Alto Adige – 6.8.2008
Dai boschi di Oies papa Benedetto XVI guarda alla Cina. La visita al villaggio ed alla casa natale di san Giuseppe Freinademetz è la seconda occasione in pochi giorni per lanciare un’occhiata ad Oriente. Domenica si era trattato di un saluto e di un auspicio: “Seguo con profonda simpatia questo grande incontro sportivo, il più importante ed atteso a livello mondiale – aveva detto il papa all’Angelus in piazza Duomo a Bressanone – ed auspico vivamente che esso offra alla comunità internazionale un valido esempio di convivenza tra persone delle più diverse provenienze, nel rispetto della comune dignità. Possa ancora una volta lo sport essere segno di fraternità e di pace tra i popoli”.
Che il pontefice non pensasse solamente alla convivenza tra gli atleti e alla fraternità olimpica è evidente. La Cina è un enorme paese emergente composto di un gran numero di popoli ed etnie. Il rispetto delle minoranze e della pluralità culturale è una questione in gran parte irrisolta. La Cina è il luogo in cui è ancora conculcata la libertà, quella di espressione e quella di stampa, ad esempio, in cui i diritti civili e politici non sono adeguatamente rispettati, in cui viene fatta larga applicazione della pena di morte, in cui lo stato interviene pesantemente negli affari religiosi. Alcuni vescovi e preti cattolici si trovano in prigione o di essi si sono perse le tracce, le autorità interferiscono nella nomina dei responsabili comunitari, di fatto esistono una chiesa ufficiale, di nomina governativa, e una chiesa non riconosciuta da Pechino ma fedele a Roma.
Per tutti questi motivi il papa guarda alla Cina con grande attenzione (e prudenza). Da Oies lancia un nuovo messaggio: “È importante che la Cina possa aprirsi a Cristo”. Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni passi di avvicinamento dall’una e dall’altra parte. L’anno scorso Benedetto XVI ha scritto una lunga Lettera pastorale ai cattolici cinesi. In essa la chiesa “offre con discrezione il proprio contributo nella promozione e nella difesa della persona umana, dei suoi valori, della sua spiritualità e della sua vocazione trascendente. Alla Chiesa stanno particolarmente a cuore valori ed obiettivi che sono di primaria importanza anche per la Cina moderna: la solidarietà, la pace, la giustizia sociale, il governo intelligente del fenomeno della globalizzazione”. Sono parole che Benedetto riprende da Giovanni Paolo II il quale aveva affermato che il terzo millennio sarebbe stato il tempo dell’evangelizzazione dell’Asia (dopo Europa, Americhe ed Africa). “Anche in Cina – scrive papa Benedetto – la Chiesa è chiamata ad essere testimone di Cristo, a guardare in avanti con speranza e a misurarsi — nell’annuncio del Vangelo — con le nuove sfide che il Popolo cinese deve affrontare”. Egli dichiara l’apertura al dialogo col governo e la disponibilità alle trattative, “necessarie per superare il difficile momento presente”, invita a risolvere le tensioni esistenti nella chiesa seguendo la via del perdono e della riconciliazione.

Centrale rimane per papa Benedetto la necessità per i cristiani di dedicarsi all’annuncio del Vangelo. E spiega: “Oggi, come ieri, annunciare il Vangelo significa annunciare e testimoniare Gesù Cristo crocifisso e risorto, l’Uomo nuovo, vincitore del peccato e della morte. Egli permette agli esseri umani di entrare in una nuova dimensione, dove la misericordia e l’amore rivolto anche al nemico testimoniano la vittoria della Croce su ogni debolezza e miseria umana”. È il capovolgimento di prospettiva, motivo centrale del cristianesimo.
“Il vostro cammino di riconciliazione – dice il papa ai cinesi – è sostenuto dall’esempio e dalla preghiera di tanti «testimoni della fede» che hanno sofferto e hanno perdonato, offrendo la loro vita per l’avvenire della Chiesa cattolica in Cina”. Ed eccolo qua in piena val Badia, uno di questi testimoni. È san Giuseppe da Oies, precursore di quest’attuale spinta missionaria ed evangelizzatrice. Lui questo cammino di avvicinamento verso il cuore della Cina lo fece già a fine ‘800. A quel tempo l’Occidente era in procinto di spartirsi l’estremo Oriente secondo aree di influenza. Nulla di nuovo sotto il sole. In ogni caso questo “interessamento” non fu bene accolto dai popoli locali. “L’adulto cinese ci deride in pubblico, i bambini ci gridano alle spalle. Sembra che perfino i cani provino un gusto particolare a rincorrerci e abbaiarci contro. Il missionario è odiato da molti, tollerato da pochi, amato da nessuno” scriveva padre Ujöp in una delle sue prime lettere. Se inizialmente condivideva pure la mentalità colonialista appresa in Europa, ben presto il santo di Oies cambiò avviso, divenendo – disse Giovanni Paolo II – “modello esemplare di inculturazione evangelica”. “Mi credete – scriveva in valle – se vi dico che la Cina non è più brutta della bella Badia?”. E denunciava: “Il maggior flagello per noi e per i poveri cinesi cominciano a essere tanti europei senza fede e perfettamente corrotti, che adesso cominciano a inondare tutta la Cina. Sono bensì cristiani, ma sono peggiori dei pagani, non si curano d’altro che di far denaro e di andare dietro a tutti i piaceri mondani”. “Se l’Europa fosse veramente cattolica, non dubito che sarebbe arrivato il tempo della conversione della Cina. Ma purtroppo si deve guardare al futuro con timore e tremore. Non c’è tempo da perdere e non ci si può risparmiare”.
Da parte sua, lui si era già “convertito”: “Sono già più cinese che tirolese e voglio rimanere cinese anche in cielo”, scriveva. E aggiungeva: “Essere missionario in Cina è un onore che non cambierei colla corona d’oro dell’imperatore d’Austria”.
Ecco perché papa Benedetto può guardare con amicizia ai ladini, non solo perché l’albero di Natale per la piazza San Pietro è venuto dalla val Badia. Essi, i ladini, lo aiutano a parlare alla Cina. Una vocazione tutta ladina quella di farsi tramite, di essere strumento di comunicazione tra gruppi. San Giuseppe da Oies, esempio per “la fede in Dio e l’amore per la Chiesa”, è anche un messaggio dell’Alto Adige a se stesso. La sua capacità di mettersi nei panni dell’altra cultura, di considerare l’altra cultura come la propria, di volersi presentare con un’identità aperta al dialogo, tutto ciò si riassume in una sua frase che, se pronunciata senza toni sdolcinati e compresa in tutta la sua forza, potrebbe davvero essere il motto di ogni convivenza interculturale: “La lingua che tutti comprendono è l’amore”.