Aeroporto bonsai

L’Adige – 12.11.2010

Un tempo si diceva “piccolo è bello”. Ma quest’affermazione sembra non poter ora valere per l’aeroporto “delle Dolomiti” di Bolzano e per un’altra ventina di scali italiani, definiti “bonsai” dopo le analisi del piano per la riorganizzazione del sistema aereo nazionale messo a punto da Nomisma, One Works e Kpmg, arrivato in questi giorni sul tavolo del governo (peraltro esso stesso, il governo, in procinto di “prendere il volo”).

Secondo gli esperti del settore gli aeroporti di piccole dimensioni sarebbero da chiudere. Si giustificherebbero sul piano economico solo con un traffico annuale che vada dal mezzo milione al milione di passeggeri. Bolzano sta crescendo, certo, dai quasi cinquantamila utenti del 2009 agli oltre sessantamila previsti per l’anno in corso. Tuttavia siamo ben lontani sia dal milione che dal mezzo milione.

La questione però non è solo matematica. Ha bisogno una terra come il Sudtirolo, la cui economia si basa sul turismo (ma anche, come si vorrebbe, sull’innovazione industriale e la cultura), di un aeroporto che consenta collegamenti rapidi almeno con Roma, Vienna e la Germania?

Non c’è dubbio che mobilità e comunicazione sono fondamentali per lo sviluppo del turismo. È così non solo da oggi. Basti pensare quanto valse alla crescita di centri come Bolzano, Gries e Merano la costruzione della ferrovia nella seconda metà dell’800. Già allora, peraltro, se ne criticava la lentezza. A ragione, se pensiamo che il viaggio di prova fra Merano e Bolzano, nel 1881, durò un’ora e mezza per coprire soli trenta chilometri. È di quegli anni il detto popolare: se parti da bambino per Merano, ci arrivi che sei ormai nonno. Questo per dire che la velocità degli spostamenti, benché oggi faccia riferimento ad altre unità di misura, ha sempre giocato un ruolo significativo. Turismo e mezzi di trasporto si sono influenzati a vicenda. Così se inizialmente i soggiorni nelle località di villeggiatura duravano diversi mesi o addirittura anni, oggi possono limitarsi anche a qualche ora. È il caso delle visite a mercatini, mostre e musei. Ecco, qui la possibilità di andare e venire in giornata sembra fondamentale. Poi ci si potrà chiedere se questi viaggi siano davvero sensati e redditizi, ma si tratta di un altro discorso.

Comunque sia, lo scalo bolzanino, fin dalla sua ripresa negli anni ’90, si è sempre trovato al centro di vivaci polemiche. Le contestazioni sono essenzialmente di natura economica ed ambientale. In primo luogo si afferma che lo scalo, attualmente gestito da ABD Airport Spa, dal 2009 società inhouse della Provincia Autonoma di Bolzano, pesa troppo sulle casse pubbliche. Ovvero che per l’interesse di pochi viaggiatori siano poi tutti i contribuenti a dover pagare, anche quelli che, non potendo permettersi gli alti costi del biglietto aereo, sopportano lunghe e scomode ore di treno per raggiungere la capitale.

I motivi ambientali sono anch’essi di vario segno: vanno dall’inquinamento atmosferico alla sottrazione di terre all’agricoltura, dalle limitazioni pratiche che comporta la presenza di un aeroporto alla necessità di recuperare una dimensione umana nella mobilità e nel turismo.

Nell’ottobre 2009 le associazioni protezioniste avevano indetto un referendum per togliere all’aeroporto il finanziamento provinciale in modo da ridurre drasticamente il traffico aereo. Sarebbero rimasti i voli per esigenze sanitarie, per la protezione civile, per la pubblica sicurezza e le forze armate. Curiosa la composizione degli schieramenti partitici in quell’occasione. A favore della proposta si erano espressi i Verdi, ma anche le varie compagini della destra di lingua tedesca (i Freiheitlichen, Südtiroler Freiheit e Union für Südtirol). Contrario tutto il centrodestra italiano (Pdl, Udc, Unitalia). Libertà di voto avevano dato il Pd, Idv, la Lega e la Svp, con l’eccezione del circolo Bassa Atesina, storicamente contrario allo scalo aereo. Quest’astensione era stata motivata con la complessità del problema, mentre per la Svp si trattava chiaramente dell’impossibilità di trovare una sintesi tra le sue diverse anime, in particolare tra economia e agricoltura. Gli elettori (il quorum non era stato raggiunto, ma per pochi voti), si erano espressi contro l’aeroporto con una percentuale dell’81 per cento.

A favore del potenziamento dello scalo, oltre la giunta presieduta da Luis Durnwalder, continuano a porsi i rappresentanti dell’economia. Christof Oberrauch, presidente del Wirtschaftsring, ha recentemente affermato che l’aeroporto va potenziato, altrimenti “sarebbe meglio chiuderlo”. Che si tratta di una struttura “indispensabile” e che “un’elevata mobilità apre nuove opportunità per l’economia, la scienza, lo sport e la cultura”. Così anche il presidente della Camera di commercio Michl Ebner, secondo cui non basta poter volare a Roma, bisogna poter andare anche a Zurigo, Francoforte o Monaco. Mirko Kopfsguter sostiene che per dare un futuro allo scalo altoatesino di cui è direttore bisogna aumentare il numero di voli, le dimensioni degli aerei e dunque ampliare la struttura e allungare la pista di atterraggio, cosa che si è in procinto di fare.

Effettivamente la questione è complessa e la sostenibilità ambientale ed economica di un’infrastruttura come l’aeroporto deve fare riferimento a diverse variabili. Si trattasse solamente della possibilità che esso si mantenga con i propri incassi, allora lo smantellamento sarebbe una conseguenza automatica. Fosse solo una questione di dimensioni, allora sì, lo scalo appare oggi più un capriccio, magari un vano motivo di prestigio per la locale classe dirigente.

Ma forse la chiave sta proprio nel concetto di “piccolo”. Fino a che punto il piccolo, oltre che bello, può essere anche buono? Il Sudtirolo già di per sé è una regione “bonsai”. Si compone, per così dire, di “nazioni bonsai” con le loro scuole bonsai, i loro gruppi bonsai, le ferrovie bonsai, i sistemi giuridici ed economici bonsai. Alcune di queste realtà si sostengono da sé, altre hanno bisogno della mano pubblica e guai se non fosse così. Ciò che però non può essere “bonsai” sono la cultura e l’apertura mentale. Non nel senso che esse debbano omologarsi ad un livello globale, quanto piuttosto perché devono saper coniugare le piccole identità con le relazioni più ampie, scoprendo via via dove vale la pena investire per mantenere intatto il territorio e, al tempo stesso, per abbatterne i confini. Poiché il senso di una aumentata mobilità è quello di andare oltre le frontiere, anziché di rinchiudersi in un piccolo paradiso che alla fin fine può divenire un ambiente asfittico e privo di fascino.

La sfida è sempre quella, per il Sudtirolo: capire chi siamo, quali sono le nostre prospettive, e crescere senza perdere i legami con tutti gli altri. Che poi ci si muova camminando oppure volando, questo può essere anche secondario, quando si sa bene dove si vuole andare.

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