Obbedienza, in che senso?

Proposta educativa – 4/2011

“Sanno obbedire”. Sì, ma a chi, a che cosa? E in nome di chi e di che cosa? “Obbedienza” è un vocabolo che suona male. Il bambino obbedisce a mamma e papà, d’accordo. Fin qui nulla da dire, ci mancherebbe. Però man mano che si cresce, che senso può avere “obbedire”, così, senza ulteriori specificazioni? Non diciamo forse di volerci educare (autoeducare) ad essere uomini/donne liberi? E la libertà non fa a pugni con l’obbedienza cieca? Quali sarebbero poi gli ordini cui dover sottostare, chi ce li dà e a che titolo?

Vediamo di chiarire un po’ i termini. Nelle parole di BP l’“obbedienza” è spesso associata alla “disciplina”: “Se non avete una vera disciplina, come scout non valete proprio niente”, scrive. Ma egli distingue “due forme di disciplina: una è l’espressione di lealtà attraverso l’azione, l’altra la sottomissione agli ordini per paura della punizione”. Per chiarire ulteriormente: “L’addestramento e la disciplina militare sono esattamente l’opposto di quello che insegniamo nel Movimento scout. Essi tendono a produrre macchine invece di individui, a sostituire una vernice di obbedienza alla forza di carattere”. Fin qui i sacri testi (cfr. Taccuino).

Potremmo affermare che parlando di “obbedienza” ci si riferisce in primo luogo al rispetto dei ruoli e delle responsabilità. Laddove chi esercita una qualche forma di “potere”, lo fa nello stile del servizio. Diciamo pure che le cose funzionano bene quando, orientandosi ad un obiettivo comune, ognuno fa la sua parte.

Un altro aspetto dell’obbedienza è quella “responsabilità” che, nel cammino comune di crescita, nell’essere pienamente cittadini, diventa “corresponsabilità”. Essere responsabili significa appunto sapere di dover “rispondere” a qualcuno o a qualcosa. Il capo per primo “obbedisce” al ragazzo, nel senso che è responsabile in primo luogo del suo bene. Il ragazzo obbedisce al capo perché vede in lui una persona responsabile, orientata al bene. Se così non fosse, farebbe meglio a non “obbedire”. Se l’obbedienza non è “responsabile” essa, insegna don Milani, diventa “la più subdola delle tentazioni”. 

Oggi più che mai l’obbedienza va coniugata con la libertà. Libertà che non significa semplicemente fare “ciò che piace”, “ciò che si vuole”, “ciò che ci si sente di fare”, ma operare scelte, piccole o grandi, in modo consapevole e, appunto, responsabile. Obbedienza fa rima con “coerenza”. Vuol dire avere la coscienza e il carattere di non venir meno ai propri impegni. Di mantener fede ai propri ideali. Di seguire un progetto fino in fondo. In altri termini di essere “fedeli”. Non solo alle cose e alle idee, ma anche alle persone. A quelle che ci sono affidate, a quelle cui siamo affidati.

Ecco dunque: se si tratta di fedeltà, corresponsabilità, adesione ai propri ideali e scelte, coerenza e rispetto dei ruoli, anche l’obbedienza può tornare ad essere una virtù.

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