L’addio a Magnago, padre del Sudtirolo

L’Adige – 26.5.2010

Con Silvius Magnago se ne va l’ultimo testimone e protagonista di un’epoca: quel Novecento, che abbiamo collocato troppo presto nell’archivio della storia. Senza capire quanto il “secolo breve” e le vicende in esso racchiuse continuino a condizionare la nostra vita quotidiana.

Magnago è stato – paradosso! – un “uomo ponte”. Proprio lui che ha operato per la distinzione di un gruppo dall’altro, per marcare la linea di separazione tra Bolzano e Trento, lui, in realtà, è l’incarnazione del confine con tutte le sue contraddizioni. Della frontiera che è muro e ponte, che separa ed unisce, che chiude relazioni e mette in comunicazione. Che pone incessantemente interrogativi su tutto.

E’ la stessa biografia di Magnago a proporcelo come icona di un mondo che evolve nella dialettica delle sue antinomie. Figlio di una coppia mistilingue, papà trentino, mamma di lingua tedesca, nacque nel febbraio del 1914 a Merano, l’antica capitale del Tirolo, ai piedi del castello che dà nome alla storica regione di valico. Città prima decaduta, poi rinata come centro turistico di fama internazionale. Aveva pochi giorni, il piccolo Silvius, quando entrò ufficialmente in servizio un vagone ferroviario diretto da Merano a Parigi. Dalla città del Passirio al luogo nel quale, pochi anni dopo (1919) e qualche decennio più tardi ancora (1946), si sarebbero decise le sorti del Sudirolo. In quelle stesse settimane in città si decideva che chi fosse sceso in stazione, giungesse esso dalla Francia o da qualsiasi altro Paese, avrebbe dovuto vedere come prima cosa il monumento ad Andreas Hofer il quale, appunto, combatté i francesi, i bavaresi e – nell’immaginario collettivo ormai tarlato dai nazionalismi – chiunque avesse inteso calpestare tradizioni, usi e antiche libertà.

La Merano spensierata e “belle epoque”, nei giorni in cui Magnago vede la luce, costruisce passeggiate e annuncia i programmi delle corse al trotto. Solo pochi mesi più tardi passerà di bocca in bocca la notizia dello scoppio della guerra. Il morboso entusiasmo dei primi momenti si trasformerà presto in angoscia e poi in lutto, quando sarà a tutti chiaro che l’ultimo sole di un mondo antico è definitivamente tramontato dietro le Alpi tirolesi.

Magnago cresce in un Sudtirolo aggredito via via dalla politica fascista di snazionalizzazione delle minoranze linguistiche. Lui stesso passa dalla scuola tedesca a quella italiana e cresce sotto il regime mussoliniano. Nel 1939, quando i due dittatori si accordano per una soluzione “finale” alla questione sudtirolese, opta come quasi tutti per la cittadinanza germanica. Arruolato nella Wehrmacht, viene ferito in Russia e perde una gamba.

Quella mutilazione è l’immagine della volontà che può raggiungere obiettivi eccelsi anche partendo da situazioni piene di limiti, com’era l’Italia del dopoguerra, come l’Alto Adige e il Trentino che uscivano frastornati dal conflitto.

“Nel maggio 1945 – mi raccontò Magnago qualche anno fa – ho trovato un Paese democratico che muoveva i primi passi. Parlando alla mia generazione ho subito cominciato a dire: non è il momento di stare con le mani in mano, solo perché la dittatura è finita. In quel periodo milioni di tedeschi venivano espulsi dai Paesi dell’Est. Noi avevamo avuto la ‘fortuna’ di poter restare o ritornare nella nostra terra. Mi sono sentito in dovere di impegnarmi a favore del mio gruppo linguistico e di quello ladino, che erano stati oppressi durante la dittatura, ora che c’era la libertà di farlo. E ho imparato ad apprezzare questa libertà man mano che l’ho conosciuta. Noi, sotto la dittatura, non avevamo conosciuto la libertà e la libertà non si apprezza se non si conosce”.

Un ragionamento che, oltre a spiegare i motivi semplici e profondi di un impegno indefesso, dà dignità alla politica come strumento per la realizzazione dei propri (leciti) obiettivi. Negli stessi anni in cui Magnago si sedeva pazientemente ad un tavolo a discutere coi suoi più svariati interlocutori, altri cercavano quella “libertà” nelle bombe e, poco più tardi, nelle stragi. Magnago, benché ammettesse di non essere stato educato alla libertà, tuttavia comprendeva molto bene che la violenza, della quale lui stesso era stato vittima, non porta ad altro se non ad ulteriore violenza.

Nel suo impegno ai vertici delle istituzioni e della Südtiroler Volkspartei sono almeno due i momenti cruciali nei quali egli ha giocato tutte le sue carte. Il primo, nel 1957, a Castelfirmiano, dove oltre trentamila cittadini si radunarono per contestare l’attuazione della prima autonomia regionale, lanciando lo slogan del “Los von Trient” (“Via da Trento”). La manifestazione avrebbe potuto degenerare in sommossa, offrendo così alle autorità il pretesto per una reazione al di sopra delle righe. Se tutto rimase nella misura giusta fu perché Magnago, rischiando, si appellò all’onore del popolo lì radunato, avendo dato al prefetto la sua parola (“mein deutsches Wort”!) che non sarebbe successo nulla. Castelfirmiano poté così diventare il punto di avvio della vertenza, che infine trovò una soluzione dignitosa e soddisfacente nella seconda autonomia.

Lui, con un nome italiano, figlio di un magistrato trentino, ci teneva a sottolineare, quando poi, nei primi anni Novanta, andò a chiedere voti anche nelle valli del Trentino: “Noi non ce l’abbiamo mai avuta con i trentini, con i quali condividiamo secoli di storia. Il problema era che l’autonomia delle province era troppo scarsa rispetto a quella della Regione e la realizzazione del ‘Los von Trient’ è tornata a vantaggio anche dell’autonomia trentina”.

Oggi in pochi sarebbero disposti a dargli torto. Ma allora il meranese remava contro la quasi totalità della classe politica trentina e doveva vedersela pure con l’ala più radicale del suo partito. Il secondo momento chiave della sua storia fu infatti il congresso della Volkspartei nel 1969, quando solo per un soffio passò la linea che riconosceva nel cosiddetto “Pacchetto” una risposta alle istanze autonomistiche, sulle quali si era trattato, anche a livello internazionale, nell’ultimo decennio.

Gli altoatesini di lingua italiana hanno sempre guardato con rispetto (pur brontolando) a quest’uomo che avanzava deciso per la sua strada, avendo in mente una sua idea di giustizia e di impegno che, nel lungo periodo, sarebbe in qualche modo andata a beneficio di tutti. Certo, si trattava di riequilibrare una situazione che vedeva il gruppo italiano in posizione privilegiata.

Ma a farlo era un uomo onesto, uno che dichiarava i suoi obiettivi e che sapeva fino a che punto sarebbe stato necessario spingere e dove fermarsi. Ad esempio Magnago non sollevò mai la questione della toponomastica, ben sapendo che in quel modo si sarebbe andati a ripetere gli errori e le ingiustizie a cui faticosamente si era ora trovato rimedio.

Magnago era uno che pur avendo lottato tutta la vita per la tutela del suo gruppo linguistico (in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione), non era un nazionalista e aveva ben chiare le prospettive dell’autonomia e di una realtà plurilingue. Già quindici anni fa ribadiva in ogni occasione che la nostra non è un’autonomia “a favore di un solo gruppo linguistico, ma è un’autonomia “territoriale”. E alla domanda se una terra trilingue debba essere considerata un problema piuttosto che una risorsa, rispose così: “Dobbiamo dire che è una ricchezza. Lo Statuto considera la tutela delle minoranze linguistiche come un interesse nazionale. Quindi lo Stato italiano non parte dal principio che una minoranza linguistica sul suo territorio sia un corpo estraneo da snazionalizzare. La presenza di un gruppo con un’altra storia, un’altra cultura, un’altra lingua è un arricchimento. E’ una ricchezza anche perché c’è la possibilità di scambio tra le culture. Però per questo è necessario che prima ognuno cresca forte nella sua cultura: poi, nello scambio, potrà ricevere e anche dare”.

Dovendo indicare il politico italiano col quale c’era stata maggiore intesa, Magnago faceva il nome di Aldo Moro. Per la sua capacità di ascoltare, di dare il tempo necessario al proprio interlocutore, di parlare chiaro rispetto a ciò che fosse possibile o impossibile fare. Magnago e Moro, due persone appartenute ad un’epoca – ammesso che sia mai esistita – in cui la cialtroneria politica rappresentava ancora solo una fastidiosa eccezione.

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