La lingua usata come una clava

L’Adige – 8.4.2010

Fenomeni ed immagini che per anni o per secoli hanno avuto determinati significati, sono stati collegati a certe esperienze, magari variegate a seconda di tempi e luoghi, assumono una valenza nuova, quando si scopre che essi possono essere utilizzati per ottenere uno scopo “pratico”. In qualche modo è quanto avvenne nella notte dei tempi. Quel pezzo di legno sarebbe rimasto tale se un uomo non si fosse accorto che brandendolo come una clava avrebbe potuto spaccare la testa al suo vicino o minacciare di farlo.

La politica, finché non degenera nello scontro fisico e armato, non ha bisogno di corpi contundenti. Per ottenere il consenso ci sono altre vie: i programmi di intervento, l’azione concreta dei leader, oppure la propaganda e, più in generale, le ideologie. Guardando alla prassi politica altoatesina si nota questa continua oscillazione tra pragmatismo e ideologia, il primo fatto di risultati concreti, la seconda nata dalla creazione di valori, dall’esaltazione di miti e dalla celebrazione di riti, che hanno lo scopo di dare fondamento a comportamenti, appelli all’unità e sempre nuove rivendicazioni.

Un tipico esempio di “valore” snaturato ad uso ideologico è quello della lingua. La lingua di per sé è uno strumento di comunicazione. Vale in tanto quanto consente alle persone di comunicare. Per secoli è stato così. Si sono utilizzate le lingue cosiddette “volgari” per parlarsi e il latino nella duplice funzione di lingua franca e di codice elitario. Interessante questo: il latino usato per dire cose che non tutti avrebbero dovuto capire e al tempo stesso per comunicare tra persone di cultura diversa.

Solo con l’emergere di nazionalismi e, probabilmente, con la scolarizzazione di massa, si è cominciato ad attribuire alle lingue una connotazione identitaria. I parlanti la stessa lingua andavano a formare un gruppo ben definito, una “nazione”. Si trattava per lo più di una finzione. Nel caso dell’Italia è noto come solo una piccola percentuale conoscesse l’italiano, tutti gli altri usavano un dialetto locale come lingua materna.

Tuttavia la lingua divenne uno spartiacque ideologico. Nell’impero asburgico per “lotte nazionali” si intendevano i conflitti etnici basati principalmente sull’uso della lingua, così come esso risultava dai vari censimenti della popolazione indetti con regolarità a partire dal XIX secolo. Cadute con i Lumi le antiche forme di appartenenza (alla chiesa o ai sovrani assoluti, per esempio) serviva costruire nuove identità: nuove religioni, nuovi assolutismi. Da un lato emersero con forza le appartenenze di classe, dall’altro quelle nazionali. Come il proletariato fu chiamato a prendere coscienza della propria situazione e della propria missione, così intere popolazioni “presero coscienza” di parlare una determinata lingua e dunque (con un salto mortale della logica) di condividere un destino comune.

Oggi la considerazione della lingua come valore permane – in Alto Adige e altrove – in una duplice forma. Da un lato si comprende che effettivamente una lingua non è un mero strumento, ma è espressione della complessità di una cultura. In tal senso ogni lingua è patrimonio dell’umanità e ogni minoranza linguistica va tutelata nell’ottica della salvaguardia della biodiversità culturale, per così dire.

D’altro canto, la lingua continua ad essere maneggiata come un’arma. Nel caso altoatesino la Svp potrebbe rivendicare un ruolo di “partito di raccolta” senza strumentalizzare l’appartenenza linguistica per marcare il confine tra “noi” e “loro”?

Malgrado alcuni segnali di sincera apertura ad una condivisione di responsabilità tra i gruppi linguistici del Sudtirolo, i tempi che viviamo fanno temere uno scenario regressivo a questo proposito. Quella che alcuni studiosi (tre gli ultimi H. K. Peterlini) chiamano “cultura della difesa” (Verteidigungskultur) in relazione all’atteggiamento altoatesino nel rapportarsi con “gli altri”, sembra diffondersi anche ad altre regioni al di qua e al di là delle Alpi. Caratteristica fondamentale di questo modo di pensare è la semplificazione sulla base di elementi (pseudo)identitari. Il mondo viene diviso allora tra autoctoni e immigrati, tra chi apprezza il cous cous e chi mangia gli agnolotti, tra chi si aggrappa alle radici cristiane o ai versetti coranici. Le ultime campagne elettorali offrono numerosi esempi in tal senso. Il tutto ha come effetto la creazione di un “nemico” dal quale difendersi in modo permanente. L’immagine del nemico si afferma in coerenza con valori, miti e riti dell’ideologia, anche se poi, tutto il discorso, scavando, si fonda spesso sulla contraddizione e l’incoerenza. Così ci si chiude all’accoglienza dell’altro proprio in nome di chi ha predicato l’amore anche per il nemico. Oppure, come avviene nel Sudtirolo, si sottolinea l’ispirazione cristiana della propria azione politica, dimenticando che l’elemento portante del pensiero sociale della chiesa è il bene comune, ovvero il bene di tutti e di ciascuno, un concetto difficilmente conciliabile con la tutela di un unico gruppo in un contesto multietnico.

Nella società delle apparenze inviti come quelli del card. Tettamanzi – “meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo” – tendono a rimanere inascoltati. Vale piuttosto quanto affermava qualche anno fa un dirigente politico del Nord: “Più parliamo di Islam e più saliamo nei sondaggi”. Bisogna vedere, in fin dei conti, se è la politica in funzione del consenso o se il consenso della politica. Se, nel Norditalia, in Austria, in Baviera o in Alto Adige il fine giustifica i mezzi o se invece i mezzi vanno ricercati – come suggeriva Gandhi – in relazione all’obiettivo da raggiungere, che per un partito serio non può che essere il bene di tutti (anche di chi non “appartiene” al proprio clan).

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