“Arrivederci”

Alto Adige – 18.8.2002

Dunque la lunga visita del papa in Alto Adige è stato il coronamento del suo episcopato. E quel suo prendere congedo da Benedetto, lunedì scorso, quel suo insistere sull’idea dell’“arrivederci”, quel sottolineare che “Aufwiedersehen” non significa che ci vedremo per forza qui, magari da un’altra parte… tutto ciò era forse uno sguardo lanciato più in là di quanto egli stesso potesse pensare.

Il vescovo Wilhelm Egger è stato protagonista di un lungo cammino sui sentieri di una terra non facile e tuttavia mai priva di stimoli ad esercitare una presenza creativa. Fin dai primi giorni – fu ordinato nell’agosto 1986 – mons. Egger tracciò le linee principali alle quali intendeva attenersi, riassumendole nella parola greca “syn”, che significa “insieme”. Dire “insieme”, in Alto Adige, è già dire molto. Si presentò alla comunità il 4 ottobre 1986, festa di san Francesco d’Assisi. “Questo Santo è vissuto ottocento anni fa – scrisse alla diocesi – però è moderno come pochi altri. San Francesco rende vivo il Vangelo e ci fa vedere come gli uomini possono vivere da fratelli. Questo Santo, che per me è un riferimento importante, ci mostri come possiamo costruire insieme la Chiesa”. “Costruire insieme la Chiesa”, questo il titolo della prima lettera pastorale e questo l’obiettivo che mons. Egger si propose fin dai primi giorni. Insieme non voleva dire solo la ricerca dell’intesa e della comunione fra i vari gruppi linguistici, ma soprattutto che le cose buone si realizzano quando ognuno fa la sua parte. Quando ognuno entra nell’ottica di donare ciò che ha ricevuto. Di più: quando ognuno si percepisce come un dono per l’altro e vede l’altro come un dono da accogliere.

Chiudere in poche righe ventidue anni di episcopato è un’operazione velleitaria. Ma se si dovesse buttare giù qualche appunto, guardando indietro, si possono citare almeno alcuni dei messaggi lanciati dal vescovo, che corrispondono ad altrettanti passi compiuti “insieme” dalla comunità altoatesina in questi due decenni.

I primi anni furono dedicati alla promozione della Parola di Dio. Lui, biblista per la sua formazione e per le sue attività accademiche, concepiva la Bibbia come un patrimonio di conoscenza necessario alla vita del cristiano. Mettersi “alla scuola della Parola” significava acquisire gli strumenti necessari ad ogni forma di impegno e di partecipazione alla vita della comunità.

A questo appello seguì, per diversi anni, la riflessione sulla responsabilità politica e sociale del cristiano nella società. In uno stile di laicità quanto mai attuale, la comunità veniva chiamata a rivestire un ruolo propositivo e attivo nei campi sterminati della giustizia, della pace e della salvaguardia dell’ambiente. Temi che trovarono espressione nello scritto “Ricordatevi dei cinque pani… Il nostro impegno per l’uomo e il creato. Lettera pastorale da completare nelle comunità”.

Ecco, non sarebbe stato dovere esclusivo del vescovo dare attuazione a questi impegni, ma di ogni cristiano, di ogni gruppo, di ogni parrocchia, a seconda dei doni, dei carismi ricevuti. In tal modo le lettera pastorale sarebbe stata “completata nelle comunità”. Questa, in sostanza, la motivazione del mancato “interventismo” attribuito, a torto o a ragione, al vescovo Egger.

La chiesa altoatesina ha sempre avuto un ruolo importante nelle vicende di questa terra e spesso la politica e la società hanno guardato ad essa per avere stimoli di riflessione se non indicazioni e risposte. Nel corso di questi ventidue anni un caso emblematico di una gestione intelligente del rapporto tra fede, tradizioni, società e politica risale al 1996. Si trattava di celebrare il bicentenario del voto al Sacro Cuore. C’era chi spingeva a sottolineare gli aspetti patriottico-identitari legati a questo simbolo (meglio, ad una sua rilettura in chiave nazionalistica). Al vescovo Egger riuscì di ricondurre le celebrazioni al loro significato religioso. Non si trattava affatto di nascondere le implicazioni politiche. “La devozione al Sacro Cuore – scrisse qualche anno più tardi – ha nella nostra terra anche un aspetto politico. Il voto solenne al Sacro Cuore di Gesù (1796) esprime l’impegno a costruire la società secondo i valori cristiani, soprattutto avendo a cuore i deboli ed i poveri”.

L’incontro tra le culture, aveva detto papa Ratzinger a Bressanone pochi giorni fa, “sappiamo che non sempre è facile, ma che sempre è fruttuoso e ricco di doni, che aiuta tutti e ci rende più ricchi, più aperti e più umani”. Tra gli strumenti che il vescovo Egger indicò per la realizzazione del suo “syn” c’è la necessità del dialogo. “L’incontro con altri uomini di popoli e gruppi etnici diversi – scrisse nel suo “Alfabeto sociale per la diocesi di Bolzano-Bressanone” – presuppone la disponibilità al dialogo, la capacità d’immedesimazione, il coraggio di un confronto spirituale e religioso, il rispetto e la compassione per le storie di vita e sofferenza umane. Grazie al confronto spirituale ci si apre alla verità che per noi cristiani è sempre collegata con la persona di Gesù. Il dialogo può risultare più facile se le parti a confronto conoscono bene la propria cultura e religione. Nella nostra regione abbiamo raccolto diverse esperienze di dialogo tra gruppi linguistici diversi. Continuare a curare queste forme di incontro così come promuovere la disponibilità al dialogo rimane per noi tutti un grande compito. La Chiesa locale dovrebbe proprio essere una scuola di dialogo tra gruppi linguistici diversi”.

È riuscito mons. Egger a dare attuazione al suo programma, o quella “lettera pastorale” ha ancora bisogno di essere “completata nelle comunità”? Una risposta a questo interrogativo forse la dà lui stesso con parole che, lette oggi, suonano più significative che mai. “Anche noi come comunità cristiana viviamo orientati verso il futuro però entro una prospettiva del tutto particolare. Si tratta di un futuro definitivo e di una felicità per sempre. Il termine ‘cielo’, che ancora oggi per molte persone esprime speranza e fiducia, significa ‘Vita in pienezza e vita per sempre’. Protesi verso un futuro meraviglioso e definitivo non siamo costretti a realizzare ogni nostra speranza e ogni nostro sogno nel tempo ristretto della nostra vita terrena”.

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