Autonomia integrale o integrata

Alto Adige – 2.9.2011

L’autonomia altoatesina non è solo una questione giuridica e amministrativa. Lo sanno anche i bambini. Essa è il risultato di un percorso storico travagliato. In altre regioni del pianeta i rapporti tra stati e gruppi linguistico-culturali si risolvono in conflitti permanenti e in guerre. In Alto Adige invece, per varie circostanze, si è potuta imboccare una strada che garantisce al contempo una buona amministrazione e la cosiddetta “pacifica convivenza”.

L’autonomia non si compone solo di norme, competenze da gestire, contenuti amministrativi, ma anche di procedure e di principi più o meno condivisi, più o meno espliciti. Si fonda, ad esempio, su una certa forma di compromesso e di consenso. Un tema, questo, che andrebbe indagato a fondo.

In risposta alla crisi nella quale naviga (a vista) lo Stato italiano, la Svp avanza ora una serie di proposte per un’“autonomia integrale”, secondo l’idea, non certo campata per aria, che “non esiste un settore, nel quale lo Stato amministri meglio della Provincia”. Di qui la richiesta che “tutte le competenze passino a Bolzano” e che restino allo Stato solo “difesa e politica estera”. L’Obmann Theiner si affretta a chiarire che “l’autonomia porta vantaggi anche agli altoatesini di lingua italiana”, che non si vuole “spostare i confini” poiché “l’autodeterminazione non rappresenta lo spirito europeo”. Va bene, ma non è questo il problema.

Quelle avanzate del partito di raccolta sono tutte proposte su cui si può discutere senza pregiudizi. Tuttavia il contesto in cui esse nascono fa sì che l’operazione appaia la manifestazione di un modo di gestire la politica locale ormai vecchio e tendenzialmente inefficace. Perché privo di una reale prospettiva. In concreto si approfitta dell’ennesimo momento di debolezza del governo nazionale per incamerare competenze. Come se lo scopo finale dell’autonomia fosse di gestire tutto. Problema numero uno: quando si avrà tutto, che cosa si chiederà ancora?

Ora, la questione fondamentale non è “cosa possiamo avere”, ma “chi siamo” e “dove vogliamo andare”. Ovvero quale è il nostro progetto per questa terra e in quale direzione intendiamo muoverci. Solo rispondendo a questi interrogativi tutto il resto prende significato reale. Ma qui si entra nel campo del “non detto” o del “non dicibile”. Perché è ovvio che la risposta alla domanda “dove vogliamo andare” non può che essere condivisa almeno dalla maggioranza di tutti i gruppi linguistici che sono di casa in Alto Adige. Non è affare di una parte o di un partito. Né c’è un padrone di casa che può dettare il suo ordine del giorno ai coinquilini.

In altre parole: prima di chiedere “tutto”, è necessario che gli altoatesini/sudtirolesi (non solo la classe politica) maturino un nucleo identitario comune in modo tale da rendere ognuno cosciente della natura e corresponsabile della gestione dell’autonomia. Abbiamo dei valori comuni? Abbiamo il coraggio di metterli nero su bianco? Lo Statuto, magna charta dell’autonomia, su questo punto è carente. Si limita ad affermare (art. 2) che “è riconosciuta parità di diritti ai cittadini, qualunque sia il gruppo linguistico al quale appartengono, e sono salvaguardate le rispettive caratteristiche etniche e culturali”. Troppo poco. Nel frattempo tutti si sono accorti del fatto, ad esempio, che le diversità culturali e linguistiche sono una ricchezza. E che il metodo del consenso e del coinvolgimento permanente delle minoranze è un modello esportabile.

Prendiamo la Costituzione repubblicana. Anch’essa contiene norme, competenze e procedure, ma nei suoi primi articoli si è spiegato bene il “perché”. Quali sono i principi fondamentali e condivisi che stanno alla base dell’autonomia (e del suo eventuale sviluppo)?

Più che pensare ad un’“autonomia integrale” è forse il caso di lavorare ad un’“autonomia integrata”, cioè non avulsa dal contesto istituzionale (Stati, Unione Europea ecc.), storico, demografico, culturale. La cosa ovviamente richiede quella lungimiranza e quella buona fede che invece raramente si trovano nella politica della rivendicazione contingente e fine a se stessa.

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