Culture. Risposte diverse alle stesse domande

Proposta educativa – 1/2011

Che cosa è la cultura? Che cosa sono le culture? Potremmo dire, per cominciare, che si tratta di tutto ciò che scaturisce dalla relazione dell’uomo con ciò che lo circonda. L’essere umano da un lato si adegua al suo ambiente, dall’altro adatta l’ambiente alle necessità della vita. È un’idea, questa, che ora richiede di essere spiegata meglio.

In passato si parlava di “cultura” come di un bagaglio di conoscenze. Una persona “colta” era uno che sapeva tante cose. Il contrario di un ignorante, per così dire. Ma questa è una spiegazione che oggi serve poco. Ci sono molti di noi che sanno un sacco di cose, ma che al di fuori del loro specifico ambito di interessi brancolano nel buio. Non hanno per nulla una buona relazione con l’ambiente in cui vivono perché, usciti dal loro laboratorio, dal pensatoio, dall’ufficio, non sanno bene in che direzione stanno andando e verso che cosa dirigere le proprie scelte.

Presso ogni gruppo umano la “cultura” serve a fornire degli orientamenti, dei punti fermi. Raccoglie alcuni valori condivisi che poi si esprimono nella tradizione, negli usi e costumi, nel canto, nella poesia, nella letteratura, nell’arte, ma anche nel cibo, nello sport, nel linguaggio.

L’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) dà di “cultura” questa definizione: “La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze”.

Qualcuno direbbe che tutto ciò che costituisce una cultura dà vita a quella che si usa definire anche “identità” di un gruppo, di un’etnia, di una nazione, di un popolo. Ecco, qui ci si addentra in un campo irto d’insidie. Infatti prima di proseguire dovremmo ammettere che spesso quando parliamo di “popolo” o “nazione” facciamo uso di termini che poi non sappiamo definire. Sono un po’ delle finzioni. E a volte mentono. “Popolo” e “nazione” (ma anche etnia e gruppo etnico) sono concetti che danno per scontata una certa misura di omogeneità. Le persone che compongono questi aggregati umani avrebbero, secondo l’opinione più diffusa, una comune identità. Ovvero dei tratti che le rendono “identiche” e che rimangono “identici” nel tempo e nello spazio. Ma è davvero così?

Se guardiamo i nostri vicini (proprio per non dover andare lontano chissà dive), se li incontriamo nelle loro abitudini e nei loro stili di vita, ci accorgiamo che ciò che prevale non è l’essere tutti uguali quanto piuttosto l’essere tutti “diversi”. Insomma: anche tra i membri di uno stesso popolo, nazione, etnia, sulle uguaglianze prevalgono le differenze (fisiche, caratteriali, attitudinali, ideologiche, di gusto, di sensibilità). È forse da preoccuparsi per questo?

Ancora l’Unesco, nella sua “Dichiarazione sulla diversità culturale”, dice che “la cultura assume forme diverse nel tempo e nello spazio. La diversità si rivela attraverso gli aspetti originali e le diverse identità presenti nei gruppi e nelle società che compongono l’Umanità. Fonte di scambi, d’innovazione e di creatività, la diversità culturale è, per il genere umano, necessaria quanto la biodiversità per qualsiasi forma di vita. In tal senso, essa costituisce il patrimonio comune dell’Umanità e deve essere riconosciuta e affermata a beneficio delle generazioni presenti e future”.

C’è dunque una relazione importante tra identità e diversità. Pensiamo ancora ad un gruppo di persone. Ognuno ha una propria personalità, un suo modo di vedere e di sentire, dei ricordi, dei valori che nascono da esperienze uniche e irripetibili. Ognuno è in primo luogo se stesso e dunque diverso dagli altri. Non ci sono sulla terra due persone assolutamente uguali. Ma è proprio questa unicità, che certo è necessaria e va salvaguardata, che ci impone di entrare in relazione. Di più: noi siamo quello che siamo, nella nostra unicità, grazie all’incontro con gli altri. Fin dalla nascita la nostra personalità si forma in modo originale a seconda delle persone con cui abbiamo a che fare.

Così avviene anche per le culture. Ognuna di esse si trasmette di generazione in generazione. Ma non in modo meccanico. Ogni generazione mantiene molto di ciò che ha ricevuto e ci mette del suo. Inoltre: ogni cultura si arricchisce dei contributi che riceve dall’“esterno” e non è mai statica. Chi di noi non ha sentito questa celebre citazione (di cui esistono varie altre versioni)? “Il tuo Cristo è ebreo. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero”. Ma potremo anche parlare di pomodori, patate e polenta. O di musica, tecnologia e informazione. La nostra cultura – che qualcuno chissà perché ritiene “pura” e incontaminata – si compone dei contributi “stranieri” che nei secoli abbiamo saputo recepire, accogliere, fare nostri. Per usare il linguaggio dell’Unesco: ogni elemento culturale è “patrimonio dell’umanità”. Ciò non vuol dire che tutto ciò che appartiene al modo di vivere nostro e degli altri sia in sé positivo e da salvaguardare. Ci sono aspetti disumanizzanti in ogni realtà (anche nella nostra cosiddetta “civiltà”) che richiedono un atteggiamento critico e responsabile. Il dialogo tra le culture è possibile perché tutte contengono risposte alle grandi domande che l’uomo si pone. Le domande ci accomunano spesso più delle risposte. Educare alla libertà significa anche questo. Saper dare qualcosa di buono agli altri, riconoscere negli altri ciò che c’è di buono ed essere grati, insieme, per avere la possibilità della comunicazione autentica e di uno scambio fruttuoso. È un discorso che vale tanto per le persone quanto per le culture.

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