Continuare in ciò che è giusto

L’Adige – 3.7.2010

Ho ripensato spesso in questi quindici anni a quelle parole contenute nell’ultimo messaggio lasciato da Alex Langer prima di andarsene: “Seid nicht traurig, macht weiter, was gut war” (“Non siate tristi, continuate ad impegnarvi in ciò che era giusto”).

È il passaggio di un testimone. Al tempo stesso questa frase offre indicazioni che vengono dal profondo di un’anima che ha annullato se stessa fino a toccare i limiti propri, associati a quelli della realtà circostante, delle altre persone, dei compagni di viaggio. Partito dal confine – dove era nato – Alex si è ritrovato su quella stessa frontiera. Che è il luogo della contraddizione, perché è sul confine che si va incontro alla verità. È lì che ci si apre o ci si chiude alla comunicazione, che si fa il passo necessario ad andare oltre, che si decide se varcare e far varcare la soglia, che ci si riconosce necessariamente in relazione con tutti coloro che, mai per caso, si presentano sul nostro cammino.

“Non siate tristi”, scrisse Langer. Un’esortazione rivolta a chi lo aveva accompagnato, osservato, stimato, rincorso. Pronunciata nel momento della massima solitudine – lui solo davanti all’albicocco di Pian de’ Giullari – questa frase riluce di molteplici sfumature. È un commiato. Si è tristi quando una persona cara parte e non si sa se e quando tornerà. In qualche modo quel “non siate tristi” è un arrivederci. O un “restiamo in comunicazione”. È anche il riconoscimento dell’importanza primaria, nell’impegnarsi per un mondo più giusto, di coltivare le relazioni con le persone. Familiari, amici, compagni di viaggio non possono essere sacrificati sull’altare dell’ideale. Essi ne sono parte integrante. Chi investe tutta la sua vita per il bene comune è spesso solo con la sua fatica, ma è lì per gli altri, non per crogiolarsi nella sua eroica solitudine.

E tuttavia la solitudine è dimensione imprescindibile. Chi punta in alto sa che il peso della salita può essere fatale. Sa che i suoi sforzi saranno probabilmente coronati dall’insuccesso. Poco prima di quel 3 luglio 1995 Langer scriveva che “l’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. Cioè muore o rinasce sul confine, nella sfida di comunicare, di non mollarsi, di non andare ognuno per la sua strada.

Tre anni prima, per ricordare Petra Kelly, scomparsa tragicamente nell’ottobre 1992, Langer aveva scritto così: “Forse è troppo arduo essere individualmente dei ‘portatori di speranza’ (Hoffnungsträger): troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Quasi un’anticipazione del suo destino: non si può, non si deve essere da soli nella traversata. Due anni prima Alex, a questo proposito, aveva evocato il personaggio leggendario di san Cristoforo. “Perché mi rivolgo a te, alle soglie dell’anno 2000?”, si chiedeva nella sua “lettera”. “Perché  penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinanzi a noi”.

Quel giorno, a Pian de’ Giullari, Langer dubitò di farcela. Ma – ecco l’importante – non rimpianse il cammino percorso e non rinnegò affatto i motivi ideali che lo avevano spinto nel suo impegno fin da molto giovane. Le sue ultime parole – “continuate in ciò che era giusto” – sono lì a testimoniarlo. È anche un attestato di umiltà. Come dire: forse non tutto ciò che abbiamo fatto era giusto. È importante, lungo la strada, imparare a distinguere ciò che conta da ciò che è solo abbaglio.

Scriveva ancora a san Cristoforo: “Ormai pare che tutte le grandi cause riconosciute come tali, molte delle quali senz’altro importanti e illustri, siano state servite, anche con dedizione, e abbiano abbondantemente deluso. Quanti abbagli, quanti inganni e auto-inganni, quanti fallimenti, quante conseguenze non volute (e non più reversibili) di scelte e invenzioni ritenute generose e provvide”. E faceva queste riflessioni: “Il motto dei moderni giochi olimpici è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata: ‘citius, altius, fortius’, più veloci, più alti, più forti, si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi… competere, insomma. La corsa al ‘più’ trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile e incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il tempo del progresso dominato da una legge dell’utilità definita ‘economia’ e da una legge della scienza definita ‘tecnologia’ – poco importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia trattato”.

Al motto olimpico Alex contrapponeva un “lentius, profundius, suavius”, secondo l’idea che sia ormai necessario “riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero ‘regresso’, rispetto al ‘più veloce, più alto, più forte’. Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi”.

Parole profetiche che oggi, di fronte alla miseria ideale nella quale è impantanata la politica italiana, fanno rimpiangere Alex Langer, l’uomo, il politico, l’amico. “Non siate tristi”: sì, va bene, ma non è facile.

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