Caro vescovo…

Alto Adige – 7.10.2011

Le attese di fronte ai primi passi di un nuovo vescovo sono sempre molte. C’è chi sta semplicemente a guardare, con semplice curiosità, così come si guarda un film, oppure già pronto al giudizio. C’è chi pone domande, consapevole del fatto che non tutto va bene, così come è. Nella società e nella chiesa. C’è chi cerca un’indicazione autorevole, una testimonianza forte. C’è chi è pronto a fare la sua parte. Tutte queste voci, spesso silenziose oppure confuse nel chiasso quotidiano della comunicazione globale, vanno fatte emergere e raccolte.

Compito di un vescovo, come suggerisce in parte l’etimologia della parola (episkopos), è di guardare. Nel senso di saper vedere le cose. Saper ascoltare. Mons. Muser ha già dichiarato di volersi mettere in ascolto della realtà altoatesina prima di passare alla fase operativa e di formulare un programma. Si è detto aperto al dialogo anche su temi controversi, sui quali è necessario confrontarsi senza paura. Certamente è un buon inizio. È un messaggio incoraggiante, perché mette in primo piano le relazioni tra le persone. Non la chiesa come una struttura gerarchica, un’istituzione in rapporto di potere con altre istituzioni, ma una comunità in cui ognuno ha qualcosa da dire, pur nella diversità dei ruoli. Una comunità all’interno della quale i problemi si riconoscono e si affrontano insieme. Una chiesa vissuta veramente come comunità è in sé una testimonianza efficace per una realtà come la nostra, dove l’interesse del singolo, del partito, del gruppo sembra dover avere inesorabilmente la meglio sul bene comune.

Questa terra così ricca di storia chiede ad un vescovo (ma a tutta la chiesa locale) di sapersi mettere in ascolto anche in una prospettiva storica. Siamo custodi di molte eredità. Le domande che oggi si pongono le persone di questo inizio millennio, soprattutto i giovani, se le sono poste le generazioni che ci hanno preceduto. Ad esempio i vescovi che si sono succeduti nell’ultimo mezzo secolo. Da Joseph Gargitter a Wilhelm Egger a Karl Golser, tutti hanno ritenuto loro vocazione fondamentale quella di dare unità ad una popolazione frammentata, a volte (forzatamente) divisa. Hanno agito ognuno mettendo a frutto i propri carismi. Se oggi l’Alto Adige è una terra pacificata (malgrado le sempre presenti tensioni in senso opposto) è stato anche grazie alla loro determinazione, alla loro fiducia nel futuro, alla trasparenza e alla coerenza delle loro visioni. Ma pure loro, va detto, sono stati figli di questa terra, con tutte le sue contraddizioni. Se hanno potuto agire nel senso che tutti oggi apprezziamo è perché attorno a loro esistevano ed esistono realtà positive ed attente.

Ma… non solo Alto Adige. Il fatto che al rito di consacrazione di domenica siano presenti i vescovi di Trento e di Innsbruck è un altro messaggio di valore. Vuol dire che i confini ci sono per essere superati. Di più: che solo superando i confini (come persone, come popoli) si è se stessi e si cresce. I confini segnati dalla storia, dalla geografia, dalla natura possono essere luoghi di chiusura o di incontro. Dipende dalle persone e dalla loro capacità, ancora una volta, di ascoltare e di ascoltarsi.

La conseguenza più preziosa di questo voler incontrare gli altri, di questo voler sentirsi parte di una storia che viene da lontano, è la capacità di darsi una prospettiva. Non è cosa da poco, in questo mondo che è schiavo del presente, prigioniero dell’attimo, al punto che il futuro sembra essere divenuto una dimensione dalla quale fuggire.

Se c’è una “buona notizia” che la comunità cristiana (e chi la presiede) ha il compito urgente di diffondere oggi, è proprio questa: ci sono cose che hanno valore sempre e ovunque. Hanno avuto valore in passato, danno significato al presente e avranno valore anche domani. Cose per le quali vale davvero la pena spendere la propria esistenza.

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