Alto Adige – 25.9.2008
“Le razze umane esistono”, proclamava proprio settant’anni fa il “Manifesto della razza” promosso da Mussolini per giustificare l’aberrante iniziativa delle “leggi razziali” antisemite. Oggi ogni buon scienziato sa che le razze umane non esistono e che il termine “razza” è molto più adatto agli animali che non all’uomo. Già nel 1950 (cioè appena dodici anni dopo le nostre “leggi razziali”), l’Unesco dichiarava l’inesistenza di razze biologicamente diverse in seno alla specie umana. Tutti gli esseri umani differiscono tra loro, questo è ovvio, ma ognuno fa parte di un unico genere umano.
Ebbene, se le razze umane non esistono, purtroppo il razzismo continua ad esserci. Il razzismo inteso come atteggiamento, più che come teoria pseudoscientifica. D’altra parte è vero che ogni atteggiamento rimanda a delle convinzioni ben precise. I tragici episodi degli ultimi giorni possono, devono farci riflettere.
Ma da dove vengono queste idee? È nei secoli che noi definiamo età moderna che si sviluppa nella mente dell’uomo occidentale ciò che oggi definiamo con la parola “razzismo”. Come si poteva giustificare il trattamento di altri uomini come bestie da portare in catene sui mercati e da far lavorare a colpi di frusta, se non convincendo la propria coscienza “civile” e “cristiana” che quelli, tutto sommato, non erano veri uomini, che erano esseri sostanzialmente inferiori, l’anello di congiunzione tra l’homo sapiens e la scimmia? Si calcola che in quattro secoli, dalla metà del Quattrocento all’Ottocento, abbiano varcato l’Atlantico tra i dodici e i quattordici milioni di africani, venduti poi come schiavi. Per fare ciò bisognava convincere il mondo che coi neri siamo di fronte ad una “razza inferiore”, destinata ad essere dominata. Persino Thomas Jefferson, il successivo presidente degli Stati Uniti d’America che avrebbe portato al decreto per la soppressione della tratta degli schiavi, nel 1782 dava per scontata l’inferiorità biologica degli uomini dalla pelle scura e affermava di non aver “mai trovato un nero capace di esprimere un pensiero al di sopra della più semplice narrazione; né uno che producesse una sia pur elementare opera di pittura o scultura”.

Un atteggiamento oggi unanimemente rigettato, ma fino a che punto? Le discriminazioni razziali sono rimaste in vigore in varie regioni “civilizzate” del pianeta fino ad anni a noi molto recenti.
Esiste, scrivevo già qualche anno fa, anche un razzismo alla rovescia. È quello di chi ritiene che gli africani siano tutti buoni, privi di malizia, di colpa e di responsabilità. È il mito del “buon selvaggio”, parto, forse, di un certo senso di colpa. Un conto è la simpatia incondizionata che i poveri, in quanto tali, si meritano, altro sono le generalizzazioni e i giudizi sommari, siano essi negativi o positivi.
Ma se il contrario del razzismo è il rispetto, possiamo dire che oggi, nel modo di ragionare che viene spontaneo all’europeo che percorre le piste sabbiose dell’Africa, sia davvero il rispetto a determinare rapporti e relazioni? Quel misto di disprezzo e compassione con cui molti guardano ancora alla realtà africana è parente stretto del razzismo. Il senso di superiorità con cui troppi europei pretendono oggi di insegnare agli africani la via dello sviluppo, il misurare il loro grado di “evoluzione” in base alle nostre categorie culturali, il dire che “se volessero, potrebbero…”, lo scuotere la testa perché “cosa volete, siamo in Africa…”, il saper vedere ovunque solo disordine, lentezza e pigrizia, il voler “cambiare la testa” alla gente, tutto ciò nasconde ancora la convinzione che l’arretratezza dell’Africa sia dovuta nei fatti ad una sorta di inferiorità congenita dei popoli neri. Quanto più un africano si presenta simile ad un europeo, tanto più egli sarà apprezzato. In lui si vedrà, in tutta buona fede, una speranza per il futuro del “continente nero”. È quanto mai vero quello che potrà confermare qualsiasi vecchio e saggio africano: “L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce”.
È difficile, per l’europeo, rinunciare al suo senso di superiorità. Egli è convinto che, nella storia, c’è sempre stato un rapporto a senso unico con l’Africa. È l’Europa che porta la vera fede ai “pagani”, la civiltà e la democrazia ai “selvaggi”, il denaro ai “poveri”. In realtà, come suggeriscono Louis-Vincent Thomas e René Luneau, la sufficienza che noi manifestiamo talvolta nei nostri rapporti con chi è diverso da noi, molto spesso dà semplicemente la misura della nostra ignoranza. “In questo campo, come in tanti altri, la modestia è una virtù cardinale”.