Confini, tramonti e albe

L’Adige – 5.6.2010

Piero Agostini amava citare le parole di Joseph Roth: “Alla frontiera non si vedevano né orsi né lupi. Alla frontiera si vedevano i tramonti del mondo”.

Quanto attuale e anacronistica, quanto vera e truffaldina sia la frontiera lo si può comprendere davvero osservando i tramonti, inseguendo l’ultimo raggio di sole, schivando le ombre ed immaginando, una volta calata la notte, come potrà essere l’alba.

“Ho sempre pensato – commentava Agostini – che ogni frontiera, dalla più prossima alla più eccentrica, dalla più mite alla più insanguinata, non può esistere che al centro di un’alternativa secca: o essere, più di ogni altra realtà, lontana, periferica, invivibile e, quindi, due volte ‘provincia’ e due volte povera; o essere invece come Roth l’ha immaginata e vissuta, ossia un poggio privilegiato dal quale sia possibile cogliere prima del tempo e prima di altre realtà i grandi flussi del pensiero, i grandi moti dell’umanità, le scosse della cultura, i segni del cambiamento che vengono dai due mondi, da tutti i mondi, che quella frontiera divide o geograficamente, o etnicamente, o politicamente. I tramonti del mondo, certo. Ma anche le albe. Anche il senso di cento e cento giornate mai uguali a sé stesse. Anche il fuoco delle tensioni o il piacere incomparabile della conoscenza e della tolleranza”.

Se nei non lontanissimi anni Novanta del Novecento non avessimo assistito impotenti alla sanguinosa spartizione di territori nella ex Iugoslavia, potremmo oggi dire che l’idea di confine politico, nell’Europa del terzo millennio, non è più all’ordine del giorno. Che ci sono confini tra le cosiddette nazioni, d’accordo, ma che questi sono solo un retaggio storico, assai delicato da toccare, ma pur sempre destinato ad esaurirsi nel significato e nella sua stessa concreta sussistenza.

Ma non è così. Il confine resta il luogo della scelta. Un bivio permanente. Un qualcosa che pone domande e che attende risposte.

Anche alle nostre latitudini continua ad esserci qualcuno che ritiene che i problemi di convivenza tra lingue e culture possano essere affrontati con lo spostamento delle frontiere. Altrove nel mondo si erigono muri, si conquistano ed occupano territori, si inventano o progettano nuove realtà statuali.

L’esperienza concreta di una regione come il Trentino Alto Adige insegna, se davvero si ha la capacità di osservare “i tramonti”, che il vero confine non è quello che si frappone tra un territorio e l’altro, ma è quello che impedisce agli uomini e alle donne di entrare in comunicazione. In questo senso la nostra vita, la nostra cultura, tutto è disseminato di confini. La piena comunicazione è un sogno, una promessa, e pur sempre una meta da perseguire.

Il confine è il luogo della contraddizione. È muro e ponte. Unisce e al tempo stesso separa. Mette in contatto e, mentre lo fa, preclude la possibilità di comunicare. C’è un confine tra chi parla lingue diverse, tra chi appartiene a culture lontane le une dalle altre, tra chi professa una religione piuttosto che un’altra o nessuna. Si tratta di un destino inesorabile, di una condanna all’incomunicabilità o di una sfida perenne ad andare oltre?

Sulla frontiera risuonano domande infide. Quelle che impongono di schierarsi dall’una o dall’altra. Non certo di prendere posizione, che è atto di responsabilità, ma di identificarsi. È solo così che si può dividere l’umanità tra amici e nemici. Ma è un atto fasullo. Osservare con testa e cuore “il tramonto” può aiutare a smascherare l’inganno. Don Lorenzo Milani scriveva ai cappellani militari che avevano tacciato di viltà gli obiettori di coscienza: “Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.

Il confine impone una scelta, è vero. Per questo è entusiasmante vivere a cavalcioni della frontiera. Ma è una scelta che porta molti all’omologazione, altri invece al rifiuto della logica delle appartenenze esclusive. Alex Langer sosteneva che non c’è bisogno di “transfughi”, sul confine, ma di “traditori della compattezza etnica”, questo sì. Persone che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione”. Poiché “accanto all’identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all’esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. Conoscenza, dialogo, cooperazione, sono messaggi che possono partire solo da una frontiera “relativizzata”. E devono arrivare lontano: in Israele e Palestina, in Iraq o in Afganistan, nell’Africa delle etnie, in Kosovo o in Irlanda.

Ci sono luoghi che hanno, per così dire, una vocazione al confine. Uno di questi è la nostra “Terra tra i monti”. Il vecchio Tirolo è nato per essere una porta tra mondi diversi. Una porta, come tutte le porte, che si può aprire o tenere chiusa.

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