Ecco perché qui si beve troppo

L’Adige – 4.5.2010

Bere per dimenticare. Sarà questo il motivo per cui in Alto Adige si beve di più – anzi “peggio” – rispetto ad altre regioni italiane ed europee? Che ciò abbia in qualche modo a che fare con la memoria? La prima cosa che viene dimenticata (o rimossa) è l’idea che il consumo smodato di alcol possa far male a se stessi e agli altri. Benché i demografi descrivano un’altra realtà, solo lo 0,4 per cento degli altoatesini reputa problematico il proprio consumo di bevande alcoliche. Non per nulla le prime reazioni alle norme restrittive introdotte con la riforma del codice della strada furono negative, anche da parte di diversi autorevoli esponenti della politica locale. Come se il divieto di servire alcol ai minori di sedici anni o di mettersi al volante ubriachi fosse una deprecabile lesione delle libertà individuali.

I dati statistici dicono che nel 2009 coloro che hanno ecceduto nel bere almeno una volta sono il 17,2 per cento della popolazione. Per la precisione: essi “hanno consumato sei bicchieri o più di bevande alcoliche, anche diverse, in un’unica occasione (una serata, una festa, da solo, ecc.)”. Questo comportamento varia a seconda dell’età. “Esagera” nel bere il 15,8 per cento dei ragazzi dagli 11 ai 19 anni, il 45,2 per cento dei giovani dai 20 ai 29 anni, il 20,1 per cento delle persone fra i 30 e i 39 anni.

Il picco, possiamo notare, sta nel momento del cosiddetto passaggio all’età adulta e riguarda gli uomini più che le donne. E’ un caso? Probabilmente no. Ma ai vent’anni si arriva dopo una lunga marcia di avvicinamento: circa il 16 per cento dei ragazzini tra gli 11 e i 13 dichiara di aver già consumato bevande alcoliche, anche se in questo caso non si tratta propriamente di abusi.

Che tipo di correlazione c’è tra l’essere altoatesini e il consumo di alcol? È anche questa una questione per la quale è necessario tirare in ballo l’identità? Quasi che la sbronza sia un dato culturale da porre, come altri, sotto tutela?

In Sudtirolo ciò che è particolarmente accentuato rispetto ad altri luoghi non è il consumo di alcol in sé, che rientra nella media, ma l’abuso nella fine settimana. Sdoppiamento di personalità: bravi ragazzi laboriosi ed astemi durante i giorni feriali, persone senza freni e inibizioni nel weekend tra compagni.

Interrogati dai demografi, tre quarti dei sudtirolesi rispondono che “in Alto Adige la cultura della festa porta inevitabilmente con sé la presenza di bevande alcoliche”, anche se solo il 17,7 per cento, poi, non riesce ad immaginarsi una festa senza alcol.

Il consumo di bevande alcoliche ha certamente a che fare con la cultura, intesa come “modo di pensare e di agire”. Malgrado l’86,2 per cento della popolazione sia consapevole che l’alcol è una droga, un terzo ritiene comunque accettabile una sbronza ogni tanto. Una convinzione che varia notevolmente in base all’età, al sesso e al luogo di residenza, trovando più largo consenso soprattutto tra i maschi, i giovani e la popolazione rurale.

Convinzioni diffuse non solo in Alto Adige, si sa, ma che nel Sudtirolo hanno una lunga tradizione. Uno studioso ottocentesco (J. J. Staffler) tra le caratteristiche negative degli altoatesini annotava: “La tendenza al consumo del vino, e preferibilmente della grappa, fino a perdere la misura, in molte zone aumenta in modo particolarmente rovinoso, soprattutto tra i giovani maschi…” Lo scriveva nel 1839.

Che si tratti di incidere profondamente sulla mentalità lo ha compreso anche la Provincia di Bolzano che da alcuni anni propone campagne di sensibilizzazione allo scopo di ridurre il consenso sociale legato all’abuso di alcol.

Al di là dell’alcoldipendenza, che riguarda la storia personale del singolo individuo, l’abuso settimanale di alcol è un fenomeno globale e locale allo stesso tempo. I giovani e giovanissimi che bevono non sono altro che lo specchio di una società che beve e che tollera il fenomeno con una certa compiacenza. Diversamente da quanto avviene per le dipendenze da droga, i ragazzi bevono così come fanno i loro padri e come hanno fatto i loro nonni. Il paradosso, se vogliamo, è questo: i nostri giovani infrangono le regole degli adulti imitando gli adulti stessi.

Non c’è dubbio che l’abuso di alcol sia connesso ad un problema di comunicazione. L’alcol scioglie la lingua, toglie le timidezze. Attenua la paura che molti di noi provano in un mondo in cui si moltiplicano gli strumenti di comunicazione e i messaggi, ma cala la capacità relativa del singolo di cogliere gli elementi comunicativi davvero utili o indispensabili alla propria vita.

In Alto Adige (come anche altrove) la sbronza del sabato sera è una realtà che si vive in gruppo. È segno, in qualche modo, di una società che impone il conformismo. Bevo perché bevono gli altri. Se non bevessi sarei escluso dal gruppo. I paralleli sul piano culturale e socio-politico, nella terra delle identità esasperate, dei tradimenti e delle opzioni, sono abbastanza evidenti. La creazione di identità spesso richiede una (almeno) parziale perdita di memoria.

Chi cerca rifugio nell’alcol, infine, risponde così al senso di vuoto che percepisce attorno a sé. È vero, bevevano anche i nostri antenati del 1839. Ma forse oggi i giovani soffrono particolarmente del nulla valoriale che ereditano dal mondo degli adulti. Se i valori a cui puntare sono l’erigere muri per meglio distinguersi dagli altri e la creazione di nuovi confini identitari, non c’è da stupirsi del loro disorientamento nella fase del passaggio all’età “della ragione”. Se la meta proposta sono il successo e l’arricchimento personale ad ogni costo, allora è “normale” che essi lavorino sodo per sei giorni e il settimo aprano le valvole dello sfogo. E se continueranno a pensare che la loro vita non vale la pena di essere vissuta, nessun codice della strada sarà capace di tenerli lontani dal volante, anche dopo il sesto o il settimo bicchiere.

Lascia un commento