione dei beni necessari alla vita del singolo e della comunità? A monte di tutto ciò ci sono le relazioni (solo commerciali?) tra le persone. La qualità delle relazioni è fondamentale. Per questo non si tratta, nella crisi, solo di denaro o di quantità. Se tutto ciò che conta fosse da misurare in termini di moneta, che senso avrebbero le relazioni familiari, l’amicizia, le ore spese da milioni di persone ad esempio nel volontariato?
Una dimensione che differenzia le due prospettive (“stare bene”, “fare il Bene”) è quella della gratuità, un’idea che solo a fatica riusciamo a mettere in rapporto con l’economia. Stefano Zamagni però, che è un economista, ci dice che “la sfida che il volontariato oggi pone è quella di battersi per restituire il principio del dono alla sfera pubblica, di pensare cioè la gratuità, e dunque la fraternità, come cifra della condizione umana e quindi di vedere nell’esercizio del dono il presupposto indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune. Senza pratiche estese di dono si potrà anche avere un mercato efficiente ed uno Stato autorevole (e perfino giusto), ma di certo le persone non saranno aiutate a realizzare la gioia di vivere. Perché efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano ad assicurare la felicità delle persone”.
Cioè non si può “stare bene”, in buona sostanza, senza avere il Bene (di tutti e di ciascuno) come prospettiva radicale ed ultima delle proprie scelte.