Il solco della storia e i fili riannodati

Alto Adige – 11.10.2011

Gli studiosi del linguaggio concordano nell’idea che la parola “religione” (dal latino “religio”) significa “qualcosa che lega”. In senso negativo ciò può fare riferimento ad una sorta di cappa ideologica o psicologica che serve per tener buono e unito il “popolo” (religione “oppio del popolo”). In una lettura più articolata la religione ha la funzione di affermare e di svelare il legame che esiste tra le cose. Un “legame” che è da “rileggere” e da “raccogliere”, per aggiungere altri significati ad una parola multiforme.

Chi ha assistito domenica scorsa alla lunga cerimonia di ordinazione del vescovo Ivo Muser, al di là delle forme e delle apparenze, è questo che ha potuto respirare: una sorta di legame tra ciò che stava accedendo, tra le persone coinvolte, tra territori ed eventi, tra le piccole storie personali, la grande Storia e quella che i cristiani definiscono la “storia della salvezza”.

Viviamo in un’epoca che consuma ogni cosa. Tutto è pensato per finire presto. E ciò che è consumato finisce in discarica. In un simile contesto sociale, economico e relazionale la memoria non c’entra più nulla. O è finita anch’essa tra le altre cose nella spazzatura, oppure è malata, addomesticata in chiave pubblicitaria.

Di fronte a questa realtà un rito come quello di Bressanone può sembrare fuori dalla storia. In realtà esso è più aderente al tempo di tanti altri effimeri eventi. Non solo al momento che viviamo, ma al tempo che continua. In qualche modo è persino un baluardo contro la deriva della storia e della memoria.

I due vescovi che hanno preso la parola, mons. Bressan di Trento e mons. Muser di Bolzano-Bressanone non hanno detto nulla di rivoluzionario. Ma hanno dato ai loro discorsi un’impostazione che è di per sé “sovversiva” rispetto ad una concezione della realtà per la quale esistono solo l’individuo e l’attimo presente. Essi non hanno fatto generico riferimento alle Scritture o alle parole dei primi cristiani. I riferimenti erano lontani nel tempo ma legati al territorio. Bressan ha citato le parole di Ambrogio a Vigilio. Perché la chiesa di Trento e, chissà, pure quella di Sabiona sono un’eredità anche di Vigilio. Ha evocato i rapporti tra i vescovi Agnello e Ingenuino, alla fine del VI secolo, quando essi vollero intercedere insieme presso i franchi a favore dei prigionieri longobardi. Come dire: la nostra collaborazione ha radici lontane. Gli ha fatto eco Muser, nel ricordare che “nel 1964 la diocesi di Trento con un gesto di grande generosità ci ha donato una parte notevole del suo territorio dandoci la possibilità di realizzare la nuova diocesi di Bolzano–Bressanone”.

Il messaggio che ne emerge è che la storia ha un senso, soprattutto se letta alla luce di questi rapporti. Eventi lontani, ma anche persone vicine nel tempo e nello spazio. Non è un caso che mons. Muser abbia scelto per la sua consacrazione i vescovi di Trento, di Innsbruck e mons. Golser, il suo predecessore (rimasto però in disparte a causa dell’impossibilità di muoversi). È stato per dire che tra questi territori esistono dei legami inscindibili. Allo stesso modo è stato significativo che egli abbia usato per la cerimonia i paramenti appartenuti a Wilhelm Egger e la mitra con cui era stato consacrato vescovo Karl Golser. È stato un voler dire: ne raccolgo l’eredità perché mi riconosco parte di quella stessa storia. Quella di Gargitter che riorganizza la diocesi, quella di Egger che raccoglie la comunità attorno al motto “syn” (insieme), quella di Golser che si siede con trasparenza e competenza al tavolo del mondo contemporaneo.

Porre la relazione al centro della propria azione pastorale è un atto lungimirante. “Legare”, si diceva. O meglio: essere consapevoli dei legami che esistono tra cose, persone, territori, eventi. È la premessa indispensabile per riuscire a dare una prospettiva alle proprie scelte, alle parole e alle azioni. Anche se non appariscente, è un contributo da cogliere, uno stimolo a guardare alle “cose altoatesine” con il giusto grado di coinvolgimento. Tutto può assumere un altro significato. E anche ciò che appare come “problema” può essere visto come “risorsa”, come un qualcosa su cui scommettere, su cui investire con la fiducia di chi ha riacquisito, almeno un poco, la capacità di guardare al futuro.

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