Cortesia: forma e contenuto

Proposta educativa – 2/2011

La cortesia può essere pura forma. Un guscio vuoto, se privata del suo contenuto: il rispetto. Una parola “cortese” suona immediatamente ipocrita se viene meno il necessario legame tra forma e contenuto. E viceversa: un atto cortese appare “bello”, proprio anche in senso estetico, se è espressione autentica del rispetto di una persona per l’altra. Non perché l’altro sia mio amico, non perché sia un uomo importante, ma semplicemente perché è un essere umano, una persona.

La questione del rispetto va alla radice dei rapporti tra le persone. Chi è l’altro per me? E chi sono io per lui?

Il filosofo Immanuel Kant riassume in poche formule l’essenza di un corretto comportamento umano. “Agisci – dice – in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale”. In altre parole: comportati nel modo in cui tu vorresti che anche gli altri si comportassero. Diceva ancora: “Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come scopo, e mai come semplice mezzo”. Il che vuole dire: l’altro che hai di fronte non è lì per essere “usato” da te. È, come te, portatore di diritti, desideri, vita, sogni e bisogni.

Kant invita dunque al rispetto dell’uomo/donna che abbiamo di fronte, ma anche dell’uomo/donna che c’è dentro di noi. Sembra logico, ma non è affatto scontato.

Tornando alla prima formula kantiana, essa ci rimanda alle parole di Gesù Cristo riportate da Matteo (7,12): “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (o da Luca, 6,31: “Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”). È la cosiddetta “regola d’oro”, di cui troviamo traccia in molte altre tradizioni etniche e religiose. Un messaggio, come pare, che ogni uomo coglie nel suo animo indipendentemente da rivelazioni particolari, dagli studi, dalla formazione culturale. Semplicemente esso deriva dal concepire se stessi e le proprie azioni in relazione agli altri.

E. Peyretti (cfr. Il Foglio n. 226; Servitium, n.152) ha trovato una trentina di formulazioni della “regola d’oro” nelle tradizioni religiose e sapienziali di tutta l’umanità. Nell’induismo, ad esempio: “Ecco la somma della vera onestà: tratta gli altri come vorresti essere trattato tu stesso. Non fare al tuo vicino ciò che non vorresti che egli poi rifacesse a te”. O nell’ebraismo: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te”, oppure: “Ciò che a te non piace non farlo al tuo prossimo! Questa è tutta la Torah”. Nel pensiero di Confucio: “Chi ha il senso della lealtà e della reciprocità non è lontano dal giungere alla Via: ciò che non vuole sia fatto a sé non fa agli altri”. Nella tradizione taoista: “L’uomo buono deve compatire le cattive tendenze degli altri; rallegrarsi della loro eccellenza; aiutarli se sono in disdetta; considerare i loro successi come i suoi propri e così i loro insuccessi”. Nel giainismo: “L’uomo dovrebbe comportarsi con indifferenza nei confronti di tutte le realtà mondane e trattare tutte le creature del mondo come egli stesso vorrebbe essere trattato”. Nel buddhismo: “Non ferire gli altri in modi dai quali anche tu ti sentiresti ferito”. Nel zoroastrismo: “Buona è soltanto quella natura che non fa agli altri ciò che non è buono per lei”. Infine nell’islam: “Nessuno di voi è un credente fino a quando non desidera per il suo fratello quello che desidera per se stesso”. 

Si potrebbe andare avanti a lungo, per arrivare comunque a dire che il modo in cui trattiamo gli altri dice molto delle persone che siamo.

Innanzitutto ci si può chiedere: che rispetto ho di me stesso? Non diamo troppo facilmente per scontato che ognuno ami e rispetti davvero se stesso? Già Kant, oltre due secoli fa, invitava a riconoscere e ad amare ciò che di umano c’è “in noi”. Tanto più oggi, in un’epoca in cui l’individuo è assoggettato al mercato che ne fa un consumatore perfetto, sarà necessario tener conto di questo aspetto. Il contesto in cui viviamo ci spinge, di fatto, a misurare il nostro valore a seconda di alcuni standard considerati “vincenti”: valgo perché produco, perché ho successo personale, perché arrivo primo, perché sono bello, perché sono giovane. E viceversa: non valgo se sono “inutile”, se non produco, se sono vecchio e malato, se non trovo lavoro e così via.

In altri termini: la cultura dominante non ci spinge a cambiare per essere persone migliori, ma per diventare, anche solo per un momento, oggetti capaci di stare sul mercato.

Se noi per primi ci consideriamo strumenti in mano a qualcuno o qualcosa, in base a quale esperienza dovremmo poter poi avere rispetto degli altri? La regola d’oro viene stravolta. Non più: “fai agli altri ciò che vorresti essi facessero a te”, ma: “fai agli altri, ciò che gli altri ti fanno”. Una reciprocità in negativo che porta ad un’involuzione anziché ad una crescita del contesto sociale.

In un mondo in cui per emergere devi urlare, offendere, essere maleducato, calpestare chi ti accompagna, chi si comporta in modo “cortese” rischia di essere scambiato per un marziano.

La sfida, se vogliamo, è quella di tornare a far coincidere, anche nei comportamenti, il buono con il bello. La regola della reciprocità è detta “d’oro” proprio per esprimere non solo il suo valore morale ma anche la sua valenza, per così dire, estetica. Ovvero: trattarsi bene, con cortesia, esprimendo un rispetto autentico e non solo di facciata, è in fin dei conti una cosa “bella”. Proprio bella da vedere.

Sarà dunque anche questa bellezza (come diceva Dostoevskij) a salvarci?

“La bellezza potrà cambiare il mondo”, ha scritto Susanna Tamaro, “soltanto se gli uomini riusciranno di nuovo a percepirla e a gioire della sua gratuità. Ma per riuscire a farlo, bisogna compiere il lungo cammino che trasforma il cuore di pietra in cuore di carne. Quel cammino che permette alle orecchie di ascoltare, al cuore di sentire, di respingere il rumore e accogliere il silenzio. Di fare vuoto dentro di sé e intorno a sé per immaginarsi diversi, non più automi, ma figli”. Non più consumatori (o persone da consumare) e competitori, ma fratelli, insomma.

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