L’Adige – 16.9.2010
Claus Gatterer, nel raccontare le forme storiche dell’“inimicizia ereditaria” che contrapponeva le nazionalità (oggi si direbbe “i gruppi linguistici”) della vecchia Austria, parlò di “guerra delle scuole”. “Era una guerra – scrisse – in cui lavagne e gessetti servivano da armi, scuole e asili da fortezze e trincee, maestre e maestri si sentivano soldati in prima linea sul fronte delle nazionalità e come tali si battevano”.
Un conflitto combattuto in primo luogo dalle cosiddette “società nazionali” (la Lega nazionale, la Pro cultura, la Dante Alighieri e la Trento e Trieste; il Deutscher Schulverein, lo Schulverein Südmark, il Tiroler Volksbund) ma che coinvolgeva poi l’intera società, dalle famiglie degli alunni alla classe dirigente, e di cui una vittima illustre fu il vescovo Endrici. Il campo di battaglia erano in Trentino le isole linguistiche, in Alto Adige e altrove le zone mistilingui. Ovunque la scuola diventava lo strumento per imporre agli altri la propria lingua e cultura.
Con la fine del ‘700 in Europa veniva introdotto l’obbligo scolastico. L’istruzione, per fortuna, non era più appannaggio di pochi, ma diveniva bene comune e diffuso. Tuttavia leggere e scrivere conduce alla consapevolezza dello strumento “lingua”. Ovviamente non più il latino, linguaggio universale (ed elitario), ma le lingue nazionali, sintesi di una miriade di dialetti cangianti di valle in valle, di provincia in provincia. Questa unificazione/frammentazione linguistica è una delle premesse oggettive (non certo la causa) del nascere, di lì a poco, dei vari nazionalismi. Del sorgere dell’idea di nazione per la quale la lingua comune, appunto, è elemento fondante. Questa lingua la si apprende essenzialmente a scuola, ancora prima che in famiglia. Si capisce bene dunque come mai proprio la scuola, in epoca nazionalista, diventi la trincea, la fortezza nella quale arroccarsi e dalla quale aprire il fuoco sul nemico ereditario.
Se ancora oggi in Sudtirolo il sistema scolastico fatica non poco a promuovere l’idea e la pratica del bilinguismo, ciò è dovuto anche a questa pesante eredità storica. La scuola concepita come roccaforte è ben diversa da un’istituzione chiamata ad essere ponte, piazza, luogo di comunicazione. Lo può diventare solo qualora cadessero paure e timori.

Ancora nel 1911 nell’inaugurare una scuola a Merano dove una buona percentuale degli alunni era di lingua italiana, il presidente del consiglio scolastico sottolineava: “Esigiamo che i bambini in questo edificio siano educati ad essere tedeschi”. Pochi anni dopo il ministro dell’istruzione del governo italiano, Gentile, avrebbe imposto che in quella stessa struttura gli alunni fossero educati alla lingua e alla cultura italiana. “Hinc ceteros excoluimus lingua legibus arti bus”, recita ancora oggi l’iscrizione sul monumento alla Vittoria di Bolzano. Altro che bilinguismo.
Malgrado anni di studio della seconda lingua (per gli italiani il tedesco e viceversa), il grado di apprendimento degli studenti altoatesini di entrambi i gruppi linguistici non è considerato all’altezza della situazione. La sovrintendente scolastica Nicoletta Minnei ne ha parlato pochi giorni fa in termini di sfida. E l’assessore competente, Christian Tommasini, considera la formazione di cittadini plurilingui un punto qualificante della politica scolastica. “Negli ultimi anni la società altoatesina è maturata, oggi sempre più famiglie sono consapevoli dell’importanza del plurilinguismo e chiedono giustamente alle nostre scuole di migliorare l’insegnamento della seconda lingua”. Il deficit linguistico colpisce tradizionalmente di più il gruppo di lingua italiana. È paradossale che, come accade, si debba andare all’estero a raccogliere gli stessi frutti che crescono copiosi nel campo del vicino.
Al di là delle questioni metodologiche, esistono motivi di carattere culturale e sociale (oltre quelli già citati di ordine storico). Un primo ostacolo è la difficoltà a praticare nell’ambiente quotidiano le competenze linguistiche maturate a scuola. Sui banchi si apprende la lingua standard, per strada si parla principalmente il dialetto. I concittadini di lingua tedesca conoscono per lo più a sufficienza l’italiano, perciò di fronte alle difficoltà linguistiche dell’interlocutore, parlano la sua lingua e buonanotte. Di qui la necessità, per una pratica linguistica obbligata, di soggiornare in Austria o in Germania.
Venendo al metodo, ha dato buoni frutti la sperimentazione della cosiddetta “immersione”. Il concetto è semplice: trasformare la lingua da imparare da materia scolastica a strumento. Ad esempio: il tedesco mi serve per imparare la geografia. In tal modo si recupera la funzione originaria della lingua, che è appunto quella di essere strumento di comunicazione. È ciò che avviene per coloro che si ritrovano in un ambiente dove tutti parlano un’altra lingua. Si è “costretti” ad apprenderla se si vuole sopravvivere. E ciò avviene spesso in tempi relativamente rapidi. Tuttavia il metodo dell’immersione ha incontrato forti resistenze da parte della Svp che teme venga snaturato il modello scolastico altoatesino, basato su una rigida suddivisione tra istituti a lingua di insegnamento italiana e tedesca.
Un altro ostacolo allo sviluppo del bilinguismo è dato da una società nella quale di regola tutto è diviso per gruppi linguistici. Nella pratica non è sempre così, però scuole, comunità religiose, associazioni, tutto tende a coagularsi attorno all’appartenenza linguistica. Perciò le occasioni di incontro e di scambio si restringono e dipendono dalla buona volontà dei singoli.
La buona volontà, appunto. Perché in fin dei conti ogni apprendimento dipende anche dalla volontà, la quale si fonda sulla motivazione. Sembra banale, ma per imparare una lingua bisogna essere convinti che ciò sia utile, giusto, buono. Non solo: è necessaria un’immagine positiva della cultura di cui quella lingua è espressione. È chiaro che quegli altoatesini che vedono i loro concittadini tedeschi come un gruppo ostile e come, per dirla con Gatterer, il “nemico ereditario”, saranno ben poco motivati ad apprenderne la lingua. È quanto è accaduto per decenni.
In questa situazione paradossale ma reale, la scuola certamente può fare molto, ma non tutto. La responsabilità è della classe dirigente nel suo complesso, degli organi di informazione, ma anche delle singole famiglie e di ogni cittadino. Razionalmente ognuno concorda nel dire che “conoscere le lingue è più bello” (come recita lo slogan di una specifica campagna condotta l’anno scorso dalla provincia di Bolzano). Nella pratica la questione è un po’ più complessa.