Alto Adige – 7.1.2010
Il nuovo anno non porterà nulla di buono, nella politica locale, se non ci sarà uno sforzo sincero, autentico, vigoroso, di ricerca di un denominatore comune.
La democrazia autentica si fonda su due elementi: la compresenza di posizioni diverse e la condivisione di un nucleo comune di principi. Ciò vale sia per il sistema politico in generale che per un partito o uno schieramento politico. In altre parole: ovunque dove le persone si riuniscono in nome di qualcosa deve esistere uno zoccolo duro comune e poi sul resto bisogna ammettere una pluralità di posizioni.
Una società in cui manchi una base solida di principi comuni e condivisi è destinata a frantumarsi, a sfaldarsi e a soccombere. Ognuno infatti viaggia per conto suo, fondando la sua azione su valori ad hoc, oppure fai-da-te. A lungo andare ciò compromette l’incontro e la comunicazione tra le persone e le componenti sociali. Non siamo più in presenza di una società laica e pluralistica ma nel caos generalizzato. In questo contesto se la cava solo chi ha i mezzi per farlo: denaro e potere, poco importa come li si ottiene.
Inutile dire che l’estremo opposto equivale ad una dittatura. Quando la gente abdica al proprio diritto-dovere di pensare, di approfondire le cose, di farsi un’idea critica e di esprimerla responsabilmente, allora, paradossalmente, il relativismo morale si trasforma nell’assolutismo del “così fan tutti”. Il costume etico che prevale e si impone è quello che porta a farsi trasportare dalla corrente: chiudere gli occhi di fronte alle contraddizioni, guardare quello che fanno gli altri (perché così conviene) e accodarsi.
L’epoca in cui viviamo si caratterizza per l’emergere di uno strisciante pensiero unico (più che pensiero, comportamento) in un contesto di apparente, in realtà fasullo pluralismo. Ecco uno dei motivi per cui la democrazia è in pericolo e si fa strada sempre più quel senso di insicurezza che genera depressione o violenza.
Tutto ciò tradotto nella situazione altoatesina – penso in particolare a Bolzano e Merano dove ci si barcamena in vista delle non lontane elezioni comunali – che cosa può significare? Mi pare innanzitutto di vedere molti che si muovono per conto proprio, basandosi solo sulle proprie personali convinzioni del momento, senza intuire il bisogno di coniugare le stesse con le idee dei possibili compagni di strada. Altri che hanno semplicemente in mente di andare ad occupare questo o quel posto, per fare la qual cosa ogni mezzo è lecito. Alcuni fanno, altri disfano, ma nel complesso la popolazione (che fra qualche mese sarà chiamata alle urne) ne ricava solo un senso di profondo smarrimento e di sfiducia.
La vera urgenza – perché sta a monte di tutte le altre scelte – oggi è quella di cercare e trovare un denominatore comune. Per differenziarsi ci sono già mille occasioni. Manca il luogo in cui ci si ritrovi e si dica: questi principi sono quanto ci accomuna. E’ necessario trovare il denominatore comune tra le comunità linguistiche che convivono in questa terra; tra tutti gli schieramenti che si riconoscono nel sistema democratico. Anche centro-sinistra e centro-destra, anziché gettarsi addosso gli elementi di disunione, farebbero forse bene a cercare ciò che unisce perché è su quello, principalmente, che andranno a cercare onestamente il consenso degli elettori.
Certo, non aiuta una situazione nazionale in cui tutto è avvolto nella nebbia e in cui si mettono perennemente in discussione (strumentalmente) ruoli e regole del gioco. Tuttavia è bene essere consapevoli che il denominatore comune non può essere imposto dal centro o dall’alto, ma va ricercato con pazienza e umiltà proprio a partire da situazioni di frontiera come la nostra.
