L’Adige – 11.8.2010
Anticamente, prima che i conti di Tirolo si stanziassero nell’omonimo castello ed estendessero quel nome a tutto il loro territorio, la regione a cavallo delle Alpi, questo muro/ponte tra mondo germanico e mondo latino, era detta “Terra tra i monti”. Ora, sono proprio i monti, soprattutto essi, ad attrarre ogni anno in questi luoghi milioni di turisti. Nel solo Alto Adige, secondo il locale Istituto di statistica (Astat), ci sono stati oltre cinque milioni di arrivi negli alberghi nel corso dell’anno passato. Ma basta un bel paesaggio a garantire un costante bilancio in attivo all’industria del forestiero?
Racconta la leggenda che quando Dio creò la “Terra tra i monti” la cosa gli parve ben fatta. Ma chi mai avrebbe voluto abitarci in una terra bella sì, ma poco adatta alla vita comoda? Il montanaro non era per nulla contento della sua sorte, fatta di sudore e fatica. Il Padreterno, si narra, creò dunque “tramonti di perla e albe rosse come il fuoco, fece ghiribizzi di nuvole sulle montagne, gelò le nevi. Il montanaro scuoteva la testa. ‘Cosa mangio io? Sassi e bello, polenta e unghie?’” Allora il Creatore “prese un pezzettino di roccia, due pezzettini di abete, un po’ di prati verdi, due gocce di lago alpino e li ficcò nel cuore del montanaro. ‘Tu senza queste cose non potrai vivere’, disse. ‘Andrai dove vuoi, ma per morire tornerai qui, perché solo qui è la tua casa, la tua Heimat’. E così fu” (cfr. Dal Lago/Locher, Leggende e racconti del Trentino-Alto Adige, Newton Compton).

Questa storiella per dire che un paese non è semplicemente una merce da mettere in vendita o da sfruttare in termini economici. È qualcosa che fa parte della propria esperienza di vita, della propria storia, della propria identità. È, per dirla con la saga, nel cuore dei suoi abitanti. Suona forse un tantino retorico, ma alla base di una politica turistica rispettosa del territorio, c’è questo amore per la propria terra. Il sentirsi legati ad essa. Non necessariamente per validi motivi o con nobili conseguenze. In Sudtirolo la tutela e lo sviluppo del patrimonio paesaggistico ed urbanistico sono tradizionalmente legati anche alla salvaguardia delle caratteristiche etniche (vere o presunte) della popolazione. Per capire l’ambiguità di cui si sta parlando, basta andarsi a rivedere i proclami legati ai referendum popolari svoltisi in provincia di Bolzano nell’ottobre 2009. Questioni ambientali si legavano a slogan contro la “svendita del territorio”, l’ambientalismo verde e democratico all’etnicismo populista delle nuove destre.
Le implicazioni culturali, identitarie e anche politiche contribuiscono in modo più o meno diretto a dare un volto alle città, alle borgate e alle valli dell’Alto Adige. Ed è proprio questo quel qualcosa in più che rende il territorio più vero agli occhi dei suoi ospiti, qualunque sia la loro origine. Il Sudtirolo appare ai turisti meno artificiale di altre regioni perché tra i suoi monti aleggiano passioni reali e, a loro modo, autentiche.
Per capire cosa sia il turismo in Alto Adige e le sue connessioni storiche, politiche, culturali, identitarie, basterebbe raccontare la storia di Merano che, assieme a qualche località dolomitica, ha il primato di più antico centro turistico della provincia. Non per nulla oggi è sede del Touriseum, il Museo provinciale del turismo, nel castello che l’imperatrice Sissi nobilitò, dal 1870, con la sua presenza.
Quello di Merano fu uno sviluppo sofferto, proprio perché si trattava di conciliare apertura a chi è diverso e identità. Un esempio: nel 1861, quando l’Austria decretò la libertà religiosa e la possibilità da parte di comunità protestanti di insediarsi anche nell’antica capitale del Tirolo, la popolazione cattolica della città insorse (sia pure con mezzi pacifici) e salì sui monti ad accendere fuochi inneggianti all’unità religiosa (ovvero all’intolleranza). Proclamava in questo modo la sua identità a costo di darsi malamente la zappa sui piedi, giacché i protestanti a Merano erano arrivati appunto come turisti. Erano cioè coloro che, con la loro presenza, davano senso allo sviluppo economico e urbanistico della città del Passirio. Benché detestabile, quell’arroccamento a difesa della propria tradizione esprimeva passioni reali e vive. “Bel paese, brutta gente”, avrebbe commentato Claus Gatterer. Nel senso che i limiti presenti nelle relazioni umane, l’esasperazione di particolari altrimenti insignificanti (vedi la disputa sui toponimi) fanno parte di una stessa indivisibile realtà. E la rendono attraente.
Naturalmente ci sono anche altri elementi. Si è già detto della programmazione urbanistica e paesaggistica. Si potrebbe dire della valenza delle norme sul maso chiuso che impediscono l’abbandono della montagna, così come dei contributi pubblici e delle facilitazioni per coloro che, accanto al maso, aprono una piccola attività turistica. Tutto ciò contribuisce.
Il turismo di successo presuppone una certa coscienza culturale. Qualche anno fa Pietro Citati, su Repubblica, aveva denunciato il fatto che “i sudtirolesi, dopo aver salvato valli bellissime, sembrano oggi animati da un’immaginazione suicida”. Il riferimento era a certi scempi urbanistici. “Questo disastro ha una ragione”, diceva Citati: “Nel Sudtirolo è scomparsa la figura del Sovrintendente ai Beni culturali, ridotto a semplice funzionario”. Come dire, appunto: se manca la cultura, il turismo resta solo un affare economico e come tale si limiterà ad affittare, a vendere e prima o poi a svendere un dato territorio.