Contaminazioni

L’Adige – 14.8.2010

Nel suo libro sulla cucina nelle Dolomiti altoatesine, ormai vecchio di un quarto di secolo, l’autrice Anneliese Kompatscher dedica una sezione alla “cucina italiana locale”, volendo “raccogliere molte specialità tipicamente italiane, che ormai hanno conquistato un posto fisso nella cucina locale”. Un approccio di tipo gastronomico alle relazioni interculturali darebbe senza dubbio ottimi risultati. Dimostrerebbe presto quanto costruite siano le identità culturali “pure” e quanto invece ogni cultura sia il risultato di incontri, scambi e contaminazioni.

Tuttavia non basta dire che la lasagna e lo spaghetto nel Sudtirolo sono di casa in tutti i gruppi linguistici per dimostrare che la comunità italiana, con la sua presenza più o meno massiccia nel corso dei secoli, abbia potuto contribuire all’attuale fisionomia del territorio e al modo di pensare della gente che lo abita.

Non c’è dubbio che in Alto Adige i tre gruppi linguistici tradizionali si sono influenzati e si influenzano l’un l’altro, con buona pace dei fautori della divisione ad oltranza. E non solo perché il profumo del ragù e l’odore del burro fuso scavalcano i muri e passano attraverso gli steccati. In tutti i campi il gruppo italiano ha lasciato il suo segno (così come gli altri gruppi). Ad esempio nell’economia: nell’industria e nel commercio. Oppure nella scuola e nelle politiche sociali, come per l’integrazione dei disabili. O ancora nella chiesa e nella liturgia dove una certa allegra leggerezza è considerata un antidoto “tipicamente italiano” all’altrimenti radicata cupa seriosità. Cosa sarebbe il Sudtirolo senza una Bolzano “piuttosto italiana”, o una Bassa Atesina da sempre bilingue perché “mezza trentina”. Del resto, per fare una battuta semiseria, i Magnago, i Frasnelli, i Peterlini non sono forse un effetto collaterale degli scambi tra i gruppi linguistici?

Se vogliamo dirla tutta, la secolare convivenza accanto agli italiani ha insegnato anche a molti concittadini di lingua tedesca un certo pressapochismo che sconfina a volte in una cialtroneria che è assai poco teutonica. Quando diverse culture vivono insieme si può prendere il meglio o il peggio l’una dall’altra…

Volgendo lo sguardo alla storia le contaminazioni appaiono ancora più evidenti. Osserviamo una scenetta di fine Ottocento. È il 1890 e siamo alla periferia di Merano. Il giornalista Anton Edlinger esprime con questa descrizione le sue preoccupazioni che oggi definiremmo un po’ “xenofobe”. “Oggi presso il rio Sinigo c’è una cava di pietra e dall’altra parte della strada si è stabilito un pittoresco accampamento degli operai che vi lavorano. Verso sera davanti a quelle baracche c’è un’attività colorita; vi si prepara la polenta per il pasto. (…) Dalla cantina illuminata risuonano musica e canti, e tutto ciò che si vede e si sente ha un colore ed un suono: Italia. Ci troviamo ancora su suolo tedesco, che deve rimanere e rimarrà nostro, ma sarebbe da consigliare ai nostri compatrioti dell’alta val d’Adige, di prestare attenzione a questi suoni che si sentono sempre più vivi in mezzo a loro, perché già da tempo non si limitano alle baracche”. Che un “suolo” possa essere di per sé connotato etnicamente è una convinzione che ancor oggi risuona in qualche intervento, tuttavia già allora, come pare, la realtà era ben diversa.

Lo scrittore austriaco Stefan Zweig, pochi anni più tardi, vedeva la stessa realtà con ben altri occhi, tutto affascinato (anziché intimorito) dai contrasti: Merano “fonde passato e presente in un insieme gradevole. Bianca e tuttavia immersa nel verde di parchi e giardini pubblici, si estende gradualmente verso i prati ed i vigneti, che a loro volta salgono verso le scure selve. I boschi si perdono in alto scalando le rocce, il cui grigiore viene coperto progressiva­mente dal freddo biancore delle nevi e l’alta linea dentellata delle montagne si staglia contro il blu del cielo infinito. Il ventaglio dei colori qui si apre con toni puri e chiari: nulla stride e tutti gli opposti si risolvono armoniosamente. Il nord ed il sud, la città e la campagna, la Germania e l’Italia, tutti questi aspri contrasti si fondono placidamente e persino gli elementi più ostili sembrano qui concilianti e familiari”.

Persino quella che è entrata nell’immaginario collettivo come la figura del tipico tirolese, fedele a Dio e alla patria, sarebbe il frutto dell’incontro tra le culture italiana e tedesca dopo la Riforma protestante. “La Controriforma – scrisse mons. Josef Kögl – era percorsa da una offensiva di mistici italiani pieni di entusiasmo per la fede cattolica, chiamati dagli arciduchi a Innsbruck o residenti nel Trentino. Il [benedettino] Beda Weber confronta questi estatici con una tempesta che purifica l’aria e apre la terra. I gesuiti, moderatori nella luce della ragione, ponevano poi il seme nei solchi. Beda Weber (…) sostiene la tesi, che il tipo del tirolese, col sentimento nazionale fondato sulla religione, fu creato durante la guerra dei 30 anni, sotto il protettorato di ‘principi cattolici appoggiati sul cattolicesimo d’Italia’. Fatto sta che nel 1632, da sudditi di costumi religiosi e morali assai corrotti e contadini ribelli del 1525, simpatizzanti con i protestanti, nel Tirolo e nel Trentino erano diventati ferventi cattolici. Era l’inizio di una rifioritura religiosa sviluppatasi poi specialmente nel Settecento per mezzo delle missioni popolari organizzate dai padri della compagnia di Gesù. Nel Tirolo ciò contribuiva a creare quel tipo religioso-tirolese diventato famoso nelle guerre napoleoniche e che si manteneva anche nel secolo XIX”. Detto in altre parole: Hofer e la sua rivolta sono il frutto delle contaminazioni tra cultura italiana e tedesca. Più indietro si va, più emergono le tracce di queste contaminazioni: dall’economia medievale, all’arte, alle idee. Ma non è questo il luogo per parlarne.

C’è invece un ulteriore aspetto che merita sottolineare. In Alto Adige la vicinanza e la comunicazione tra i gruppi ha un altro effetto assai positivo. È la voglia di andare oltre gli steccati identitari. “Io sono di madrelingua tedesca, nazionalità italiana e mi sento europeo”, dichiarava ad un collega un professionista bolzanino. Quel sentirsi europeo, quando non si è prigionieri di nazionalismi ed etnocentrismi, risulta molto più facile e naturale in un contesto come quello sudtirolese, dove ogni persona in cuor suo sa che la propria identità è il prodotto delle relazioni con altre culture e altre persone.

Una cultura che non si apre alle altre culture scade prima o poi nell’autoaffermazione violenta o nel folclore.

Lascia un commento