Merano-Malles, ferrovia dei trentini

L’Adige – 14.4.2010

La linea Merano-Malles, teatro dello spaventoso incidente che ha sconvolto tutta la regione in questi giorni, è la metafora di un mondo che d’un tratto si ferma, perde il suo slancio, interrompe ogni comunicazione.

Il trenino della val Venosta è un gioiello della tecnica e dell’estetica, scorre su di un percorso studiato nei dettagli e reso sicuro da mille precauzioni. Ripristinato nel 2005 dopo anni di abbandono, è l’emblema della possibilità di unire modernità e tradizione, tutela dell’ambiente ed economia.

Fin dal suo nascere questa ferrovia è luogo di incontro per le diverse parti del vecchio Tirolo. Una regione che avrebbe voluto già allora prefigurare un’Europa dal futuro plurale e che invece, schiacciata dai nazionalismi, implose travolta dall’incomunicabilità. La frana che si abbatte sul treno in corsa è un’immagine assai efficace: impressiona al pari del dolore che si prova per l’interruzione violenta di nove vite, ognuna delle quali ha trovato il suo capolinea in quella gola, stretta tra la montagna e il fiume.

In pochi sanno (e nessuno ormai può ricordarlo) che a costruire la Merano-Malles furono centinaia di trentini. Li chiamavano “aisenpòneri”, italianizzazione del tedesco “Eisenbahner” (ferroviere). Venivano dal Trentino o dalle zone depresse del regno d’Italia. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 viaggiarono per mezza Europa, nelle Americhe e nelle regioni più remote dell’Asia, per prestare la loro opera di costruttori di strade ferrate. La linea Merano-Malles, realizzata tra il 1904 ed il 1906, fu in gran parte opera loro. Ne parla diffusamente un articolo del settimanale operaio cattolico trentino Fede e Lavoro, apparso nell’aprile del 1905. “Per una combinazione fortunata – scrive il giornalista – ho potuto compiere un giro interessante fra gli operai italiani addetti ai lavori della ferrovia in Val Venosta. Ne trovai del Trentino e dell’Italia. Saranno in tutti 4.000 … Fra i nostri non sono pochi quelli di Fiemme, Primiero e Valle di Non, che ammonteranno alla bella cifra di 700 od 800”. Cifre, queste, che parlano della notevole mobilità all’interno della provincia tirolese e della necessità, già allora, di andare a cercar lavoro all’estero. Quei trentini e quegli italiani erano, diciamolo pure, gli extracomunitari del tempo. “E’ una stretta al cuore che si prova – continua l’articolista col suo linguaggio d’antan – passando in rassegna quelle facce abbronzite dal sole, quegli uomini dalle braccia nerborute, costretti a strapparsi dalla famiglia, per mantenerla in vita e per fare, come si dice, buona figura in quella patria, che non sa dare loro pane e lavoro. Non dimanderebbero di più, ma purtroppo neanche di ciò sono sempre bene provveduti. Tuttavia, benché in paesi stranieri, dalla lingua e dai costumi diversi, in un ambiente non sempre a loro favorevole ed amico, non si lagnano guari della propria sorte, solo preoccupati del lavoro che potrebbe venir sospeso o presto finire. ‘Lavoro, lavoro’; mi diceva uno d’essi in mezzo a un crocchio di lavoratori trentini: ‘che sarà di noi, quando questa ferrovia dopo un anno sarà compita?’ – ‘Senza lavoro non si può vivere’, riprese un altro, che dall’aspetto e dalla voce mi parve un primierotto. E un terzo saltò su: ‘Taglieremo allora queste foreste e… el Signor el ne benedissa’. Io li confortai alla meglio con tutto il calore della mia anima giovanile, facendo loro balenare alla mente il sogno e la speranza, che, a non lungo andare, si sarebbe posto mano ai lavori della tramvia Dermulo-Mendola. Mi guardarono visibilmente soddisfatti…”

Parole e situazioni d’altri tempi? Forse per i molti che oggi non sono più costretti a chiedersi “che sarà di noi”. Ma la presenza operosa di centinaia di operai trentini nei primi cantieri della Merano-Malles è una testimonianza dell’intimo legame che da sempre unisce le due province. Il fiume, la montagna, la lingua, del resto, sanno essere al tempo stesso muro e ponte.

La ferrovia, partita nell’800 dal Veneto, giunta a Trento, poi a Bolzano e di lì a Merano proseguendo per Malles, nei disegni originari avrebbe dovuto collegare i due versanti delle Alpi, il Tirolo meridionale a quello settentrionale, arrivando fino a Landeck. Secondo alcuni dei primissimi piani il treno sarebbe dovuto partire dalla Svizzera, avrebbe sceso la Venosta per raggiungere Trieste e poi, come l’Orient Express, Istanbul, Bagdad e la lontana India. Non se ne fece nulla di queste idee azzardate, forse perché l’Europa aveva ormai scelto la carta della non-comunicazione. Benché il trattato di pace, dopo la Grande Guerra, parlasse espressamente della prosecuzione della tratta fino a Landeck, esso rimase lettera morta. Non è anche questo il segno di quella volontà di “andare oltre” che viene costantemente frustrata nel contesto di disegni “più ampi” e al tempo stesso “più piccini”? Costruire muri e tracciare confini è sempre una scelta miope e perdente. La comunicazione tra Alto Adige e Trentino riceverà rinnovato slancio solo dalla capacità di articolarsi nella complessità del tempo che viviamo. Il treno, a suo tempo, fu capace di rivoluzionare il rapporto delle persone con spazio e tempo. Secondo l’inviato di Fede e Lavoro, “l’agitarsi di quella massa” di operai, “nelle sue giuste o bizzarre esplicazioni presentiva un mondo nuovo di cose, che si dibatte”. A distanza di oltre un secolo, mentre ancora si lavora per sistemare i binari dopo la tragedia, non si può fare a meno di meravigliarsi di fronte all’ineffabile verità di destini, sogni, sentimenti che mostrano di nutrirsi di un’unica storia. Di soccombere e riemergere da un’unica storia.

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