L’Adige – 24.6.2010
Quanto soleva ripetere Silvius Magnago è divenuto per molti esponenti della classe dirigente di lingua tedesca in Alto Adige quasi una parola d’ordine (o una posa?): “La mia Heimat è il Sudtirolo, la mia patria è l’Austria, il mio stato l’Italia”. Una sovrapposizione di realtà e di idee che, benché lungi dal farlo in modo esaustivo, rende a sufficienza l’idea della complessità della situazione in una terra di frontiera come l’Alto Adige e come tante ce ne sono in Europa e nel mondo.
Il presidente Napolitano ha colto bene il personaggio nella sua realtà multi-identitaria, nel messaggio di cordoglio scritto all’indomani della scomparsa di Magnago: “Seppure legato alle sue radici culturali, seppe dedicarsi con lungimiranza al processo di integrazione della comunità altoatesina di lingua tedesca nell’ambito della repubblica italiana, contribuendo a trasfonderne il principio di valorizzazione delle autonomie locali in quel pacchetto di misure di speciale autonomia di cui fu autore e principale garante e che hanno reso possibile il comune, pacifico radicamento in una terra di frontiera di popolazioni diverse innanzitutto per lingua”.
Andreas Khol, esponente della Volkspartei austriaca, per anni referente per la questione altoatesina, ha definito Magnago “un grande statista altoatesino di dimensione europea”, aggiungendo che l’Austria perde “un grande patriota, un grande austriaco”. Heimat, patria, stato: come ha scritto recentemente Lucio Caracciolo, “tenere insieme queste tre appartenenze in un contesto multietnico è il miracolo finora riuscito nel Sudtirolo/Alto Adige. Altrove questa miscela può esplodere”.

Quest’intreccio incoerente di identità, questo sovrapporsi di etichette si complica ulteriormente se ai concetti di patria, di stato e di Heimat, aggiungiamo quello di “nazione”. In qualsiasi (o quasi) regione italiana un cittadino si riconosce appartenente ad un determinato paese o città, ad una provincia, ad una regione, allo stato, alla nazione e poi, eventualmente, anche all’Europa e al mondo. Ci sono i campionati di calcio? Ognuno tifa, ovviamente, per la “nazionale” italiana. Lo fa magari brontolando perché non condivide le scelte del ct, ma lo si dà per scontato. E se l’emittente padana esulta al gol avversario, ciò appare a tutti una nota stonata, una sciocca provocazione. In Sudtirolo non è così. Le opzioni si moltiplicano e sono tutte indicative di un atteggiamento più o meno radicato, più o meno superficiale. Gli altoatesini di lingua italiana tifano Italia (tranne coloro che non si interessano di calcio, ovviamente). Però mentre alcuni lo fanno “come” i loro connazionali del resto del Paese, c’è sempre una frangia di esaltati che considera ogni trionfo degli Azzurri una rivalsa nei confronti del gruppo tedesco (o della Volkspartei!). Andranno a manifestare sotto il Monumento alla Vittoria sventolando il tricolore non per far festa, ma per sfogare un senso represso di marginalità, rancori accumulati sul lavoro, per strada e soprattutto al bar, dove le chiacchiere istruiscono di più che le lezioni sui banchi di scuola. Tra i sudtirolesi di lingua tedesca c’è chi tifa Italia senza tante storie (almeno finché si vince), magari nei locali in gruppi interetnici. C’è chi, quando essa accede alla fase finale dei campionati, tiferebbe più volentieri per l’Austria. Oppure per entrambe le squadre, in ossequio alla duplice appartenenza. C’è – detto per inciso – chi vorrebbe una nazionale sudtirolese e basta (soprattutto nello sci, dove potrebbe competere con i migliori del mondo). Infine esiste il gruppo che tifa Germania, secondo il ragionamento che “i tedeschi tifano per i tedeschi”. Confusione? Sì, in buona parte sì, ma soprattutto complessità. Del resto questi stessi atteggiamenti valgono di fronte a questioni ben più vitali come la politica o l’economia. I (noi) sudtirolesi di ogni lingua sono (siamo) esseri particolari. Ovunque si trovino si sentono appartenenti ad una minoranza. A casa loro il confronto è con gli altri gruppi: si sentono italiani o tedeschi. Ma usciti dai confini dell’Alto Adige diventano subito altoatesini o sudtirolesi, per distinguersi dagli altri, sottolineando se possibile la loro anima multietnica e la loro parlata plurilingue. È fatale che sia così. I sudtirolesi di lingua tedesca in particolare mantengono nei confronti dello stato italiano un senso di prudente distanza. Ne rispettano le leggi, pagano le tasse, ne seguono le vicende, ma sempre con un certo distacco. Non hanno il problema di “vergognarsi di essere italiani” come spesso accade a tutti gli altri. Infatti, nel senso della nazionalità, “non sono italiani”. E non si vergognano affatto di essere cittadini italiani. Lo sono loro malgrado. Per casualità storica, non per scelta. Possono limitarsi a scuotere la testa di fronte alle italiche miserie (riguardo alla politica, alla criminalità organizzata, all’inefficienza e a tutto il resto). In Alto Adige, ormai, si va oltre certi stereotipi. In Germania i tedeschi, tradizionalmente, amano visceralmente l’Italia ma guardano agli italiani con sufficienza. In Italia, d’altro canto, dei tedeschi di Germania si ammira solamente (e si teme) l’efficienza. Noi altoatesini/sudtirolesi abbiamo imparato a relativizzare i giudizi, a stemperare i pregiudizi, a guardare i gruppi esagitati con un po’ di sano disprezzo e tutto sommato stiamo bene né di qua né di là (o in entrambi i luoghi) perché del confine, più che le tensioni e le contraddizioni, abbiamo imparato ad apprezzare la forza vitale che impone di andare oltre le identità fasulle e le appartenenze forzate.