Senza programma

Alto Adige – 25.8.2011

Quali saranno i primi passi concreti del nuovo vescovo? In attesa del suo insediamento previsto per ottobre, Ivo Muser si guarda intorno e fa sapere di non avere “un programma specifico”. È un buon inizio. In Alto Adige quelli che credono di avere le idee chiare sono spesso persone che ragionano secondo schemi ideologicamente rigidi e fondati sul pregiudizio. Don Muser dice che vuole ascoltare, conoscere, capire e poi, con la comunità, elaborare insieme un progetto pastorale. La cosa avrà ricadute anche sulla società civile. Il suo punto di partenza, la base fondativa del suo mandato, peraltro è chiara. Quella sì. Si tratta del riconoscimento della persona di Gesù come Cristo, morto e risorto per tutti. Ad un “laico” o a un non credente la cosa potrà suonare strana o, meglio, apparire lontana, un discorso per teologi. Ma non è propriamente così. “Tu es Christus”, così il motto scelto dal vescovo eletto, sta a significare che fondamentale, per ogni vita, è la relazione con gli altri. Riconoscere un “tu” col quale fare i conti è dunque già una dichiarazione programmatica contro l’individualismo imperante per il quale contano solo l’“io” e il “noi”. Rivolgersi a Cristo come interlocutore significa inoltre prendere sul serio valori come la pace, la giustizia, la solidarietà, la sobrietà, la trasparenza, la ricerca della verità. Rifarsi a Cristo, vissuto, morto e tornato alla vita per tutti, vuole dire infine che chi si dice cristiano non è colui che agita un gonfalone crociato o che esibisce il cristianesimo come un’identità “contro gli infedeli”, ma è colui che sceglie di dare la sua vita per gli altri e, in politica, per il bene comune.

Guardarsi intorno e mettersi in ascolto richiede un certo tasso di umiltà. Sappiamo che già con la sua consacrazione don Ivo sceglie una partenza all’insegna della semplicità. Sarà mons. Bressan a presiedere il rito nel Duomo di Bressanone. L’arcivescovo di Trento, ovvero una delle persone chiamate poi a condividere concretamente il cammino della comunità cristiana altoatesina. In un certo senso è già un invito a cominciare il lavoro comune.

Ma quali sono le sfide che attendono il nuovo vescovo? Non poche, all’interno della chiesa come anche in relazione alla società civile. La chiesa oggi soffre, per vari motivi che sarebbe lungo analizzare, di una crisi di credibilità. Nella “società liquida” è come un iceberg che vaga nell’acqua, da cui molti, soprattutto i giovani, si tengono alla larga. Da quella distanza, naturalmente, si vede la punta, ma non si ha idea di tutto il resto. La comunità cristiana ha un problema di comunicazione e di linguaggio. Deve poter tornare ai motivi fondanti della propria presenza e riuscire a trovare le parole adatte per ribadire il messaggio di cui essa è portatrice.

In particolare è necessario riscoprire quella dimensione comunitaria che fin dai primi decenni della nostra era ha permesso ai cristiani di cogliere la “buona notizia” e di esserne testimoni. Si tratta poi di lavorare ad una comunità dalle frontiere aperte. Oggi anche l’identità cristiana si costruisce in relazione positiva con le altre tradizioni religiose e con tutti coloro che sono sinceramente alla ricerca della verità sull’uomo. In Alto Adige è fondamentale superare man mano una realtà fatta di comunità divise secondo linee linguistiche. L’unità non può essere solo un valore dichiarato “in teoria”, ma deve diventare prassi quotidiana, a partire dai vertici per arrivare alla vita quotidiana nelle parrocchie. In questo del resto mons. Muser è stato chiaro fin dall’inizio: “La convivenza di diverse lingue, culture, tradizioni e mentalità” va vissuta “come una ricchezza, anzi, come la nostra vocazione nel contesto concreto della nostra chiesa locale”.

È proprio questo, oggi, il contributo che la comunità cristiana può dare alla società civile e a chi si impegna per il bene comune: anticipare nei fatti ciò che altri affermano a parole (e spesso smentiscono nella concretezza delle scelte). “Vocazione” della chiesa altoatesina è mettere in comunicazione i gruppi che altrimenti continuano a marciare paralleli, con momenti di incontro solo formali. È promuovere l’ascolto reciproco non solo tra tedeschi, italiani e ladini, ma di tutti rispetto ad una realtà multicolore e tra questa terra ed il resto del mondo.

Per questo è necessario che ognuno possa sentirsi a casa: parlando la propria lingua, ma anche quella dell’altro, coltivando la propria cultura sapendo che ogni cultura è fatta di “contaminazioni” e cresce nell’incontro con altre culture.

In un’epoca caratterizzata dalla difficoltà di guardare al futuro, il nuovo vescovo dovrà dare alle comunità una prospettiva che porti le persone oltre la stanchezza dell’ordinaria amministrazione. Nuovi ruoli, nuove responsabilità (per uomini e donne), ma anche, seguendo la traccia di mons. Golser, nuovi “stili di vita”. Nel momento in cui si punta il dito contro i costi della politica, la chiesa non può che indicare la via della sobrietà. Non solo per far fronte alla crisi, ma perché la comunità cristiana sa, data la sua dimensione universale, che le risorse (il cibo, l’energia…) sono limitate e pur sempre destinate a tutti, anche a coloro che bussano alle nostre porte, che muoiono in mare o che si consumano nei campi profughi.

Un’ultima questione, tra tante: il deficit di democrazia che attanaglia le società occidentali. Oggi, dietro l’apparenza di un sistema democratico, chi condiziona davvero le scelte sono i cosiddetti “poteri forti” (l’economia, la finanza…). Se prevalgono gli interessi privati sui diritti di tutti è anche per una mancanza di autentica partecipazione. Si protesta con facilità, ma difficilmente ci si sporca le mani. Ecco, la chiesa locale, abituata storicamente a ragionare sui tempi lunghi, può aiutare a riscoprire il senso del servizio disinteressato e di quelle forme di impegno che, pur nel silenzio, contribuiscono a dare un’anima alle cose di tutti i giorni.

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