Comprensori, efficacia, partecipazione

L’Adige – 29.10.2010

Si fosse andato a votare in Alto Adige per gli organi delle comunità comprensoriali, ci sarebbe stata una maggiore affluenza al voto e i cittadini avrebbero inteso l’importanza di prendere parte a una tale competizione elettorale? Probabilmente no. A meno di questioni contingenti che di tanto in tanto compattano le amministrazioni limitrofe in comuni rivendicazioni. Sarebbe il caso della val d’Isarco, che lamenta l’oppressione da traffico di transito, o dei comuni ladini che aspirano da sempre ad opporre segnali di unità al divide et impera cui sono storicamente soggetti. Altrimenti, in Sudtirolo, gli enti di riferimento immediato rimangono il comune e la Provincia. Malgrado le spinte allo sviluppo degli istituti di democrazia diretta e un sempre più diffuso malcontento che si esprime nel voto alla destra nazional-populista, il partito di raccolta svolge pur sempre un’importante opera di mediazione ed esistono canali di comunicazione diretta (per quanto inusuali) persino tra l’uomo della strada e il presidente della Provincia.

Le comunità comprensoriali ci sono anche in provincia di Bolzano, certo, ma sono concepite come enti intermedi dal ruolo funzionale più che un’occasione di partecipazione attiva dei cittadini all’amministrazione del bene comune.

Tanto per cominciare in Sudtirolo manca il fenomeno dei microcomuni. Le amministrazioni comunali sono 116 contro le 217 del Trentino. I comuni che contano meno di mille abitanti sono 17, tra questi solo cinque non raggiungono i 500 residenti. La necessità di collaborare e di trattare insieme interessi comuni è reale, ma non così urgente come in provincia di Trento.

Il territorio altoatesino è suddiviso in sette comunità comprensoriali (in tedesco Bezirksgemeinschaften), eredi dirette delle precedenti comunità montane o di valle sorte agli inizi degli anni Settanta. Territori abbastanza omogenei, tranne forse per il comprensorio Salto-Sciliar che riunisce, per così dire, i comuni “rimasti fuori” dagli altri aggregati. Bolzano costituisce un ottavo territorio. Le competenze del relativo comprensorio, dal 1999, sono state attribuite al comune e sono confluite in parte (assieme a quelle della Ripartizione comunale dei Servizi sociali), nell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano (ASSB), ente strumentale costituito, dice lo statuto, “allo scopo di gestire i servizi sociali della città”.

Le comunità comprensoriali nascono nella loro forma attuale all’inizio degli anni Novanta, in una stagione in cui, alla vigilia delle indagini di Mani pulite, anche a livello nazionale c’era una forte esigenza di partecipazione e trasparenza amministrativa, concretizzatasi sul piano normativo nella famosa legge 142 del 1990 (“Ordinamento delle autonomie locali”), recepita in Regione qualche anno più tardi. Si trattava, per dirla con un profetico documento della Cei (Educare alla legalità, 1991), “di riconoscere che si fa politica non solo nei partiti, ma anche al di fuori di essi, contribuendo ad uno sviluppo globale della democrazia con l’assunzione di responsabilità di controllo e di stimolo, di proposta e di attuazione di una reale e non solo declamata partecipazione”. Infatti, “per un corretto svolgimento della vita sociale è indispensabile che la comunità civile si riappropri quella funzione politica, che troppo spesso ha delegato esclusivamente ai ‘professionisti’ di questo impegno nella società”. Sono passati neanche vent’anni, sembrano trascorsi secoli.

In ogni caso, secondo la legge provinciale istitutiva del 1991, la comunità comprensoriale “promuove e coordina iniziative per lo sviluppo culturale, sociale, economico ed ecologico, facendole valere nei confronti delle autorità competenti”. Essa assolve a compiti di carattere sovracomunale che le sono delegati dai comuni membri e dalla Provincia. Ha un proprio statuto che ne determina le caratteristiche, è retta da un consiglio comprensoriale (che esprime una giunta e un presidente), composto dai sindaci e da membri eletti dai consigli comunali interessati nel rispetto delle minoranze politiche e linguistiche. A seconda dei luoghi si occupa di servizi sociali, ambiente, traffico, lavori pubblici, piste ciclabili e manifestazioni culturali.

Difficile considerare i comprensori come un luogo di partecipazione delle persone alla vita della comunità nello spirito di una “cittadinanza consapevole informata”. Vero è che la gran parte degli elettori ne ignora le funzioni, forse anche la stessa esistenza e certamente non conosce il nome del presidente o dei componenti della giunta. In Alto Adige, dunque, le comunità comprensoriali hanno un ruolo meramente funzionale, pur nell’ottica del principio di sussidiarietà. Non per nulla solo pochi mesi fa il consiglio provinciale ne ha riformato la legge istitutiva con nuove norme che snelliscono i consigli comprensoriali e le giunte. Un alleggerimento, appunto, per rendere questi enti più agili nell’espletare i loro compiti, anziché maggiormente rappresentativi. I comprensori rimangono in definitiva strumenti nelle mani di comuni e Provincia per un’azione di decentramento e di coordinamento. Di fronte a Provincia e comuni, che in Alto Adige restano gli enti con i quali i cittadini hanno percezione di avere un rapporto diretto, i comprensori hanno oggi una visibilità pressoché nulla. Come ha notato il verde Hans Heiss in Consiglio provinciale, con la recente riforma “le Comunità diventano organo dei sindaci”, la qual cosa “è efficace, ma si allontana dal modello partecipativo, che dà più spazio ai cittadini, nonché dalla rappresentanza dell’opposizione”. “Possono svolgere un lavoro prezioso”, ha dichiarato Josef Noggler (Svp), “dipende da chi li gestisce”. Buon senso? Che questi primi anni del millennio siano caratterizzati da un deficit di partecipazione è vero a Trento, a Bolzano e ovunque. Le riforme degli enti locali possono forse offrire strumenti utili, ma non danno, di per se stesse, la motivazione per un rinnovato e diffuso impegno alla costruzione del bene comune.

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