Blockfrei

L’Adige – 24.9.2010

Per capire l’atteggiamento della Südtiroler Volkspartei nei confronti della politica nazionale è forse più utile interpellare lo psicologo prima del politologo. E’ un po’ come quando si vive in una casa, in una famiglia che non è la propria. Si cerca un modus vivendi con chi ci ospita, si ottempera ai propri doveri dettati dalla necessità di convivere, ma si mantiene pur sempre una certa distanza. Non si è davvero interessati alla sorte di quel luogo, di quel gruppo umano, se non nella misura in cui, giorno per giorno, possono emergere piccoli o grandi problemi da risolvere lì per lì. E si rimane convinti che alla prima occasione buona si andrà ad abitare per conto proprio.

Tradotto in politica, pensando ai rapporti della Svp con le forze governative e di opposizione a livello nazionale, questo atteggiamento si chiama “equidistanza”. Più espressiva la parola usata dallo stesso partito di raccolta per definire la propria posizione: “blockfrei”. Cioè fuori dai blocchi. Meglio ancora “liberi dai blocchi” oppure “senza appartenenza”. Né a destra, né a sinistra e nemmeno al centro, a meno che per centro non si intenda quella terra di nessuno, quel campo incolto a cui destra e sinistra si rivolgono quando hanno finito le scorte. Un po’ quello che accade in questi giorni.

Non è che la Svp sia indifferente alle idee e alle ideologie. Nient’affatto. Tuttavia la sua mission non è mai stata quella di schierarsi per l’una o per l’altra ipotesi di sviluppo nazionale, semplicemente per il fatto che essa non è interessata alle sorti dello stato entro i cui confini il Sudtirolo è incluso, se non per i riflessi che la situazione nazionale può avere su quella locale. Tendenzialmente si tratta di un partito di centro, con una forte connotazione cattolica (almeno alla nascita) che convive con un’impostazione liberale. Nella Volkspartei c’è posto per posizioni nazionaliste e per impostazioni laburiste, per quanto minoritarie. Non per nulla si tratta di un “partito di raccolta”. Ovvero di una coalizione permanente, per così dire, “di unità nazionale”, laddove la “nazione” è il gruppo di lingua tedesca (e parte del gruppo ladino).

Il punto di riferimento al di là delle frontiere provinciali non è l’Italia quanto piuttosto la costruenda regione europea e l’Europa. E la patria (anzi “matria”) è l’Austria. “Il Sudtirolo fu per secoli parte dell’Austria. Come conseguenza della prima guerra mondiale esso fu separato dalla ‘matria’ (Mutterland). Questa ingiustizia storica continua ad essere sentita dalla Svp e dal popolo sudtirolese. L’istanza di una appartenenza spirituale e culturale del Sudtirolo alla patria austriaca, all’area di lingua tedesca e all’area culturale mitteleuropea è e rimane un elemento essenziale per la costruzione del nostro specifico sviluppo”. Così sta scritto nel “programma fondamentale” approvato dal partito nel maggio del 1993, pochi mesi dopo la chiusura ufficiale della vertenza tra Austria e Italia. E ancora: “Nel futuro resta un punto fermo della politica della Südtiroler Volkspartei il superamento delle conseguenze dell’annessione del 1919 e di sviluppare, attraverso la graduale cancellazione dei confini, il rapporto di vicinanza con l’Austria come colonna permanente dell’esistenza dei gruppi etnici tedesco e ladino”.

La meta da perseguire è la ricostituzione dell’unità del vecchio Tirolo, anche se non necessariamente in chiave etnocentrica. “E’ compito della politica responsabile in Sudtirolo ristabilire questa unità a tutti i livelli e con tutti i mezzi del diritto e della politica. Un grande obiettivo è perciò la creazione di una regione europea tirolese plurilingue e federalistica nel contesto del sistema federalista europeo”.

La Svp, nelle sue linee programmatiche, riconosce certo che in Alto Adige tre gruppi linguistici hanno il loro “Lebensraum” e che essi “si sforzano, secondo le regole basilari della libertà democratica e della tolleranza, di condurre la propria esistenza in modo armonico e nel reciproco rispetto“. Tuttavia si sottolinea che “il Sudtirolo è stato assegnato allo stato italiano contro la volontà della sua popolazione e finora non ha mai potuto decidere liberamente della propria appartenenza statuale”. “I sudtirolesi si distinguono dalla popolazione dello stato (Staatsvolk) per la lingua, la cultura, così come per usi e costumi e hanno anche per il futuro il diritto di condurre un’esistenza che tenga conto di queste differenze che lo stato deve rispettare”.

Nel 1993, d’accordo, c’era la necessità di mettere i puntini sulle “i” poiché si temeva che l’Austria, chiusa la questione, cessasse di svolgere verso l’Alto Adige il suo ruolo di potenza tutrice. Tuttavia le motivazioni di fondo restano invariate anche a diciassette anni di distanza. E da queste ben si capisce come essere “blockfrei” sia una scelta logica e coerente. Significa non volersi intromettere in qualcosa che si sente come sostanzialmente estraneo. E’ anche più comodo, per molti versi. Non essendoci legami ideali o ideologici, cadono anche gli scrupoli. Così un voto di appoggio può essere mercanteggiato, come più volte è avvenuto nella storia del dopoguerra. In altre occasione la Svp si è compromessa maggiormente. Col centrosinistra esiste di fatto un’alleanza organica nelle amministrazioni locali (tranne Merano) e per l’elezione del deputato della Bassa Atesina. Ma anche in questo caso non si tratta di una scelta ideale (non per tutti, almeno), quanto dell’opportunità di governare e dialogare con coloro che, in fin dei conti, hanno collaborato alla creazione e garantiscono una gestione equa e vantaggiosa dell’autonomia.

Per la Svp l’essere “blockfrei” attualmente è anche il pretesto per riflettere sul proprio futuro. Non è chiaro come evolverà l’Europa, né il ruolo che in essa avranno le “nazionalità”, tra le quali la più numerosa è proprio quella di lingua tedesca. Intanto nel sistema Italia in cui nessuno osa esporsi sul serio, conviene mantenersi le mani libere. Le ragioni dell’equidistanza le ha ribadite pochi giorni fa l’Obmann Richard Theiner: „La ‚Blockfreiheit’ della Svp non  è in discussione”, ha detto. “Un rapporto corretto con Roma resta per noi molto importante indipendentemente da chi sia al governo”. Poiché l’“unico parametro per il nostro lavoro nel parlamento romano sono ieri come oggi gli effetti che esso può avere sul Sudtirolo”. Più chiaro di così… Si può non essere d’accordo, ma la logica è questa. E per dirla tutta: è comunque una posizione più dignitosa di quella di chi considera l’unico parametro del suo lavoro politico a Roma gli effetti che esso può avere sul proprio portafoglio.

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