Alto Adige – 27.1.2010
“Non so come, riuscimmo a scavalcare il muro e a saltare dal muro al tombino subito sotto. La terra era coperta di neve e quindi morbida. Molto probabilmente i tedeschi di guardia, per la fretta di avere la libera uscita, avevano lasciato la garrita dieci minuti prima. Alle 18 ci sarebbe stato l’appello e quindi sarebbe stata scoperta la fuga. Sarebbero stati sciolti i cani (detti ‘lupi siberiani’) e mandati al nostro inseguimento. Sempre di corsa, curve per non essere viste da lontano, percorremmo tutto il tombino fino alle rotaie della ferrovia”. La testimonianza, raccolta alcuni anni fa, è di Ernesta Sonego, veneziana. La donna racconta nei dettagli la sua fuga dal cosiddetto “lager di Merano” assieme all’amica bellunese Albertina Brogliati. Oggi di quel lager rimane solo buona parte del muro di cinta. Si tratta della caserma (originariamente della Guardia alla frontiera) che dopo la guerra fu denominata “Bosin” e si trova al di là dell’ippodromo di Maia.
Sul muro, posto sotto tutela come “luogo della memoria”, ora il Comune ha fatto affiggere una lapide, scoperta il 27 gennaio 2010. Questo il testo: “Sorgeva in questo luogo la caserma per la Guardia alla Frontiera che durante la Seconda guerra mondiale fu trasformata in campo di concentramento. Allestito come sottocampo del lager di Bolzano – inizialmente presso la vicina caserma Rossi – fu attivo dall’ottobre 1944 all’aprile 1945. Vi furono rinchiusi per motivi politici, bellici e razziali e costretti a lavori forzati donne e uomini di lingua e religioni diverse. Intorno a Natale 1944 due ragazze internate riuscirono a fuggire dal campo scavalcando questo muro. Si salvarono grazie all’aiuto di alcuni cittadini e cittadine meranesi. Il Comune di Merano intende mantenere intatta la memoria di questo luogo di sofferenza”.

Quello di Merano fu uno dei numerosi sottocampi del “Durchgangslager” di via Resia, aperto a Bolzano nell’estate del 1944. Altri ne furono allestiti a Campo Tures, a Colle Isarco, a Bressanone, a Sarentino, a Vipiteno, a Moso in Passiria ed a Certosa in val Senales.
Nel lager di Bolzano e nel sottocampo meranese c’era un alto numero di donne. Si trattava spesso di ostaggi, parenti di partigiani o disertori, per lo più donne incarcerate per indurre questi ultimi a consegnarsi. Furono arrestate in base all’ordinanza del commissario supremo Franz Hofer del gennaio 1944, secondo cui fino alla cattura del renitente alla leva “i suoi familiari, e precisamente la moglie, i genitori, i figli con più di 18 anni o i fratelli viventi sotto lo stesso tetto del colpevole o i suoi complici possono essere arrestati”.
In un primo tempo, nel corso dell’estate del 1944, il “sottocampo” di Merano fu allestito all’interno dell’attuale caserma Rossi, di fronte all’ippodromo di Maia. Secondo il ricordo del bellunese Tullio Bettiol, che poi fuggì dal campo di Certosa, in esso erano rinchiuse circa quattrocento persone adibite a lavori di fatica.
Nei mesi successivi il campo, in quelle dimensioni, pare essere stato smantellato, probabilmente per far posto alle attrezzature del cosiddetto “parco di sanità”, un campo di lavoro per la confezione di materiali sanitari. Verso ottobre un secondo lager fu quindi aperto nell’ex caserma della GAF presso ponte Marlengo. Ernesta Sonego, arrestata il 5 settembre 1944 dai fascisti di Venezia per aver distribuito un giornale della Democrazia cristiana, vi arrivò il 5 ottobre, trasferita da Bolzano. “Lo chiamavano – ricorda – campo di lavoro distaccato. Dormivamo in camerate contigue all’ultimo piano in brandine militari. Tre camerate da 6-8 persone e servizi igienici, lavandini con acqua corrente, una sala da refettorio che dava sul cortile e la cucina…” “La maggioranza dei prigionieri era donne. I cinque uomini, dopo un mese circa dal nostro arrivo in campo, furono spediti in Germania col solito sistema dei carri merce sigillati”. “Il lavoro si svolgeva durante tutte le ore di luce con intervallo per il rancio. Eravamo divisi in due squadre non sempre fisse: facchini e sarti. I facchini, o meglio le facchine, erano adibite al trasporto a braccia o sulle spalle delle merci rubate o requisite in Italia… Alla ferrovia spesso si caricavano su carri merce pezze di formaggio parmigiano molto grandi, di 35 kg. Spesso dal cortile alla soffitta della caserma ciascuno doveva fare la spola con cassette di mele (di circa kg 15). Dai camion ai magazzini della caserma si portavano sulle spalle cassette di liquori ecc. I sarti cucivano in tele e sacchi di iuta grosse balle di vestiario, da indumenti e tessuti di molto pregio a cappotti militari. Tre volte al giorno veniva fatto l’appello in cortile”.
Il lager di Merano fu smantellato progressivamente nelle ultime settimane di guerra. Quando il gruppo partigiano di de Bartolomeis alla fine del conflitto occupò la caserma, vi trovò ancora alloggiata una manciata di prigionieri: iugoslavi, ucraini, russi ed italiani.
Ad Albertina Brogliati, che prese l’iniziativa della fuga dal lager, il Comune di Merano ha dedicato la via che si snoderà sul vecchio sito del campo, ora adibito a zona artigianale.