Alto Adige – 11.8.2008
Il fatto che il papa ieri, per congedarsi dall’Alto Adige, abbia parlato di Sydney e dell’Ossezia meridionale è già un bel messaggio. Significa molte cose. Ad esempio che ci sono problemi più grandi, urgenti e importanti di quelli di casa nostra. Ma anche che i nostri limiti, se mal gestiti, possono degenerare in situazioni che sfuggono al controllo di chi, anziché promuovere il dialogo, ha soffiato sul fuoco. Forse che l’alienazione da benessere non pesa anche sui nostri giovani che cercano nell’alcol, nelle droghe e nelle esperienze tanto estreme, quanto vuote, uno stimolo che li tenga svegli? E forse che il sentir parlare di una degenerazione etnico-nazionale di conflitti socio-economici non ci fa un po’ fischiare le orecchie? In verità l’Alto Adige può ringraziare il buon Dio per non aver ricevuto in dono il petrolio, ma tutt’al più l’acqua e molte bellezze naturali. Per una bella montagna non si fa la guerra (per l’acqua chissà, fra qualche decennio, magari…).
L’ultima settimana di vacanza di papa Benedetto ha offerto alla gente di questa terra davvero molti elementi di riflessione. Si è già parlato a lungo della Cina e dell’attualità del santo ladino di Oies. Nell’incontro di mercoledì scorso col clero diocesano si sono toccati temi urgenti o in procinto di diventarlo. Papa Ratzinger è tornato a pronunciare il binomio fede-ragione, illustrando una ragione che non è solo perfezione tecnica, ma è soprattutto senso e si esprime in modo mirabile nelle cose belle. Pure la sofferenza, benché spesso incomprensibile, dà però “la misura dell’umanità che si possiede”. Molto significativo l’invito alla chiesa locale ad usare la “misericordia” come stile nel proporre il suo messaggio, ad esempio nei sacramenti, e a recuperare la specificità dei diversi ruoli all’interno di comunità dove i preti sono sempre meno numerosi. Efficace infine il ragionamento in merito alla responsabilità dell’uomo verso l’ambiente. Proprio perché la natura è parte integrante della creazione, il cristiano in particolare se ne sente custode e non padrone. Creazione e salvezza sono intimamente legate l’una all’altra.

Tutt’altro che di circostanza l’incontro di sabato sera, con il conferimento a Benedetto XVI della cittadinanza onoraria di Bressanone. È proprio lì, se vogliamo, che l’elaborazione altoatesina di un nucleo identitario condiviso ha fatto qualche passo in avanti. Non tanto per quello che ha detto il papa, quanto per ciò che gli amministratori brissinesi hanno messo nero su bianco nella lettera di motivazione: “Uno dei messaggi principali che il Santo Padre trasmette nei suoi scritti e nei suoi discorsi – hanno scritto – è quello del dialogo ecumenico, della tolleranza e della comprensione reciproca tra i popoli, le religioni e le culture. Si tratta di un messaggio che trova ampio riscontro anche nella storia di Bressanone quale cerniera tra la cultura romanica e germanica e luogo di convivenza tra diversi gruppi linguistici, nonché nell’impegno della città, sancito nel recente piano di sviluppo, a diventare un centro del dialogo interreligioso”. Se questo è un programma politico-culturale, Bressanone si rivela davvero la località più europea e lungimirante di questa terra. La dichiarazione contiene, oltretutto, un nuovo modo di leggere la storia del Sudtirolo che fa ben sperare soprattutto in vista del bicentenario hoferiano. Non resta da augurarsi che altri ne seguano l’esempio e facciano propria questa coraggiosa (e intelligente) impostazione.
Il papa, da parte sua, ha incoraggiato apertamente i brissinesi e, di conseguenza, gli altoatesini di buona volontà: “Bressanone è un luogo di incontro tra le culture, rappresentate anche dalle tre lingue parlate qui… Sappiamo che il dialogo non è sempre facile, ma è qualcosa di molto fruttuoso”, ha detto. Eccola qua l’idea che a volte ci manca, sia in campo civile che in campo ecclesiale: la multicultura può essere faticosa, ma ne vale sempre la pena.
Stile di dialogo, ha auspicato il Cittadino onorario, anche tra fede e storia, tra passato e futuro, tra cristianesimo e modernità. Un dialogo che, ha suggerito all’Angelus, forse ha bisogno di meno parole e di più silenzio, di meno clamore e più del “sussurro di una brezza leggera”. Di una “voce di silenzio”. È proprio il silenzio, in definitiva, che rende possibile ed autentico l’ascolto dell’altro.