QuiMedia – 24.12.2009
Nella regione centrale dell’Ecuador, la montagna, c’è un villaggio sperduto che si chiama Isinche Grande. Appartiene ad un cantone di nome Pujilì e si trova circondato dai picchi della cordigliera delle Ande. Presso quel paese che, a dispetto del nome – Isinche Grande – è molto piccolo, tanti tanti anni fa, scorreva un fiume meraviglioso che attraversava placido la campagna attorno a quel luogo, che dunque era sempre verde e rigogliosa. Laggiù, al tempo in cui l’Ecuador era ancora una colonia spagnola, abitavano molte persone. Venivano lì per lavorare la lana che giungeva via mare dall’Europa. Era un lavoro dai ritmi molto duri, quasi da schiavi.
Si racconta che un certo giorno, come accadeva di solito, arrivò un nuovo carico di lana. La lana era bene impacchettata e legata stretta affinché non si perdesse lungo i sentieri. Quando gli operai levarono i lacci e aprirono il carico, restarono tutti a bocca aperta. Tra la lana c’era un bambinello di gesso grande quanto la palma di una mano. Era il bambino Gesù. Proprio lui. I presenti furono colpiti dal suo tenero sorriso e dallo sguardo intenso. Decisero che la statuetta andava esposta in un luogo adeguato, in modo che tutti potessero vederla. Perciò costruirono uno scrigno di cristallo, vi collocarono il bambinello, poi deposero lo scrigno nella cappella della tenuta padronale, affinché il piccolo fosse venerato e ammirato da tutti i paesani.
Ma da quel giorno la vita non fu più quella che era stata prima. Succedevano cose un po’ strane. Tanto per cominciare, ogni mattina gli operai della lana trovavano il bambino con i piedi sporchi. Il piccolo, col tenero sorriso, lo sguardo intenso e le braccia color dell’avorio, aveva i piedi zozzi su fino alle caviglie. La prima volta il maggiordomo della tenuta scosse la testa, lo ripulì con cura e lo rimise a posto. Però il giorno dopo lo si trovò nelle medesime condizioni. Così anche l’indomani e tutta la settimana. Allora il maggiordomo decise di spiare il bambino durante la notte. Si nascose sotto il pulpito e aspettò con pazienza. Ed ecco che all’alba la statuetta di gesso si animò di vita e uscì a giocare con gli animaletti del cortile. Ovviamente si insudiciò per bene i piedi. Poco prima che sorgesse il sole, tornò a dormire nella sua cassetta di cristallo. Lo scrigno, in verità, gli stava ormai stretto, giacché poco a poco il suo corpicino color avorio stava crescendo.
Ma questo non è tutto. Era quasi Natale e gli abitanti di Isinche cominciarono a fare strani sogni. La notte, mentre dormivano dopo giornate di grande fatica, sognavano il bambino di gesso. Una volta era vestito da re, un’altra da angelo, poi da caposquadra o da operaio, da allevatore di bestie o da pagliaccio. E ad ogni travestimento era collegato un ballo speciale e tutti danzavano al ritmo di San Juanito. Il bimbo, nel sogno, spiegava ai sognatori che era proprio così che desiderava venisse festeggiato il giorno del suo compleanno: tutti travestiti, ballando allo stesso ritmo con grande allegria. Durante la danza i presenti, sempre nel sogno, battevano le mani e intonavano canzoni di lode, come questa:
“Bambino, bambino,
mazzetto di fiori
hai pianto poverino,
per noi peccatori…
Musica signori!”
E via con la danza, tutti in cerchio, attorno al bambinello.
Sono passati più di duecento anni da quegli stranissimi avvenimenti. Il bimbo di gesso color avorio è ancora lì. Gli abitanti del villaggio lo conservano gelosamente in una cappella di pietra pomice presso il villaggio andino. Lo chiamano “el Niño de Isinche”.

Da quella Notte santa di tanti tanti anni fa, in questo paese leggendario, il Natale è reso una festa magnifica dalla musica, dalle danze, dall’allegro frastuono e dai travestimenti multicolori. E il bambinello miracoloso, dicono, ripaga con molte benedizioni coloro che festeggiano con lui, a suo modo, con fede e con amore.