Venti di destra

L’Adige – 20.3.2010

Il denominatore comune sembrerebbe essere un concetto (o è solo una parola?): libertà. È il riferimento esplicito a questa “libertà”, nel nome o nei programmi, ad unire le varie anime della destra di lingua tedesca in Alto Adige. “Destra”: già su quest’idea l’accordo manca sia tra i protagonisti che tra gli analisti. Meglio usare altri termini? Populismo, patriottismo, estremismo, irredentismo?

Il Sudtirolo a metà maggio andrà alle urne per il rinnovo dei consigli comunali e nessuno è in grado di dire in modo convincente se il risultato del voto rappresenterà una nuova scossa nel panorama politico o se la Volkspartei ancora una volta, come avviene da decenni, riuscirà a ricucire gli strappi tra le sensibilità del suo elettorato e gli apparati burocratici e ideologici del partito. Forse il ricambio di sindaci e assessori imposto dalle nuove norme elettorali potrà dare una mano.

Rispetto alle destre, i dati certi da cui partire sono quelli delle ultime elezioni provinciali. Nell’ottobre del 2008 i tre raggruppamenti della cosiddetta destra populista (i Freiheitlichen di Pius Leitner, la Süd-Tiroler Freiheit di Eva Klotz e l’Union für Südtirol di Andreas Pöder) hanno quasi raddoppiato il loro consenso, passando da un totale di 35.675 voti (11,8%) del 2003, ai 65.550 della nuova tornata elettorale. Si tratta del 21,5% dei consensi. È già molto, ma facendo le necessarie proporzioni si può arrivare a dire che quasi un terzo dei sudtirolesi di lingua tedesca si è riconosciuto in quell’area politica.

Tutti questi partiti fanno riferimento ad un’idea di “libertà” che non è affatto estranea all’aria che si respira nella contigua area di lingua tedesca (Austria, Germania e Svizzera), ma nemmeno alle parole d’ordine assai diffuse in Italia da due decenni a questa parte. Secondo gli analisti i populisti “rappresentano valori profondamente borghesi” (Karin Priester) e appartengono essi stessi a quella piccola borghesia che rivendica libertà da ogni vincolo che possa limitare le proprie attività. Libertà in primo luogo dallo stato.

Ma come si è passati dall’Alto Adige “popolare” a quello “populista”? Non dimentichiamo che Volkspartei altro non significa che “partito popolare”. Ed ecco qui, alla radice, il primo equivoco. “Popolo” esprime una condizione sociale o giuridica (i quartieri popolari, la volontà popolare), ma ha anche una connotazione etnica (popolo come “nazione”). La Svp, nei decenni del suo sviluppo, ha voluto dar voce al popolo (ovvero “a tutti”), ma dando ad esso una connotazione etnica: il popolo “di lingua tedesca” (perciò “non tutti”). Quest’idea di popolo è fin dall’inizio limitativa: taglia fuori qualcuno. In molti casi si oppone a qualcuno o almeno prende nettamente le distanze, dividendo il mondo tra “noi” e gli altri.

Ora, cos’hanno in comune i nuovi raggruppamenti della destra sudtirolese tra di loro e con la Svp? Le parole d’ordine che si leggono sui programmi sono autodeterminazione, lotta ai privilegi della classe politica, precedenza dei residenti nella distribuzione delle risorse, linea dura contro i clandestini e chiare regole per l’immigrazione, secco no alla società multiculturale, generica avversione allo stato italiano e al riconoscimento di una società fondata sull’idea di una regione plurilingue. A tutto ciò si aggiunge quell’esaltazione della democrazia diretta (proprio in chiave “anti-casta”) che ha portato nell’ottobre scorso in particolare i Freiheitlichen a promuovere e a partecipare con convinzione all’appuntamento con i primi referendum provinciali, poi caduti a causa del mancato raggiungimento del quorum. Infine: l’idea di “patria” che soggiace alla spinta populista si traduce anche nel campo della tutela ambientale in una serie di affermazioni contro la “svendita della Heimat”, intesa come salvaguardia del territorio. Ciò che accomuna queste posizioni a quelle da sempre rappresentate dalla Svp è, prima che quella di libertà, l’idea di porsi in difesa. La patria è minacciata (dall’inquinamento culturale e da quello ambientale) e va difesa dalle contaminazioni. Come ai tempi di Hofer o negli anni ’60. E forse non è un caso che i difensori della patria vengono chiamati, sempre, “combattenti per la libertà” (Freiheitskämpfer).

C’è un scivolamento in questi anni dal patriottismo al populismo xenofobo, dal populismo etnico di cui ha profittato la Svp per decenni ad un nuovo populismo “sociale”, che trova nell’attuale crisi economica una miriade di motivi per arrivare a manifestare malcontento e disagio. Una situazione che ricorda tanto i decenni di fine ‘800, quando dal terreno fertile dell’antisemitismo tradizionale (di matrice cattolica) nacque quell’antisemitismo “sociale” (praticato soprattutto nella Vienna “popolare”) che produsse i frutti che tutti conoscono in una mente malata come quella di Hitler.

La manifestazione più rozza ed evidente del cambiamento di mentalità attualmente in atto è il fiorire di gruppuscoli neonazisti nei paesi o di pagine razziste su internet. In questi giorni la procura di Bolzano indaga sul gruppo Facebook “Stop all’immigrazione in Sudtirolo” per violazione della legge Mancino. C’è un legame con le campagne populiste anti-immigrati degli ultimi anni? La Klotz si affretta a proclamare che “i veri patrioti non sono nazisti-idioti”. Verrebbe piuttosto da dire che chi semina vento raccoglie tempesta.

Ma sia chiaro: non è un fenomeno solo altoatesino.  La diffusa incertezza per il futuro (cavalcata a dovere per motivi elettoralistici) non ha prodotto solo la perdita dei punti di riferimento valoriali che si davano per scontati, ha svuotato di significato anche le parole. Libertà, ad esempio. È un concetto che acquista significato solamente se messo in relazione con altre idee: uguaglianza, fratellanza, legalità, solidarietà, responsabilità.

bill

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