Aiutare gli altri?

Proposta Educativa – 3/2010

Aiutare gli altri? Rendersi utili? Tutti ci siamo trovati prima o poi nella circostanza di dire al rompiscatole invadente di turno: “Vuoi fare davvero qualcosa di utile? Stai fermo e zitto. Non fare niente”. Se non l’abbiamo proprio detto, l’abbiamo pensato.

Questa situazione contiene molti spunti di verità. In particolare: per fare del bene agli altri non basta la buona volontà. La prima cosa da verificare è se l’altro che ci è di fronte ha davvero bisogno del nostro “aiuto”.

Vorrei ora citare alcune parole di Dietrich Bonhoeffer, teologo evangelico martire del nazismo: “Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo… I cristiani, e specialmente i predicatori, credono spesso di dover sempre ‘offrire’ qualcosa all’altro, quando si trovano con lui; e lo ritengono come loro unico compito. Dimenticano che ascoltare può essere un servizio ben più grande che parlare … Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza parlerà senza toccare veramente l’altro ed infine non se ne accorgerà nemmeno più”.

Morale: vuoi aiutare l’altro? Impara prima ad ascoltarlo. Meglio: fatti aiutare dall’altro ad essere una persona migliore. Scendi dal tuo podio e cammina a fianco di colui che vorresti veder camminare. E può non bastare: “Quando ti chiedo di ascoltarmi, e tu senti che devi fare qualcosa per risolvere il mio problema, allora hai fallito, per quanto strano possa sembrare”, suggerisce mia sorella citando un verso di Jacques Salomé.  E allora? Solo in atteggiamento di ascolto riusciamo a capire quali sono i bisogni dell’altro (e i nostri limiti) e valutare, dunque, se disponiamo o meno dei mezzi per “renderci utili”.

Sempre nell’umiltà dell’ascolto ci accorgiamo forse che l’aiuto può essere reciproco, ovvero che noi stessi, per primi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una mano.

Scendere dal nostro piedistallo, ecco, questo davvero ci aiuta:

– ad evitare di aiutare chi non ha affatto bisogno di aiuto;

– a bussare con discrezione prima di entrare nella vita dell’altro;

– a presentarci per quello che siamo, senza nascondere le nostre fragilità, poiché avere accanto dei superuomini o dei supereroi non aiuta nessuno a crescere;

– a vedere che per aiutare in modo efficace e rispettoso è sempre necessario prepararsi, darsi una formazione, mantenersi informati, conoscere le situazioni nelle quali si intende intervenire. Assumersi insomma le proprie responsabilità (anche politiche) verso gli altri.

Scriveva Tonino Bello, il vescovo dell’accoglienza: “Conoscere i meccanismi perversi che generano le sofferenze è il primo atto di solidarietà con i poveri. Le improvvisazioni sentimentali non bastano. Il volontarismo emotivo non è sufficiente. Occorrono la competenza e lo studio. Si comprenderà allora che le cause di tante situazioni disumane non sono fatalità, ma hanno un nome preciso”.

E’ meglio non dimenticare mai che il nostro scopo non è di per sé “essere utili ed aiutare gli altri”. L’obiettivo dell’educatore è “il bene” dell’altro. Il suo stile è “voler bene” in modo del tutto gratuito. Anche se ciò dovesse significare: tacere, non fare nulla, farsi da parte, restare in attesa, aspettare umilmente il proprio turno per essere ascoltati, aiutati e, finalmente, aiutare.

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