Il “lager” di Merano

QuiMedia – 1.2009

“Non so come, riuscimmo a scavalcare il muro e a saltare dal muro al tombino subito sotto. La terra era coperta di neve e quindi morbida. Molto probabilmente i tedeschi di guardia, per la fretta di avere la libera uscita, avevano lasciato la garrita dieci minuti prima. Alle 18 ci sarebbe stato l’appello e quindi sarebbe stata scoperta la fuga. Sarebbero stati sciolti i cani (detti “lupi siberiani”) e mandati al nostro inseguimento. Sempre di corsa, curve per non essere viste da lontano, percorremmo tutto il tombino fino alle rotaie della ferrovia”. Questa testimonianza, raccolta alcuni anni fa, è di Ernesta Sonego, veneziana. La donna racconta nei dettagli la sua fuga dal cosiddetto “lager di Merano”. L’iniziativa fu della sua amica bellunese, Albertina Brogliati. Andò in porto grazie alla coraggiosa collaborazione di alcuni meranesi. Oggi di quel lager rimane solo buona parte del muro di cinta. Si tratta della caserma (originariamente della Guardia alla frontiera) che dopo la guerra fu denominata “Bosin”. Si trova al di là dell’ippodromo di Maia.

Quello di Merano fu uno dei numerosi sottocampi del lager di via Resia, aperto a Bolzano nell’estate del 1944. Altri ne furono allestiti a Campo Tures, a Colle Isarco, a Bressanone, a Sarentino, a Vipiteno, a Moso in Passiria ed a Certosa in val Senales.

Nel lager di Bolzano e nel sottocampo meranese c’era un alto numero di donne. Si trattava spesso di ostaggi, ovvero di parenti di partigiani o disertori, incarcerate per indurre questi ultimi a consegnarsi.

In un primo tempo, nel corso dell’estate del 1944, il “sottocampo” di Merano fu allestito all’interno dell’attuale caserma Rossi, di fronte all’ippodromo. Secondo il ricordo del bellunese Tullio Bettiol, che poi fuggì dal campo di Certosa, in esso erano rinchiuse circa quattrocento persone adibite a lavori di fatica.

Nei mesi successivi il campo, in quelle dimensioni, fu smantellato, probabilmente per far posto alle attrezzature del cosiddetto “parco di sanità”, un campo di lavoro per la confezione di materiali sanitari. Verso ottobre un secondo lager fu quindi aperto nell’ex caserma della GAF presso ponte Marlengo.

Una testimonianza

Ernesta Sonego fu arrestata il 5 settembre 1944 dai fascisti di Venezia per aver distribuito un giornale della Democrazia cristiana. Arrivò al lager di Merano arrivò il 5 ottobre, trasferita da Bolzano. “Lo chiamavano – ricorda – campo di lavoro distaccato. Dormivamo in camerate contigue all’ultimo piano in brandine militari. Tre camerate da 6-8 persone e servizi igienici, lavandini con acqua corrente, una sala da refettorio che dava sul cortile e la cucina…” “La maggioranza dei prigionieri era donne. I cinque uomini, dopo un mese circa dal nostro arrivo in campo, furono spediti in Germania col solito sistema dei carri merce sigillati”. “Il lavoro si svolgeva durante tutte le ore di luce con intervallo per il rancio. Eravamo divisi in due squadre non sempre fisse: facchini e sarti. I facchini, o meglio le facchine, erano adibite al trasporto a braccia o sulle spalle delle merci rubate o requisite in Italia… Alla ferrovia spesso si caricavano su carri merce pezze di formaggio parmigiano molto grandi, di 35 kg. Spesso dal cortile alla soffitta della caserma ciascuno doveva fare la spola con cassette di mele (di circa kg 15). Dai camion ai magazzini della caserma si portavano sulle spalle cassette di liquori ecc. I sarti cucivano in tele e sacchi di iuta grosse balle di vestiario, da indumenti e tessuti di molto pregio a cappotti militari. Tre volte al giorno veniva fatto l’appello in cortile”.

Il lager di Merano fu smantellato progressivamente nelle ultime settimane di guerra.

La memoria del lager e della fuga

Per ricordare la presenza del lager e per fare memoria della fuga di Albertina ed Ernesta, il Comune di Merano ha deciso di porre sotto tutela una parte del muro di cinta (“Il Comune di Merano – si leggerà sulla targa – intende mantenere intatta la memoria di questo luogo di sofferenza”). La via che si snoderà tra i nuovi capannoni della zona artigianale sarà inoltre intitolata ad Albertina Brogliati, la ragazza che, con la sua iniziativa, ha saputo dare speranza a tutti coloro che, allora come oggi, sono privati della libertà.

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