Il voto in Alto Adige

L’Adige – 20.5.2010

In Alto Adige, a Bolzano, siamo in presenza di una svolta? È quanto fa credere il successo al primo turno del sindaco uscente Luigi Spagnolli, che domenica scorsa ha lasciato a venti punti percentuali di distacco lo sfidante Robert Oberrauch, ex asso dell’Hockey Club, candidato del centrodestra.

I dati confermano questa sensazione. Facendo un po’di conti si vede che a Bolzano le liste di centrodestra hanno ottenuto poco meno del 33 per cento dei voti, quelle del centrosinistra poco più del 38 per cento, quelle di centro circa il 7,5, la Volkspartei il 19,6, la destra tedesca il 2 per cento. Un rapido confronto con i risultati di cinque anni fa è abbastanza illuminante. Il centro (inteso come area) rimane stabile (aveva il 7,6 per cento) e così la Svp (aveva il 21,8, ma la destra tedesca non si era presentata). Ciò che cambia è il consenso ai due principali schieramenti: il centrodestra passa dal 41,1 al 32,7, il centrosinistra (comprese le liste che non hanno appoggiato Spagnolli) dal 29,2 al 38,1. La situazione è rovesciata.

La novità è dunque reale e se inaugura un comportamento di lungo periodo è senz’altro significativa. Una delle contraddizioni della politica altoatesina degli ultimi decenni era stato proprio l’insufficiente peso specifico dei rappresentanti del gruppo italiano all’interno delle giunte comunali e provinciali. Ovvero: essi erano stati espressione di una minoranza del gruppo linguistico, poiché la maggioranza votava a destra. Entravano in giunta perché cooptati dalla Volkspartei o aggiungendo i propri voti, come nel capoluogo altoatesino, a quelli del partito di raccolta. Una situazione imbarazzante che fino ad ora aveva contribuito a rendere ancora più sottile il filo che lega l’elettorato ai propri eletti.

Da domenica scorsa a Bolzano non è più così. Le cause? Più d’una, non c’è dubbio. Innanzitutto va ricordato il motivo per cui dopo decenni di governo congiunto di Democrazia Cristiana (ed altri) con la Volkspartei, negli anni ’80 del secolo scorso i rapporti col partito di tradizionale riferimento andò in crisi e si inaugurò la stagione della Bolzano “roccaforte della destra”. Chi pensa che i bolzanini abbiano votato a destra, in questi decenni, perché questo comportamento sarebbe nel Dna del gruppo italiano, arrivato in Alto Adige sotto il fascismo per snazionalizzare la provincia, sbaglia prospettiva. Il nazionalismo antitedesco non era presente a Bolzano più di quando non lo fosse a Trento, anche se con sfumature assai diverse dovute alla varietà delle esperienze storico-politiche di riferimento. In ogni caso: il gruppo italiano dell’Alto Adige è tutto tranne che un monolite. Se la destra ha potuto catalizzare per molti anni il consenso di buona parte dell’elettorato, ciò dipende sostanzialmente da come la classe politica ha preparato la popolazione ad accogliere le novità sostanziali legate all’attuazione della nuova autonomia. Si trattava di un cambiamento radicale negli equilibri di potere e dell’introduzione di norme, come la proporzionale e il bilinguismo obbligatorio, che non avevano effetti solo formali, ma andavano ad incidere direttamente sulla vita lavorativa delle persone. Mettevano in discussione non tanto la presenza degli italiani nel Sudtirolo, ma certamente il loro modo di porsi a fronte degli altri gruppi e, in qualche modo, i caratteri di un’identità collettiva in via di costruzione. In altre parole: gli italiani dell’Alto Adige erano costretti volenti o nolenti a riconoscere i diritti altrui, a ricercare un proprio ruolo, e avevano la percezione di pagare di persona per una situazione che non era dipesa dalle scelte dei singoli ma dalla storia, dalla politica o da qualche altra incontrollabile astrazione. Di qui il cosiddetto “disagio degli italiani” ed il “voto di protesta” a quei partiti (prima Msi, poi An, infine il Pdl) che raccoglievano firme contro il bilinguismo e la proporzionale etnica (in chiave nazionalistica, s’intende, poiché anche Alex Langer in quegli anni contestava le “gabbie etniche” create da censimento e proporzionale).

Quali sono stati i risultati del “voto di protesta”? In realtà gli elettori hanno potuto constatare che la destra altoatesina nulla ha potuto contro le norme che contestava. Di più: i suoi rappresentati si sono via via “convertiti” sia alla proporzionale che al bilinguismo (tranne qualche rumoroso oltranzista). E i voti dati alla destra per decenni si sono rivelati un investimento improduttivo che ha avuto l’unico effetto di indebolire progressivamente i rappresentanti del gruppo italiano nelle giunte e di rafforzare la Volkspartei.

Se a questo aggiungiamo la litigiosità nel Pdl seguita in particolar modo all’entrata in scena dell’on. Biancofiore, le continue risse fino al venire alle mani a pochi giorni dal voto, la scelta di candidati inadeguati, si può ben capire come mai questa volta gli elettori abbiano imboccato due strade: quella dell’astensionismo (a Bolzano meno 10 per cento, a Merano meno 5 per cento) e quella del voto alle varie espressioni del centrosinistra più o meno governativo.

Che questo sia l’inizio di un nuovo percorso o un atteggiamento contingente, lo si vedrà ai prossimi appuntamenti elettorali. Tutti peraltro sufficientemente lontani.

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