Proposta educativa – 1-2010
Abbiamo paura, ma non sappiamo bene di cosa. Guardiamo con incertezza al domani ma non riusciamo a dare un nome a ciò che ci minaccia. Sono questo “non sapere” e questo “non capire” a spaventarci?
Con tutta la buona volontà facciamo fatica, noi e i nostri ragazzi, ad avere fiducia. Nel futuro, innanzitutto, ma anche nelle altre persone. Siamo sospettosi verso tutto e tutti. Evitiamo i legami troppo stretti e quelli definitivi, perché abbiamo questa percezione: ciò che oggi appare importante, domani sarà superato.
La nostra vita è in perenne connessione col mondo, eppure ci sentiamo soli. Siamo una piccola isola. Meglio: una barchetta alla deriva. Oppure un atomo che si combina di volta in volta con altri atomi, a seconda delle opportunità e del caso.
Disorientamento, assenza di riferimenti solidi, solitudine. Sono alcuni aspetti di ciò che il sociologo Zygmunt Bauman chiama “vita liquida” e “modernità liquida”. Come a dire: nulla, oggi, ha il tempo di farsi solido e duraturo, i punti di riferimento variano in continuazione, e chi si ferma è perduto. Tutto cambia senza sosta e questa situazione ci isola, crea tensione, ansia, a volte disperazione.

È questa la nostra realtà di persone e di capi scout?
Nella “società liquida” in cui ci troviamo immersi è vietato distrarsi: “un attimo di disattenzione si trasforma in sconfitta senza appello e nell’esclusione definitiva”. Soffriamo tutti dell’incubo di “restare indietro”. Siamo insicuri e sfiduciati perché abbiamo la sensazione che ogni obiettivo raggiunto non potrà mai concretizzarsi in un bene duraturo.
Il punto di partenza per chi educa (e si educa) è pessimo. Invece, spiega Bauman, “l’insicurezza e la paura aprono ottime opportunità d’affari”. La vita liquida è l’habitat naturale dell’uomo-consumatore. Il mercato, per lenire l’ansia, offre un’infinità di prodotti. E diffonde l’idea che vale solo ciò che è nuovo e che effetti immediati. Se le cose di ieri, oggi sono irrimediabilmente superate e se ciò che sarà domani non dipende in alcun modo da noi, allora esiste solo il mio presente. Non c’è altra prospettiva. Ciò che conta sono solo io, adesso. Non è la morte delle relazioni, dell’educazione e della politica? Di fatto, ammettiamolo, siamo convinti che sia impossibile “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”.
In altre parole: oggi educare in modo progettuale a diventare cittadini responsabili significa remare controcorrente. La battaglia per chi voglia educare alla libertà e alla responsabilità (cioè noi) è impari. Roba da non dormirci di notte.
Ma proprio per questo la proposta scout acquisisce significato ed urgenza. È una risposta rara e qualificata alla necessità di educare e di educarsi.
Lo scout è un inguaribile ottimista (che non significa ingenuo) e intuisce che qualcosa si può fare. Può agire sul piano, che gli è congeniale, dell’educazione e delle relazioni personali.
Si tratta appunto, come capi, come educatori, soprattutto come persone che vogliono bene ad altre persone, di tornare ad avere, meritare ed infondere fiducia. Fiducia (che è quasi fede, certo) nelle potenzialità infinite delle persone e nella verità (o nella Verità) sull’uomo.
La sfida da giocare è questa: convertire l’individualismo imperante in senso di responsabilità. Cioè passare da un “io che è per se stesso” ad un “io che è per sé e per (e con) gli altri”.
La sfida è educare a scoprire e ad assumersi liberamente le proprie responsabilità. Essere liberi non significa non avere legami, ma saper scegliere dando concretezza alle proprie scelte. Non vuol dire essere ovunque e da nessuna parte (come a volte capita a chi è connesso con mezzo mondo e al tempo stesso solo come un cane), ma essere presenti nel luogo e nella comunità dove la vita ci ha posto, perché non è un caso se noi siamo proprio lì e proprio con quelle persone.
Più concretamente ancora, guardando al lavoro dei capi scout, questo può voler dire:
– Capire che il proprio cammino di formazione (di capi) non è mai concluso e trasmettere questo atteggiamento anche ai propri ragazzi.
– Offrirsi ai ragazzi come punto di riferimento stabile nelle relazioni. Ciò comporta il ragionare in prospettiva (in modo progettuale), non solo di anno in anno, sapendo di dover garantire continuità educativa e relazionale (nei limiti del possibile).
– Puntare sulla necessità delle relazioni e sul fatto che la vita degli altri ci appartiene e, per certi versi, dipende dalle nostre scelte. La dimensione della relazione e della comunità può aiutarci a ridimensionare alcune ansie e a recuperare serenità.
– Se noi e i nostri ragazzi facciamo fatica a credere di poter davvero fare qualcosa per “migliorare il mondo” e siamo pessimisti rispetto al futuro, sarà utile aiutarci a ritrovare il legame tra la situazione globale e la nostra esperienza particolare. Non solo a cercare la nostra strada nella vita, ma anche il nostro ruolo nella comunità.
– Recuperare quest’idea: conta infinitamente di più ciò che il capo è piuttosto che ciò che egli dice o scrive.
– La relazione con Dio infine può essere, dove c’è, un elemento chiave per superare ogni paura. Essa dà l’ottimismo che nasce dalla consapevolezza di essere amati da Qualcuno “che non delude”, offre un principio unificatore di tutto ciò che facciamo (l’amore per se stessi e per gli altri) e dà la consapevolezza di essere chiamati, cioè presi sul serio e dunque, ancora una volta, responsabili e meritevoli di fiducia.