Autonomia

L’Adige – 30.8.2010

È l’essere “diversi” che giustifica l’autonomia? L’essere, ad esempio, una minoranza linguistica? L’autonomia è una situazione di eccezione o può divenire la norma? In tutti gli ordinamenti e le organizzazioni sociali esiste una tensione continua (una ricerca di equilibrio) tra centralismo e decentramento, tra omologazione e autonomia. Fino a che punto è giusto codificare regole che debbano valere per tutti o invece lasciare alle comunità più ristrette la libertà di elaborare norme adatte al loro contesto specifico ma non ad altri?

In ogni caso si corrono dei rischi. Il centralismo porta fatalmente, come diceva don Lorenzo Milani, “a far parti uguali tra disuguali”. L’autonomia conduce a situazioni in cui chi ha più risorse ed è in grado di amministrarle in modo assennato cammina più veloce degli altri, siano essi meno fortunati o meno capaci.

Se è l’essere “diversi” che giustifica l’autonomia, come sembra il caso della provincia di Bolzano (e, coi dovuti distinguo, del Trentino), allora bisogna intendersi su quali siano le diversità che contano. È la lingua? È la cultura? È un diverso itinerario storico? È il trovarsi sul confine?

Sia il centralismo nazionale che l’autonomismo localista risentono molto (e ne hanno necessità) di costruzioni ideologiche. Il fatto che essi abbiano “bisogno di eroi”, denota una loro intrinseca debolezza. Poco importa davvero se questi eroi si chiamino Battisti, Chiesa, Filzi o Hofer. O se i miti fondanti siano il Risorgimento o la lotta di liberazione dai franco-bavaresi. Il fatto è che queste cose servono sempre per sentirsi “uguali tra di noi” ma “diversi dagli altri”. Servono a creare identità e indurre identificazione. Non c’è affatto da stupirsi di questo, ma da prenderne atto. Ecco, nel 2010 sarebbe auspicabile poter guardare a questi eroi e a questi miti con una certa dose di distacco e rilassatezza. È più sano.

Ma chiediamoci, pensando soprattutto a Bolzano, da dove nasce storicamente l’autonomia. Se in Sudtirolo non ci fossero le minoranze tedesca e ladina, ci sarebbe l’autonomia? Probabilmente no. Ma ciò non è ancora sufficiente. Anche negli anni Venti e Trenta del Novecento esistevano le minoranze, ma non certo l’autonomia. Anzi, il regime di allora applicò una politica volta alla snazionalizzazione e alla omologazione in chiave nazionale e nazionalista (citando Battisti e, paradosso!, persino Hofer). Il presupposto di un’autonomia in favore dei gruppi minoritari è l’acquisizione del principio secondo il quale le minoranze linguistiche vanno tutelate (articolo 6 della Costituzione) perché valorizzando le diversità culturali si contribuisce al bene comune. Una concezione nient’affatto scontata. Nemmeno oggi. Un’idea molto laica (sul piano nazionale) che non ha per nulla bisogno di miti o di eroi. Semmai della ragione e del buon senso e della partecipazione dei comuni cittadini.

Ma non basta “essere diversi” per meritare un’autonomia in cui “piovono euro”. Il caso altoatesino è emblematico. L’autonomia nasce per motivi “etnici”, ma il suo obiettivo principale non è più la tutela dei gruppi, bensì la loro pacifica convivenza. Basta leggere il testo dello statuto e le sue norme per capire che chi le ha formulate, come spiegava Alex Langer, aveva pensato ad un sistema di “scatole cinesi”: lo statuto “appariva concepito più per obbligare tutte le parti in causa a cercare il reciproco accordo e consenso, che non come quel meccanismo di ritorsioni e ricatti vicendevoli, che poi almeno in parte è diventato”. Lo è diventato proprio perché ancora prevale l’idea della tutela del proprio gruppo su quella della convivenza. Senza capire che non c’è pacifica convivenza senza il rispetto di tutte le diversità e che le diversità possono essere tutelate solo in una società in cui prevalga la convinzione che la multicultura è un valore.

L’autonomia è stata concepita come autonomia “del territorio”. Ovvero delle popolazioni che vivono su quel determinato territorio, ognuna con la sua identità ma facenti parti, in definitiva, di un’unica variegata comunità della quale tutti sono responsabili.

Ma c’è di più. È un’autonomia che riceve significato non solo dal fatto che essa consente a gruppi diversi di evitare di porsi in conflitto, ma anche perché in tal modo diventa un contributo, mi si perdoni la banalità dell’espressione, alla pace nel mondo. Suona banale, ma è così. Rileggiamo un passaggio chiave dell’intervista al presidente Luis Durnwalder: “Le popolazioni di confine, oggi, hanno un ruolo europeo. Prima chi viveva sul confine stava lì per difenderlo, adesso sta lì per garantire il passaggio morbido tra un territorio verso l’altro. Questo è il nuovo compito europeo che hanno le zone come le nostre. Garantire un passaggio morbido in modo che non si sentano più i confini. Per questo motivo è giusto che Trento guardi verso Verona però anche verso Innsbruck”.

Letta in quest’ottica l’autonomia trentina e quella altoatesina, i contatti con Innsbruck, l’Euregio, tutto ciò risulta molto più significativo di quanto possa sembrare vedendo le cose da Roma, Venezia o Milano.

Le risorse impiegate per costruire ponti, superare confini ed abbattere muri, per quanto ingenti, sono sempre ben spese.

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