L’Adige – 29.11.2010
La malattia di Karl Golser rimanda direttamente, in Alto Adige, all’idea del limite. Del confine. Dopo l’annuncio della sua nomina, il 5 dicembre del 2008, egli era partito con energia e slancio. Ora, a distanza di nemmeno due anni, le condizioni di salute impongono al vescovo di Bolzano-Bressanone di ripensare se non il suo ruolo, almeno ritmi e modalità di azione. Il “limite” è rappresentato dalla “sindrome rara e atipica di Parkinson” di cui mons. Golser ha dichiarato di soffrire. Lo ha comunicato alla diocesi in un videomessaggio. Fa parte del suo stile, quello della trasparenza più assoluta. Già quando si trattò di affrontare i casi di pedofilia che hanno coinvolto qualche esponente del clero altoatesino, la parola d’ordine fu “trasparenza”. Non si tratta di tattica comunicativa e opportunismo. È dire che la chiesa non è un corpo estraneo alla società e chi la guida non è parte di una casta che non deve rispondere a nessuno del proprio operato. Anche ora dunque Golser sceglie di esporsi pubblicamente e di mostrarsi per quello che è: malato di Parkinson ed impedito nella parola e nei movimenti.
Anticamente si riteneva (in alcune culture ancora oggi) che le malattie fossero una punizione degli dei. Una spiritualità matura ed onesta riconosce invece che in queste situazioni, che riguardano bene o male ogni persona, si debba riconoscere un messaggio. Nulla avviene per caso: è una convinzione condivisa a livello globale.

Il vescovo ha spiegato che il morbo gli darà delle “difficoltà nel parlare”. Questa fatica della parola, nel Sudtirolo multilingue, non può lasciare indifferenti. La lingua in Alto Adige è spesso brandita come un’arma, venerata come un idolo, coltivata come un valore assoluto. Da strumento di comunicazione ed incontro quale essa è, diventa motivo di scontro e di divisione. È l’elemento identitario che permette di circoscrivere il “noi” per distinguerlo dal “loro”.
Ecco, dire, come fa mons. Golser, che si può continuare a fare il vescovo pur avendo “difficoltà nel parlare” è in qualche modo riconoscere che la parola ha dei limiti. Che essa non è tutto. Che valgono più i contenuti, i sentimenti, i valori, delle parole (e della lingua) con le quali questi vengono espressi.
Un altro elemento che mette un po’ in crisi la forma mentis altoatesina è legata all’immagine del “capo”. “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, scrisse Bertolt Brecht. Ebbene, ahimè, il Sudtirolo, almeno da due secoli a questa parte, ha avuto bisogno di eroi e condottieri. Tutti sempre più o meno armati. Da Hofer ai “combattenti per la libertà”, da Magnago a Durnwalder. Ognuno coi suoi limiti e le sue sconfitte, ma tutti pronti a marciare in prima linea e a farsi seguire dal popolo. Josef Mayr-Nusser, che aveva maturato una sensibilità per così dire “particolare” rispetto ai suoi contemporanei, metteva in guardia di fronte alla tendenza di consegnare acriticamente le proprie coscienze ad un capo. Erano gli anni ’30 e scriveva: “Leader, ecco la parola vincente di oggi, lo slogan che elettrizza le masse. Tutti oggi puntano sulla leadership; in tutti i campi della vita umana, non solo in quello politico, si reclamano i leader… Ci tocca oggi assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria”.
Un vescovo malato e disarmato, eppure capace di esercitare il suo ministero, è un dito puntato contro l’abitudine ad affidare ai leader le proprie responsabilità di cittadini e di uomini. Essere capo ha dei limiti. Al tempo stesso: si può essere una buona guida pur avendo dei limiti. Proprio grazie a quei limiti.
Del resto fin dal principio Golser ha fatto da contraltare al pragmatismo durnwalderiano. Senza farne motivo di particolari polemiche. Semplicemente indicando il primato dei valori sulle azioni in quanto tali. L’essere che viene prima del fare. Agire, ma avendo prima ricercato un terreno comune, quello ad esempio che tutte le culture riconoscono nella “regola d’oro”: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Il vescovo di Bolzano-Bressanone, che si è formato nello studio della teologia morale, ha indicato nell’etica una base di riferimento anche per la politica e ha invitato fin da subito a partire “dai diritti fondamentali dell’uomo”.
Le annunciate “difficoltà nel muoversi” stanno dunque ancora ad indicare il limite, i confini di una politica “dei fatti” avulsa dai valori.
Non solo. Impongono una riflessione sui ruoli. Sulla corresponsabilità nelle decisioni e nella gestione della vita comune tra classe dirigente e comunità. La questione si pone anch’essa non solo sul piano ecclesiale ma anche e soprattutto su quello civile.
Il vescovo dà notizia del suo stato di salute a pochi giorni dall’elezione dei consigli parrocchiali in tutta la diocesi e il giorno dopo aver consegnato ai parroci i “criteri per la guida delle comunità”, la quale, ha detto, non deve essere un manager ma una persona capace di “dare testimonianza”. Ha aggiunto che “nella guida della parrocchia devono essere coinvolte molte persone e il lavoro deve essere distribuito tra più collaboratori”, invitando i parroci “a prendere sul serio i carismi dei fedeli”.
Tradotto il tutto in termini che possano riguardare l’intero complesso sociale sudtirolese, ne escono, da quel mostrarsi malato ma disponibile al servizio, alcune indicazioni controcorrente: la necessità di non affidarsi acriticamente ai leader; l’opportunità della partecipazione; l’accogliere l’esistenza di limiti fisici e umani; il dare la giusta misura alle cose sapendo distinguere tra azioni, ideologia e valori.