L’Adige – 27.3.2010
La permanenza così lunga nel tempo sulla scena politica regionale di un partito come la Südtiroler Volkspartei è un caso o va invece addebitata all’abilità della sua dirigenza? O piuttosto a circostanze esterne?
Il partito di raccolta degli altoatesini di lingua tedesca sembra muoversi verso l’appuntamento elettorale di maggio con una rinnovata fiducia nei propri mezzi, nelle capacità di successo e nelle prospettive di riconferma. Sta forse sottovalutando la situazione?
La Svp è una forza politica nata fin dal principio sul crinale della contraddizione. Fu fondata nel maggio del 1945, a conflitto appena spento. Raccoglieva l’eredità di quel “Deutsches Verband” che nel primo dopoguerra aveva unito le anime cattolica e liberale della politica sudtirolese, finché non era stato messo al bando dal regime, al pari di tutte le altre manifestazioni antifasciste. Ora, primavera 1945, pareva di poter rimettere in discussione i confini, e dunque la Svp ebbe come suo primo obiettivo un referendum per il “ritorno all’Austria”. Il diritto all’autodeterminazione è ancora oggi presente nei suoi principi statutari. Tuttavia dopo le decisioni dei vincitori al tavolo della pace, il partito si orientò concretamente verso la scelta autonomistica. Con qualche esitazione e ritardo, per la verità, tanto che ne uscì quello statuto del 1948 che si rivelò presto di difficile attuazione e non rispondente alle aspettative di autogoverno di Bolzano e provincia.

La Volkspartei è un partito che nel giro di pochi anni passa dalla richiesta dell’autodecisione all’accettazione dell’autonomia regionale, dal “Los von Trient” alla seconda autonomia. È volubilità questa? No: si tratta essenzialmente della capacità di comprendere le situazioni che cambiano e di agire di conseguenza sostituendo, se necessario, sia il bersaglio che le classi dirigenti. Una flessibilità solo apparentemente incompatibile col monolitismo del partito etnico.
Nel corso della sua lunga storia, la Svp ha saputo strutturarsi in modo tale da essere presente – di più: indispensabile – in ogni ambito territoriale, a tutti i livelli, dal più piccolo paese, alla Provincia, avendo pure le necessarie teste di ponte a Trento, a Roma e a Strasburgo. In questo somiglia molto alla Dc pre-tangentopoli e tuttavia è qualcosa di diverso. La Volkspartei si è potuta sviluppare come un “partito-Stato” che instaura con le forze politiche esterne ad essa un rapporto che non è di normale maggioranza-opposizione perché non prevede, nemmeno teoricamente, un’alternativa. Di fatto nel mondo di lingua tedesca chi è fuori dalla Svp è un estraneo al sistema. E i partiti di lingua italiana sono cooptati all’interno delle giunte, quando i numeri lo impongono, solo in ossequio alle norme dello Statuto. In una tale situazione di maggioranza assoluta, la corruzione non è nemmeno necessaria e comunque, a differenza che nel resto del Paese, non c’è stata. La dialettica politico-amministrativa (a parte alcuni temi) si è giocata tutta dentro la Svp, sempre però sotto la cappa derivante dal “dovere etnico” di marciare uniti. La sindrome dell’assedio ha dato forza e coesione, ma ha finito per condizionare il dibattito interno. Eppure, così come la società del 2010 non è più quella del 1945 o degli anni ’60, anche il partito ha saputo adattarsi alle novità. Pur restando esso legato ad uno zoccolo duro di valori ideologici, all’occorrenza possono cambiare le forme, i comportamenti e i contenuti programmatici.
Il congresso Volkspartei che si è tenuto sabato scorso a Merano ha analizzato questa situazione in vista del voto di maggio. Le premesse non sono necessariamente rosee. Negli ultimi tempi gli iscritti al partito sono calati di oltre l’8 per cento. Non è un buon segno. Alle elezioni europee del 2004 la lista Svp ha toccato il minimo storico (46,7) e alle ultime provinciali non ha superato, come sempre avvenuto, la soglia del 50 per cento (48,1) pur ottenendo poi la maggioranza dei seggi. Anche questo è un campanello d’allarme. A sinistra il consenso è stato eroso dai Verdi, a destra, più dolorosamente, dalla Union für Südtirol, dalla Süd-Tiroler Freiheit di Eva Klotz e soprattutto dai Freiheitlichen, con i loro slogan anti-casta e anti-immigrati. Espressione, quest’ultimi in particolare, di un malcontento diffuso proprio contro i metodi del partito-Stato.
Però anche questa volta il partito si riposiziona. Un grosso aiuto all’Obmann Richard Theiner lo ha dato la nuova normativa sull’ordinamento dei comuni che impedisce a sindaci e assessori di ricoprire la stessa carica per più di tre legislature. Una regola che la Svp ha combattuto con ogni mezzo, ma che infine è rimasta in vigore. Ed ora garantisce un effettivo ricambio di classe politica. E’ davvero sorprendente come il partito abbia saputo trasformare uno smacco in una carta vincente. 212 gruppi locali su 292 (oltre due terzi) sono stati chiamati alle primarie per designare i candidati sindaci. In tal modo si toglie alla destra populista uno dei suoi principali argomenti. Anche sugli altri versanti Theiner non perde tempo. Annuncia una legge sull’immigrazione perché, dice, “non si può lasciare questa materia in mano agli estremisti”. Lo stesso Durnwalder promette meno centralismo provinciale nei confronti dei comuni (altro cavallo di battaglia delle destre) sia pure annunciando un mix tra i principi di sussidiarietà e di solidarietà perché non va dimenticato, dice, “che siamo tutti sulla stessa barca”. Spetta alla Provincia continuare a garantire che siano salvaguardati gli interessi comuni.
Tuttavia la sfida maggiore, quella ancora molto poco affrontata, è il necessario passaggio da un approccio “etnica” all’autonomia ad una concezione di autonomia “territoriale”. A parole si continua ad affermare che “l’autonomia è per tutti i gruppi linguistici”, ma poi i fatti spesso smentiscono il principio. È un punto delicato, perché significherebbe trasformare il partito, pure lui, da organismo di tutela etnica a forza politica che abbia come primo riferimento il territorio e tutta la sua popolazione. La cui bandiera non sia l’etnia (le minoranze vanno comunque tutelate, tutte), ma un insieme di valori specifici attorno ai quali coagulare il consenso delle generazioni future e dei nuovi cittadini. Se non si compie questo passo, oltretutto, il gruppo italiano rischia di restare in sala, come spettatore, a godersi lo show. Sarebbe comunque uno spettacolo istruttivo, poiché destra, centro e sinistra avrebbero molto da imparare in merito alla capacità di coniugare valori e realtà, passato e futuro, interessi e storie personali, relazioni, cultura e politica.
Le parole d’ordine lanciate da Theiner a Merano sono quelle di sempre: Geschlossenheit (unità, compattezza), Ehrlichkeit (onestà, lealtà), Entschlossenheit (fermezza). Quando questo patrimonio di unità, lealtà e pragmatismo sarà messo con convinzione al servizio del bene comune anziché, in primo luogo, del destino di un gruppo, allora il Sudtirolo potrà davvero indicare e percorrere strade nuove.