Vita Trentina – 14.10.2007
In alto, sulle cime più impervie delle Ande dell’Ecuador, viveva un condor. Il condor è un uccello gigantesco. Può distendere le sue ali per tre metri e perdersi, volando, in lassù nel cielo. Ha un piumaggio scuro ed elegante orlato in basso da lunghe penne chiare. Attorno al collo porta un morbido collare bianco, sulla testa pelata ha una cresta nera e tanta forza negli artigli.
Da anni una pastorella conduceva le pecore al pascolo sul “paramo”. In principio era ancora una bambina, ora si era fatta ragazzetta e camminava sull’erba a piedi nudi.
Ma sul paramo ci sono le spine e quel giorno, tanti tanti anni fa, la pastorella si punse i piedi. Dolorante, si mise a sedere. Non riusciva più a camminare. L’unico suo compagno, un piccolo cagnolino fulvo, non poteva certo aiutarla.
Il condor, che già da tempo aveva fatto caso alla sua presenza, volle venirle in aiuto. E per non spaventarla si travestì come un ragazzo. Sul capo un cappello nero, attorno al collo una morbida sciarpa bianca, sulle spalle un ampio poncho scuro ed elegante con lunghe frange chiare.
La fissò con uno sguardo intenso e le disse:
– Chiudi gli occhi. Ti porterò io a casa.
Come la ragazza ebbe abbassato le palpebre, le frange del poncho divennero ali e in men che non si dica, la pastora aveva raggiunto la capanna dei suoi genitori.
Il cagnolino, da parte sua, pensò a ricondurre a valle il gregge.
Così accadde una, due e molte altre volte. Finché un bel giorno il condor si innamorò della pastora. Le sussurrò:
– Chiudi gli occhi. Ti porterò a casa.
Ma invece che alla casupola dei genitori, la condusse in alto, tra le rocce, nel suo nido. Un luogo al quale, senza ali, era impossibile accedere.
Quando aprì gli occhi la giovane si spaventò molto. Solo allora si accorse che il ragazzo non era un ragazzo. Era il condor con le sue ali maestose, il piumaggio scuro ed elegante, il morbido collare bianco, la cresta nera e tanta forza negli artigli.
Piangeva, la ragazza. Il cagnolino, intanto, avendo visto che il condor aveva dirottato il suo volo verso le rocce, era corso verso casa con il gregge ed ora, abbaiando come un forsennato, stava indicando la via del nido ai genitori. Essi tuttavia, giunti a fatica ai piedi della montagna, dovettero fermarsi. Nessun uomo assennato avrebbe potuto avventurarsi lassù, nel regno dei condor.
La ragazza piangeva, i genitori chiamavano fino a consumare la voce. Il condor avrebbe voluto fare della giovane pastora la sua sposa. Però certamente non contro la sua volontà, e non senza il consenso dei due anziani genitori. Perciò afferrò con delicatezza i fianchi della ragazza con i suoi artigli possenti, la sollevò e la ricondusse a valle.

I genitori e la figlia ritornarono alla capanna e la giovane vi restò rinchiusa per giorni e giorni. Usciva solo pochi minuti ogni mattina. E guardava la montagna e guardava il cielo. Usciva qualche minuto anche di sera. Lanciava uno sguardo alla rupe ed uno alle nubi, prima che si facesse buio. Fu così che i suoi genitori, un bel giorno, le diedero un vestito variopinto da sposa e la mandarono sul paramo.
Lassù lei camminava scalza e si punse i piedi. Dolorante, si sedette in disparte tra i cespugli e cominciò ad aspettare. Il condor volava alto nel cielo. Compiva ampi cerchi senza mai battere le ali. Piano piano si avvicinava al suolo. Infine raggiunse il pascolo e si fermò accanto alla ragazza. La pastora gli montò sulla schiena ed insieme ripartirono alla volta del nido.
Dicono che il condor, delicatamente, con la punta del becco, punzecchiò la schiena e le braccia della ragazza tutte le sere, finché non le nacquero le piume e finché, anche a lei, non spuntarono le ali.