Giornata della memoria 2010

Alto Adige – 28.1.2010

Qualcuno ha parlato nientemeno che di “dittatura del presente”. E’ quell’atteggiamento (che però, date le conseguenze, è molto più che un semplice atteggiamento), per cui ciò che conta davvero è solo quanto accade qui e adesso. Solamente le cose e le scelte che hanno un effetto immediatamente fruibile e misurabile.

Secondo questa visione non solo il passato remoto, ma pure ciò che è solo di ieri, è destinato irrimediabilmente (e subito) alla discarica. Sostituire di continuo ogni oggetto (e ogni relazione) è un imperativo sociale. Nella “società liquida” nella quale ci troviamo immersi è vietato distrarsi: un attimo di disattenzione si trasforma in sconfitta senza appello e nell’esclusione definitiva. Soffriamo tutti dell’incubo di “restare indietro”. Per questo motivo “vecchio” e “passato” sono sinonimi di fallimento. Nulla ha il tempo necessario per farsi solido e duraturo, i punti di riferimento variano in continuazione, e chi si ferma è perduto. Il terreno su cui presumiamo si fondino le nostre prospettive di vita è malfermo. Tutto cambia incessantemente e chi non sta al passo (anche se spesso si tratta semplicemente di cambiarsi d’abito), va in crisi, preda della tensione, dell’ansia e a volte della disperazione.

Se il passato ha cattiva fama, il futuro non se la passa meglio. L’assenza di prospettiva produce incertezza, insicurezza e sfiducia. Si fa largo la convinzione pratica che le cose non possano realmente cambiare in meglio, che non valga la pena impegnarsi perché comunque vada gli obiettivi che ci si propone non saranno mai realizzabili né a breve né a lungo termine.

Evidentemente le ragioni di questo stato di cose sono molteplici e ognuno che se ne sia interessato potrà analizzare questa o quella conseguenza. È certo che si tratta di una situazione funzionale alla società dei consumi il cui obiettivo principale è, per l’appunto, indurre le persone al consumo. Di qui la denigrazione del passato (“non consumare ciò che ormai è scaduto!”), la cancellazione del futuro (“consuma adesso, il domani è troppo incerto”) e dunque l’enfatizzazione del presente fino alla “dittatura” di cui parla l’antropologo Marc Augé.

È importante insinuare l’idea (ma più che un’idea è un modo di percepire le cose) che non ci sia alcuna continuità tra ciò che siamo, ciò che siamo stati e ciò che saremo. “La discontinuità verso il passato – avverte il sociologo Zygmunt Bauman in uno dei suoi ultimi scritti – ha il compito di far sì che ad esso non venga mai consentito di riprendere l’io in fuga. La discontinuità verso il futuro è la condizione per vivere pienamente il momento, per abbandonarsi totalmente e senza riserve al suo fascino”.

In un simile contesto che senso può avere una “giornata della memoria”? Chi si è occupato di queste cose osserva che è proprio a causa di questa situazione che oggi s’impone la necessità di “fare memoria”. L’importanza che sempre più spesso la nostra società attribuisce esplicitamente alla memoria è un sintomo di questo cambiamento di prospettiva (meglio: del tramonto di ogni prospettiva). Una società che non dimentica e che sa far tesoro del proprio passato non avrebbe affatto bisogno di promuovere giornate della memoria. Lo fa perché si rende conto che inizia a perderla. La nostra tendenza a conservare la memoria è proprio il segno del nostro essere una “civiltà del transitorio” e dell’oblio.

Il 27 gennaio è la data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Per legge si ricordano “la shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Tutte cose di cui altrimenti non ci ricorderemmo, non tanto perché fanno parte di un tempo che si allontana, ma soprattutto perché andiamo smarrendo il senso della storia.

Guardare al passato può essere anche un modo per fare dell’ideologia e per scagliarsi gli uni contro gli altri. In Alto Adige abbiamo abbondanti esempi di uso ideologico e strumentale della storia. Questi atteggiamenti beneficiano anch’essi della generale difficoltà a ragionare in prospettiva.

Il recupero della memoria è autentico ed efficace quando riesce a ristabilire il senso della continuità dei tempi che passano. Quando indica le responsabilità del passato per suscitare corresponsabilità nel presente e capacità progettuale nel guardare al futuro. Se non torniamo ad essere capaci di leggere la storia e di proiettarci con fiducia nel domani, saremo destinati a vivere come ostaggio di chi, giorno per giorno, ci impone il suo presente.

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