L’Adige – 12.5.2010
Vanno, vengono, ogni tanto ritornano. Non sono le nuvole di De Andrè, ma le discussioni attorno all’apertura festiva degli esercizi commerciali. Anche in Alto Adige se ne parla da decenni, ultimamente in occasione del Primo Maggio, festa del Lavoro con poca festa e molto lavoro (per gli addetti al commercio). I motivi per i quali sindacati e associazioni cattoliche si alleano per una “domenica senza lavoro” vanno dal rispetto dei diritti della persona a questioni più specificamente culturali, religiose, identitarie. La domenica libera consente di recuperare salute, serenità, un ritmo di vita umanizzante, i tempi necessari alle relazioni interpersonali e familiari. Fa anche parte però, si dice, di un patrimonio culturale che non può essere disperso. Di più: l’identità culturale va mantenuta autentica proprio perché essa è in sé (se autentica, appunto) il maggiore elemento di attrazione, nel contesto di un’economia fondata principalmente sul turismo ovvero, per dirla in altri termini sull’offerta del “prodotto Alto Adige” (con tanto di marchio).

La questione dell’autenticità non è di poco conto. Da sempre si sostiene che l’economia uccida, usandola, la cultura (nel senso antropologico del termine), cioè la renda posticcia, la svilisca in folclore utile solo a dare una coloritura pittoresca ad una realtà che altrimenti sarebbe accomunata a tante altre dallo stesso grigiore.
Nella società che Zygmunt Bauman definisce “liquida” perché priva di punti di riferimento “solidi”, che posto può esserci per un’identità che affondi – in modo “autentico”, ammesso che sia mai possibile – le proprie radici nella vita attuale, fecondata da una tradizione per così dire “dinamica” (in analogia, dato il contesto, con una certa visione dell’autonomia…)?
Cittadini del mondo o patrioti ad oltranza? Cultori della Heimat o individualisti doc, svincolati da ogni appartenenza? Ogni identità, suggerisce il teorico della vita liquida, “naviga tra i due poli dell’individualità senza compromessi e dell’appartenenza totale: la prima è irraggiungibile, mentre la seconda risucchia e inghiotte, come un buco nero, qualsiasi cosa le passi vicino. Ogni volta che viene scelta come mèta, l’identità provocherà inevitabilmente dei movimenti di oscillazione tra queste due direzioni. Per tale ragione l’identità porta con sé rischi potenziali letali sia per l’individualità che per la collettività, sebbene entrambe ricorrano ad essa come arma di autoaffermazione”.
Nel Sudtirolo ci sono alcuni atteggiamenti, rispetto all’identità, che ora devono affrontare la sfida della società dei consumi e chissà se avranno le risorse per uscirne confermati (speriamo, in certi casi, di no). Il primo è quello diffuso in una parte abbastanza rumorosa della classe dirigente del gruppo tedesco. È la concezione del “sangue e suolo”, secondo cui un territorio (fatto di valli, monti e torrenti) è connotato etnicamente. Ovvero non sarebbe solo la popolazione ad appartenere ad una determinata cultura e a parlare una certa lingua, ma le stesse montagne, i fiumi e le vallate sarebbero, nel nostro caso, “tedeschi”. Ragione per cui i nomi, ad esempio, devono essere preferibilmente monolingui. E gli “altri” sono benvenuti purché si comportino da ospiti. È la stessa concezione di Ettore Tolomei, il teorico dell’italianizzazione attuata dal fascismo, che considerava l’Alto Adige “naturalmente” italiano. È un’idea che può reggere, questa, nella società dell’usa e getta? Paradossalmente convinzioni a carattere “fondamentalista” potrebbero riuscire a fare da contrappeso del relativismo valoriale e culturale e quindi uscirne rafforzate così come avviene in molti angoli del pianeta.
Da parte italiana oggi la rivendicazione esplicita dell’italianità della provincia del Brennero non viene più esplicitata. Tuttavia sopravvive l’idea secondo la quale esisterebbe un’identità “italo altoatesina” legata ad elementi identitari come, ad esempio, il Monumento alla Vittoria di Bolzano. Ovvero: il Monumento (che altri vorrebbero abbattere) va mantenuto non tanto come elemento storico, ma proprio perché esso fa parte dell’identità dell’altoatesino di lingua italiana. Quanto questo modo di ragionare porti prima o poi al suicidio politico-culturale risulta evidente a chiunque si occupi di Sudtirolo senza essere intrappolato tra i tentacoli del leviatano identitario. Però, nel breve termine, anche quello del Monumento è un brand che paga.
Ma c’è anche un discreto numero di altoatesini/sudtirolesi che cercano di convertire l’identità da strumento di divisione ad occasione di comunicazione. Tra i due poli baumaniani dell’individualità senza compromessi e dell’appartenenza totale c’è un punto di equilibrio. E’ quello dell’appartenenza responsabile. “Responsabile” significa che tiene conto degli altri, indipendentemente dalle loro caratteristiche culturali, dalla lingua e dalla provenienza. Meglio: facendo i conti in modo positivo con tutto ciò. “Appartenenza” vuol dire che, poiché nessuno si trova “per caso” in un determinato luogo, essi si sentono in esso “parte in causa”. Appartenenza responsabile, tanto più nella società dei consumi e nella vita liquida, significa imparare a nuotare non solo riuscendo a rimanere a galla, ma sapendosi anche orientare. Seguendo una direzione. Condividendo un percorso che anziché escludere gli altri, va alla ricerca del denominatore comune. È una posizione, questa, che, per il semplice fatto di essere “responsabile”, fa a pugni con l’atteggiamento di fondo della società dei consumi che consiste nel farsi trasportare, inconsapevoli, dalla corrente.