Nomi come armi

L’Adige – 24.7.2010

Qualcuno ha detto che la logica della pace sta nell’“et-et” e non nell’“aut-aut”. Su quest’affermazione è facile essere fraintesi. Non si tratta infatti di cadere nel cosiddetto “relativismo” secondo il quale una cosa sempre vale l’altra e tutte le opzioni possibili risultano ugualmente legittimate. Per fare un esempio: tra una scelta giusta ed una ingiusta si pone – in senso etico – un aut-aut, non certo un et-et. Cioè: agire giustamente o ingiustamente non è affatto la stessa cosa e non ha senso agire sia in modo giusto che in modo ingiusto. Una cosa esclude l’altra. Ma laddove la presenza di un elemento non pregiudica l’esistenza di altri aspetti, allora imporre la scelta esclusiva dell’uno e dell’altro può significare operare con violenza. Garantire invece la compresenza (et-et) vuol dire invece lavorare per la convivenza pacifica di cose o persone che sono diverse, ma non per questo incompatibili.

Un campo di applicazione di questi pensieri è la toponomastica altoatesina della quale ogni giorno che passa si sente dire ogni cosa possibile. Anche qui: ben vengano tutte le idee (et-et) però poi sarà necessario bisognerà scegliere tra il bene comune o per gli interessi di una sola parte, dato che una cosa esclude l’altra (aut-aut).

È bene ricordare che i nomi di luogo nel Sudtirolo e in generale nei Paesi dove convivono diverse culture e tradizioni non sono una questione che riguardi solamente la geografia, la cartografia o la linguistica. Essi assumono un valore simbolico, a volte ideologico e in ogni caso politico.

Per il singolo cittadino il nome di un luogo è spesso uno strumento per entrare in relazione col territorio. Come tra persone che vogliono comunicare per prima cosa ci si presenta, si dice il proprio nome, così avviene con le cose ed i luoghi. Naturalmente questo “dare un nome” alle cose ha a che fare con la propria cultura e la propria lingua. Ovvero: il nome non è di per sé una caratteristica intrinseca della cosa, ma è il segno di una relazione tra me e la cosa. Il mio stesso nome proprio è il sigillo di una relazione tra me e i miei genitori. Non sono nato con quel nome scritto in fronte, ma mi è stato dato. Ne consegue che ogni cosa (persone a parte) può avere tanti nomi quante sono le lingue degli uomini (almeno da Babele in poi) poiché il nome, è importante ribadirlo, esprime una relazione tra la persona e la cosa, tra la persona e il luogo.

Sul piano politico i nomi di luogo, proprio perché sono legati alle persone e alla loro cultura, possono diventare un’arma impropria. Nella nostra regione di frontiera spesso è stato così. Pensiamo a quando, a suo tempo, fu proibito l’uso del nome “Trentino” oppure, più tardi, del nome “Tirolo”, o ancora, durante la Grande Guerra, quando si procedette alla tedeschizzazione di parte della toponomastica  trentina. Ma non c’è dubbio che l’opera più sistematica di snazionalizzazione attraverso la toponomastica fu attuata in Alto Adige sotto il regime fascista, prendendo spunto dagli studi e dalle teorie di Ettore Tolomei. Allora come (ahimè) anche oggi, i nomi servivano per marcare il territorio. Scriveva Tolomei nell’introdurre il suo “Prontuario”: “Nell’atto di riprendere il proprio suolo fino ai termini sacri, di riunire alla Patria i lembi avulsi della Regione Veneta, in parte inquinati nei secoli da genti straniere, l’Italia doveva affermare il suo diritto e il suo genio reimprimendo con tutti i nomi dei monti e delle acque, delle città e dei paesi, fino all’ultimo casolare, il sigillo perenne del nazionale dominio”.

Non si può fare a meno di definire aberrante questo modo di ragionare. Ma lo facciamo noi, con le nostre categorie mentali odierne. Del resto esso è un’espressione tipica ed esplicita di quel nazionalismo che ha sconvolto l’Europa nel corso del ‘900 e di cui oggi ancora portiamo le conseguenze. Lo stesso Tolomei, prototipo del nazionalista nostrano, era ben consapevole di utilizzare i toponimi per scopi politici. In particolare nel corso della prima guerra mondiale, scrisse, la toponomastica “cessava d’essere uno studio di solo interesse scientifico per diventare un’urgente necessità nazionale militare e politica”.

Ciò che accade in Alto Adige da una ventina d’anni a questa parte non si discosta più di tanto, purtroppo, da questo modo di ragionare anche se ora si applica il criterio nazionalista dell’aut-aut in modo forse inconsapevole e comunque non esplicito. La rivendicazione da parte di settori della Svp e della destra di lingua tedesca consiste sostanzialmente nel cancellare la toponomastica introdotta a suo tempo grazie anche all’opera di Tolomei in quanto essa rappresenterebbe un sacrilegio culturale ed una falsificazione della storia del territorio. Il ragionamento è insidioso. Da un lato esso è vero: l’opera di Tolomei fu una falsificazione. Dall’altra è falso: quei nomi ormai sono entrati a far parte della storia (che non si ferma nel 1918) e sono elementi importanti del patrimonio identitario della comunità di lingua italiana (e non solo). Per riprendere il concetto di cui sopra: quei nomi (comunque essi siano nati) mettono i sudtirolesi di lingua italiana in comunicazione, in relazione col territorio di cui sono figli.

Riemerge, a livello ideologico, la vecchia idea secondo la quale un territorio è connotato etnicamente quasi “per natura” (anziché essere popolato da persone che hanno esse i loro riferimenti culturali). In realtà, a seconda di chi ha il potere di “imprimere il sigillo perenne del nazionale dominio” – per dirla con Tolomei – ovvero di “dare i nomi alle cose”, un territorio appare di volta in volta italiano o tedesco.

Forse la realtà però è meno legata a questioni ideali. I nomi diventano uno strumento di pressione, una merce di scambio nel senso che si solleva questo problema (di per sé giuridicamente inesistente) per aprirne altri. Di fatto si è trattato di una spada di Damocle sulla pacifica convivenza, almeno a giudicare dalle conseguenze. In questi vent’anni il tema della toponomastica è servito più che altro ad alimentare nel gruppo italiano quel cosiddetto “disagio” che deriva dal sentirsi spinti in un angolo minoritario sul piano della politica, dell’economia e della cultura. Alex Langer, che bene intuiva umori ed equilibri, aveva definito così la proposta di legge tendente a cancellare buona parte dei nomi italiani: “un avviso di sfratto”.

E’ probabile che a suo tempo coloro che hanno codificato le regole della pacifica convivenza in Sudtirolo elaborando l’autonomia per la Regione Trentino Alto Adige fossero consapevoli o almeno intuissero tutte queste implicazioni. Infatti lo statuto è chiaro: la Provincia è competente a legiferare sulla toponomastica “fermo restando l’obbligo della bilinguità nel territorio della provincia di Bolzano”. I cartelli plurilingui, per così dire, sono oggi il “sigillo” sulla multiculturalità di un territorio. E’ di intuizione immediata che aggiungere un nome non toglie niente a nessuno, cancellarlo apre ferite e crea malumori. Quindi si cancella proprio per aprire ferite e creare malumori.

I padri dell’autonomia erano uomini e donne, politicamente parlando, di diversa statura rispetto a chi attualmente ne detiene l’eredità? Oppure semplicemente sapevano, avendo conosciuto guerre, dittature e repressioni, che la logica della pace sta nell’ et-et e non nell’aut-aut?

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