Vita Trentina – 31.8.2008
Il 31 agosto avrebbe festeggiato ventidue anni di episcopato. Nominato e consacrato nel 1986, il vescovo Wilhelm Egger aveva sostituito mons. Joseph Gargitter sulla cattedra di Bolzano-Bressanone, dopo che quest’ultimo si era dimesso per motivi di salute.
Le migliaia di persone che nei giorni seguiti alla sua morte improvvisa gli hanno reso visita, prima nel Duomo di Bolzano, poi a Bressanone, nel giorno dei funerali, sono già una prima risposta alla domanda: che cosa lascia mons. Egger in eredità al suo successore? Innanzitutto lascia una comunità che si sente “una”. Una, nella diversità. Questo è già un grande messaggio che vale non solo per l’Alto Adige ma per l’Europa e per un mondo che ha sempre più bisogno di trovare elementi di unità pur nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze. Tutto ciò fu sintetizzato già all’inizio dell’episcopato in quel motto, “syn” (ovvero “insieme”), che il vescovo fece incidere sul suo pastorale.
Syn non significa solamente che la comunità cristiana è una, pur facendo uso di lingue e tradizioni diverse. Vuole dire anche, e soprattutto, che nella comunità ognuno è chiamato a fare la sua parte, ridonando ciò che ha ricevuto in dono. Egger è stato un vescovo che ha posto continuamente l’accento sulla corresponsabilità di tutti alle sorti della Chiesa e della società.
La corresponsabilità chiama alla partecipazione. Ma non c’è partecipazione senza un’adeguata formazione e un minimo di consapevolezza. Ecco perché, nei primissimi anni del suo episcopato, mons. Egger ha chiamato la sua diocesi “alla scuola della Parola”, sull’esempio di quanto faceva a Milano il card. Martini, e sulla scorta della sua profonda conoscenza dei testi biblici ed in particolare del Nuovo Testamento.

Il secondo triennio del suo episcopato fu dedicato alla “nostra responsabilità per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato”. Ecco, qui si usciva dal contesto di fede per aprirsi sul mondo circostante. Giustizia, pace, salvaguardia dell’ambiente sono temi che necessitano di un osservatorio e di un impegno permanente. Il triennio si concluse con la pubblicazione della famosa lettera pastorale “Ricordatevi dei cinque pani… Il nostro impegno per l’uomo e il creato. Lettera pastorale da completare nelle comunità”. Dopo questo “porre le basi” l’attività diocesana sarebbe continuata di anno in anno sviluppando singoli argomenti (la famiglia, i giovani, la spiritualità, i temi legati alla preparazione del grande Giubileo del 2000, le vocazioni, la domenica…).
“Syn” ha significato anche, dopo gli anni del distacco, ricominciare a guardare verso Innsbruck e verso Trento. In particolare con l’arcidiocesi tridentina si sono intensificati i rapporti a vari livelli: nella pastorale familiare, ad esempio, nella collaborazione tra i mass media diocesani, oppure a livello degli studi teologici. Ma soprattutto sono nati e si sono intensificati quei rapporti interpersonali che vanno al di là delle relazioni gerarchiche e istituzionali.
In tutto ciò mons. Egger non ha mai dimenticato di essere un discepolo di san Francesco. “Questo Santo – scriveva il 4 ottobre 1986 nella sua prima breve lettera pastorale – è vissuto ottocento anni fa, però è moderno come pochi altri. San Francesco rende vivo il Vangelo e ci fa vedere come gli uomini possono vivere da fratelli”. Quello della fratellanza è un tema ripreso nel suo testamento spirituale. “Per me – ha lasciato scritto il vescovo – è stata importante in questi anni la parola di Gesù: ‘Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli e sorelle’. In ogni messa ho pregato affinché noi siamo una ‘fraternitas secundum sanctum Evangelium’”. Non un “maestro”, dunque, ma un fratello. Perché ponendosi come fratelli è più facile potersi aprire al dialogo.
Nel novembre 2003 il vescovo aveva pubblicato un “Alfabeto sociale per la diocesi di Bolzano-Bressanone”. E’, in più punti, un compendio del suo pensiero e delle sue aspirazioni. Alla voce “dialogo” si legge: “L’incontro con altri uomini di popoli e gruppi etnici diversi presuppone la disponibilità al dialogo, la capacità d’immedesimazione, il coraggio di un confronto spirituale e religioso, il rispetto e la compassione per le storie di vita e sofferenza umane. Grazie al confronto spirituale ci si apre alla verità che per noi cristiani è sempre collegata con la persona di Gesù. Il dialogo può risultare più facile se le parti a confronto conoscono bene la propria cultura e religione. Nella nostra regione abbiamo raccolto diverse esperienze di dialogo tra gruppi linguistici diversi. Continuare a curare queste forme di incontro così come promuovere la disponibilità al dialogo rimane per noi tutti un grande compito. La Chiesa locale dovrebbe proprio essere una scuola di dialogo tra gruppi linguistici diversi”.