È più facile abbattere un monumento

L’Adige – 1.10.2010

La parola “monumento” ha un significato preciso: è un qualcosa che vorrebbe ammonire, che serve a ricordare. Perciò non deve stupire che un monumento, anche a distanza di anni e di secoli, continui a parlare a chi lo osserva. Tuttavia la storia prende le sue strade, la mentalità evolve e si fa cultura. E le parole che ieri avevano un senso, oggi possono averne tutt’altri. È quanto accade a Bolzano. Il monumento alla “vittoria” continua a far discutere. Tuttavia i messaggi che ne promanano non possono essere intesi se non alla luce della storia e delle passioni che essa produce nel coniugarsi, giorno per giorno, col presente e le sue interpretazioni.

Quel monumento non nasce così dal nulla. È figlio dell’epoca dei nazionalismi. Già a fine ‘800 nel Tirolo al di qua del Brennero si assiste ad una piccola guerra dei monumenti. Nel 1889 al centro della Johannesplatz (dedicata all’arciduca Giovanni), oggi piazza Walther, presso il duomo di Bolzano, viene eretto il monumento al poeta medievale Walther von der Vogelweide, che si vuole di origine altoatesina. Vi si pensa già dal 1874, all’indomani dell’unità tedesca. Quale il messaggio affidato al marmoreo Minnesänger? Quello enunciato dal giornale Neue freie Presse nel settembre del 1889: “Non è solamente un omaggio a Walther medesimo; esso deve essere una testimonianza che Bolzano è sempre stata una città tedesca e tedesca deve rimanere. L’italianizzazione del Sudtirolo negli ultimi quarant’anni ha fatto passi da gigante e il confine linguistico, che una volta era presso Mezzolombardo, si è spostato molto più a nord, ad Egna… La forza della carezzevole lingua italiana si estende già fino al circondario di Bolzano, ma qui, nel vecchio emporio commerciale tedesco non deve riportare la vittoria sulla lingua tedesca. Presso il monumento a Walther nella Johannesplatz lo Spirito tedesco monta la guardia: saluta fraternamente il genio italiano ma non lo lascia andare oltre”.

Un baluardo, una sentinella, un monumento alla vittoria ante litteram, insomma.

La risposta “italiana” non si fa attendere. Nel 1891 è indetto un concorso e nell’ottobre 1896 viene inaugurata a Trento la statua dedicata a Dante Alighieri, “quale genio tutelare della lingua e della civiltà italiana nel Trentino”.

Dopo il conflitto mondiale le parti si capovolgono. I monumenti restano lì ad esprimere il loro monito più o meno condivisibile, più o meno condiviso. Che il memento dei due poeti sia tra loro correlato lo sa bene lo stesso Mussolini. Quando nel 1926 dalla Germania si accusa il regime di voler abbattere la statua di Walther, egli replica piccato in un discorso dalla camera dei deputati: “Si è mentito quando si è parlato di una rimozione del monumento a Walther von der Vogelweide, che sorge in una delle piazze di Bolzano. Noi, rispettosi della poesia anche quando è mediocre, noi, che non possiamo accettare l’antitesi tra Dante e Walther von der Vogelweide, perché equivarrebbe a stabilire una possibilità di comparazione tra il Pincio e l’Imalaia, noi lasceremo intatta la statua di questo vecchio troviero germanico; ma in una piazza di Bolzano, per sottoscrizione del popolo italiano, sulle stesse fondamenta in cui doveva sorgere il monumento della vittoria tedesca, erigeremo un monumento a Cesare Battisti e ai martiri che, col loro sangue e col loro sacrificio, hanno scritto per l’Alto Adige la parola definitiva della nostra storia”.

In seguito, anche a causa delle proteste della vedova di Battisti (che non poteva essere presentato come “un nazionalista negatore dell’indipendenza dell’Alto Adige”), si decide di dedicare l’erigendo manufatto alla “vittoria” tout court. E Walther sarebbe stato effettivamente rimosso “per ragioni di viabilità” nel 1935, in un contesto geopolitico profondamente mutato.

Ecco dunque la continuità di intenti e di messaggi che conduce dagli scontri tra le nazionalità di fine ‘800, alla politica nazionalista del fascismo in Alto Adige, fino ai nostri giorni. Ancora oggi infatti c’è chi si ostina a proporre l’arco di Piacentini come un irrinunciabile elemento identitario per la comunità di lingua italiana di Bolzano.

A togliere ogni dubbio sulle intenzioni del monumento bolzanino le parole di Gino Cucchetti, scritte per l’inaugurazione nel 1928: “Quattordici enormi fasci littori, che sollevano verso l’azzurrità dei cieli atesini, quasi grande ara il fastigio recante il simbolo della vittoria italiana, costituiscono il monumento. (…) Le colonne fascio costituiscono elemento necessario e sono insieme elemento decorativo. Simbolo non sopprimibile. Chi volesse distruggere il simbolo distruggerebbe il monumento. (…) Ad Arturo Dazzi fu assegnato il lavoro della grande Vittoria sul fastigio principale. Ne uscì una figura possente, oltremodo violenta, di terribile tregenda: è in atteggiamento di scoccar l’arco verso chi ardisse di avanzar di qua del confine sacro. Sotto la scritta: ‘Hic patria fines. Siste signa. Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus’. In origine, al posto della parola ‘ceteros’ era quest’altra ‘barbaros’: forse era più appropriata, ma l’Italia è generosa…”

Si può ben capire la storica avversione al monumento da parte della popolazione. Esso voleva celebrare l’esito di una guerra nel corso della quale i sudtirolesi e gran parte dei trentini avevano combattuto nell’esercito che era uscito sconfitto. Non avevano alcuna vittoria da celebrare o comunque avevano con quella vittoria un rapporto controverso, soprattutto dopo che di essa si era impossessata la propaganda fascista. Ragionando col senno di oggi, oltretutto, ci è chiaro che da una guerra, da ogni guerra l’umanità esce sempre malconcia. Certo mai vittoriosa.

Abbattere, spostare il monumento? È la richiesta che emerge di tanto in tanto. Ed è il sintomo di un rapporto problematico con la storia. I monumenti parlano, è vero. Ma in sé sono mucchi di pietre. Le parole che ne promanano sono il riflesso dei pensieri che si agitano nella testa di chi li guarda. Cancellare reperti o “relitti” della storia è segno di debolezza. È perché se ne ha paura. Oppure perché fanno riferimento a pulsioni cui non è estraneo nemmeno chi urla alla condanna. Nella fattispecie il nazionalismo.

Anche la Volkspartei, recentemente, ha proposto di trasformare l’arco in un “monito per tutte le generazioni e i gruppi etnici”. La direzione del partito ha suggerito di crearvi un centro di documentazione che faccia capire alle persone “il male compiuto da fascismo e nazionalsocialismo”. Tra questi mali citiamo l’uso ideologico e strumentale della storia e il mancato rispetto per le differenze culturali. Sono difetti di cui non ci si libera certo attribuendo colpe a manufatti di marmo. Parafrasando Einstein: è più facile abbattere un monumento che un pregiudizio.

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