Studi e testimonianze sulla pratica del vidomègon nello Stato del Benin

DEP. Deportate, esuli, profughe – 7.2007

Il fenomeno non è isolato, non è nuovo e non è solamente africano. L’affidamento di bambini da una famiglia all’altra per i più svariati motivi è una pratica attuale in alcune parti del mondo, in particolare nei paesi più poveri, ma essa era frequente, fino a non moltissimi decenni orsono, anche in Europa ed in particolare in alcune regioni alpine.

In questa sede si daranno alcune notizie su di una situazione specifica, quella del Benin, piccolo Paese dell’Africa occidentale. È una questione, quella dell’affidamento che diventa sfruttamento, che ha coinvolto e coinvolge un’infinità di soggetti, dalle istituzioni pubbliche, alle organizzazioni di cooperazione internazionale alla comunità scientifica. Il fenomeno infatti interessa discipline che vanno dall’economia, alla sociologia, all’antropologia culturale.

Ultimamente se n’è occupata (e continua ad occuparsene) Simona Morganti[1] che ha posto l’accento sull’idea di “ricchezza”: la ricchezza rappresentata in quella società dal bambino, la quale ha risvolti complessi che vanno letti a volte in termini di dono, altre in termini di valore commerciale.

I bambini affidati a parenti, ad amici della famiglia o ad altre persone in Benin sono detti vidomègon, parola in lingua fon che letteralmente significa “bambino affidato a qualcuno” (vi = bambino, do = affidato, me = qualcuno, gon = presso, a).

In cambio dell’educazione del vitto e dell’alloggio che ricevono presso il tutore o la tutrice, questi enfants placés sono tenuti a rendere alcuni servizi domestici, da svolgere, eventualmente, in parallelo al percorso scolastico. I meccanismi di questo affidamento-prestito sono quelli tipici che si richiamano all’aiuto familiare basato sulla solidarietà comunitaria generalizzata da cui, solitamente, entrambi i partners traggono in una certa misura un vantaggio. Il bambino si trova ad essere in un certo qual modo il centro di un accordo bilaterale e la cristallizzazione dell’investimento economico, materiale e simbolico sia dei genitori biologici, sia di quelli sociali.

La pratica vidomègon, spiega Simona Moranti, si inserisce nella tradizione dell’“affidamento educativo”. Si tratta di un trasferimento considerato normale – la mobilità infantile è prassi diffusa – che avviene “negli interessi del bambino presso famiglie cittadine imparentate o meno, in cui la sua formazione è cauzionata (e spesso costituita interamente) dalla collaborazione domestica che fornisce”. La famiglia affidataria si assume l’obbligo di dare alloggio e protezione. “Attualmente, un grande numero di famiglie cittadine ospita giovani che vengono dal villaggio e che i loro genitori hanno deciso di dare in affidamento nella speranza che possano accedere alla scolarizzazione o ad una formazione professionale”.

Per quale motivo dunque questa pratica oggi viene ritenuta una “piaga sociale”? Il fatto è che “con una frequenza allarmante questi bambini vengono sfruttati come manodopera gratuita, quando non sono avviati alla prostituzione. I genitori che vivono in ambito rurale non immaginano, o forse è meglio dire che non immaginavano, la sorte riservata ai bambini che inviano nelle città”. Oggi invece i mezzi di comunicazione e gli organismi delle istituzioni internazionali parlano del fenomeno come di uno scandalo ed investono in numerose campagne di sensibilizzazione.

Simona Moranti, nel suo studio al quale ci riferiamo, spiega bene le implicazioni tradizionali sia del fenomeno in sé che della sua degenerazione. La mobilità sociale ed in particolare quella infantile, la concezione del lavoro ed i limiti connaturati al lavoro infantile, i rapporti tra campagne e città, la veloce urbanizzazione, la relazione gratuità-valore commerciale, le difficoltà legate alla scolarizzazione vista come periodo improduttivo, la differenziazione delle sorti individuali, sono solo alcuni aspetti che rivelano la complessità della situazione. In definitiva

negli ultimi decenni la degradazione dei termini dello scambio, la mondializzazione dell’economia, le mutazioni sociali, le costrizioni dei programmi di aggiustamento strutturale, l’urbanizzazione disordinata, la povertà endemica delle famiglie hanno innescato lo sfaldamento delle strutture familiari e comunitarie tradizionali di mutua assistenza, di solidarietà e di educazione. Le prime vittime sembrano essere i bambini, che hanno perduto il loro ruolo tradizionale nei nuclei familiari e nella società in generale. Se ne possono citare alcuni sintomi vecchi e nuovi che sono significativi: i vidomègon, i bambini di strada, i bambini abbandonati, i bambini che lavorano, le bambine costrette a matrimoni forzati, i bambini vittime di traffico.

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Ho incontrato Simona Moranti a Cotonou, la maggiore città del Benin[2], mentre stava approfondendo i suoi studi del fenomeno vidomègon. Si trovava presso il Foyer “Laura Vicuna” delle suore salesiane. Del fenomeno infatti, o meglio delle conseguenze della sua degenerazione, si occupano da alcuni anni diversi soggetti istituzionali o meno. Di seguito riportiamo alcune notizie relative all’esperienza specifica delle suore salesiane di Cotonou, che dal 2001 si fanno carico in particolare delle bambine vittime del traffico dei minori[3].

Le religiose hanno iniziato con l’aprire un punto di accoglienza e di ascolto nel grande mercato di Dantokpa di Cotonou (uno dei più estesi di tutta l’Africa Occidentale) ove ogni giorno circolano migliaia di bambine vidomègon, sfruttate dalle rispettive delle tutrici (padrone). Sono bambine dai sei ai tredici anni che vendono tutto il giorno ai banchi delle loro padrone oppure girando per il mercato con i loro carichi di piccole merci sulla testa. “Spesso queste bambine, che sono tutte analfabete, sradicate dalla loro famiglia e senza cure mediche, rischiano di essere preda di violenze o di sfruttamento sessuali o di essere cedute a trafficanti che le inviano all’estero”.

Il piccolo centro d’accoglienza posto all’interno di un parcheggio frequentatissimo, nel cuore del mercato, è costituito da una baraque, un container in lamiera con due locali che fungono l’uno da sala di lavoro e di gioco, l’altro da aula per l’alfabetizzazione. In questi pochi metri quadrati, dice sr. Marchese, durante questi quattro anni sono passate più di 1.500 fillettes.

La baraque, che nel frattempo è stata allargata, è aperta durante i giorni feriali dalle 10 alle 17. Le animatrici vi accolgono le bambine, le ascoltano, offrono loro riparo dal caldo, e man mano le invitano a seguire qualche attività: alfabetizzazione, taglio e cucito, lezioni di igiene, filmati educativi, momenti di distensione con musica e canti. La durata della permanenza delle ragazzine all’interno della baraque varia a seconda dei loro impegni e delle loro possibilità. “Il primo obiettivo della nostra presenza – spiega sr. Maria Antonietta – è quello di umanizzare il mestiere di vidomègon, di essere, cioè, vicine a queste sfortunate bambine per offrire loro un punto di riferimento, una presenza che le possa soccorrere nel caso in cui la loro situazione peggiori ulteriormente a causa dei maltrattamenti e delle percosse da parte delle padrone”. In casi di violenze accertate la bambina viene accolta al Foyer che le suore salesiane gestiscono in un’altra parte della città.

La collaborazione con la Croce Rossa – che da parte sua ha allestito un punto di accoglienza per i ragazzi – consente di pensare anche alla salute delle bambine le quali, senza vaccinazioni, sono esposte alle malattie più varie.

Con la gente del mercato le animatrici hanno instaurato un rapporto costruttivo, anche per creare un clima più favorevole alle bambine. “Persino con le tutrici – dicono – abbiamo stabilito relazioni positive. Abbiamo avuto buoni risultati negoziando con loro la possibilità di intrattenere un po’ di tempo le bambine con noi per aiutarle a vivere meglio e a riacquistare serenità”. C’è il progetto di costituire uno o più comitati di tutrici “più umane” in modo che esse stesse aiutino nell’opera di sensibilizzazione presso le loro colleghe.

Per il momento costatiamo che è impossibile sradicare questo fenomeno, perché manca il sostegno delle autorità che facciano applicare le leggi che vietano il lavoro minorile e obbligano alla frequenza scolastica. Ma lavoriamo per far comprendere alla gente che le bambine sono esseri umani con precisi diritti e che il mercato di Dantokpa potrebbe diventare un luogo in cui queste piccole venditrici possono trovare spazi di vita, occasioni di crescita, presenze di adulti che le sostengono e le orientano positivamente.

A percorrere il mercato di giorno, di sera e di notte c’è un’équipe di cinque animatrici e animatori/ori e stiamo scoprendo altre situazioni gravi: inizio della prostituzione nei luoghi ove di notte le ragazzine di 13-16 anni dormono per la somma di 50 franchi, ragazzine e ragazzi che di notte lavorano dalle 22 alle 6 per scaricare la sabbia dalle piroghe, sabbia che viene estratta dal mare. E guadagnano circa 1 Euro per notte. Bambini denutriti che vivono giorno e notte in questo immenso mercato-baraccopoli.

Nel quartiere di Zogbo, sempre a Cotonou, le religiose salesiane gestiscono due foyer, uno di prima accoglienza e l’altro di formazione: in tutto una sessantina di posti. Nel 2006 hanno accolto 243 bambine che sono fuggite ai maltrattamenti delle loro tutrici. La maggior parte vi è condotta dalla Polizia dei minori, altre dal personale di una radio presente nel mercato.

Nel primo periodo di permanenza le fillettes sono ascoltate. Si passa poi alla ricerca delle padrone e dei genitori attraverso una vera e propria inchiesta. Nella maggioranza dei casi le bambine vengono reinserite in famiglia o presso qualche parente disposto ad accoglierle. A molte di esse si dà un aiuto economico per la scolarizzazione o per l’apprendistato, affinché l’inserimento sia più sicuro e stabile.

Durante il periodo di permanenza al Foyer che varia da pochi giorni a più mesi, le bambine sono introdotte all’alfabetizzazione e imparano qualche piccola attività utile al villaggio (cucina tradizionale, giardinaggio, produzione del sapone ecc.). Soprattutto incontrano persone che le rispettano e offrono loro un modello corretto di adulto.

Quando le bambine sono reintrodotte nei villaggi, le animatrici continuano ad occuparsene, visitandole periodicamente per constatare la loro condizione. Le visite nei villaggi costituiscono anche una forma di sensibilizzazione delle famiglie. È una sensibilizzazione deve andare di pari passo con la lotta alla povertà che nei villaggi è notevole e diventa spesso un alibi per piazzare le bambine presso qualcuno.

In alcuni villaggi poverissimi si è dato il via a progetti di formazione di gruppi di donne a cui è stato concesso un microcredito che permette loro di iniziare o migliorare una piccola attività che offra una rendita con cui provvedere alla scolarizzazione dei figli. In due villaggi poverissimi in cui erano state reinserite delle bambine vittime del traffico sono stati realizzati due pozzi.

Nel Foyer di formazione restano le bambine o le ragazzine il cui reinserimento per il momento a rischio di un nuovo placement (vendita o traffico). Il Foyer di formazione ha 35 posti occupati da bambine che frequentano regolarmente la scuola elementare o da ragazzine che imparano taglio e cucito o il mestiere di parrucchiera. Si cerca di educare queste ragazzine a diventare autonome e capaci di prendersi in carico per poter affrontare positivamente la vita nel villaggio.

“La nostra azione – dice sr. Marchese – è solo all’inizio: abbiamo il sogno di poter aiutare molte più bambine ad uscire dalla loro condizione di vera schiavitù per vivere una vita degna di persone umane”[4].

Il fenomeno del traffico dei minori in Benin – conclude la religiosa – è piuttosto grave ed è in gran parte la degenerazione di un costume una volta positivo che consentiva ai bambini e alle bambine di famiglie povere dei villaggi di essere placés presso qualcuno della famiglia, in città per poter andare a scuola. Dagli anni Ottanta circa non è più così, le bambine e i bambini sono “piazzati” a fine di lucro per essere sfruttati nel lavoro dalle famiglie di accoglienza che danno alla famiglia di origine una cifra insignificante. Il traffico è sia interno al Benin che esterno in direzione della Nigeria e del Gabon soprattutto. Nell’aprile 2006 è uscita una legge in Benin che vieta lo spostamento dei minori all’interno e all’esterno del paese. Quando la legge sarà applicata si potrà forse assistere a una diminuzione del fenomeno che per il momento è davvero di ampia portata[5].

È fondamentale, nell’affrontare fenomeni come quello dei vidomégon essere innanzitutto consapevoli della loro complessità. Alcune realtà appaiono semplici ed esposte ad un facile giudizio. Solo calandosi nell’ambiente che le ha prodotte, acquisendo gli strumenti per comprendere mentalità ed usi tradizionali è possibile dare il giusto peso alle cose, stabilire una comunicazione bidirezionale e dunque, in definitiva, individuare insieme, tra i vari soggetti coinvolti, la via migliore per prevenire e per “curare” situazioni  lesive dei diritti umani.


[1] S. Moranti, Il “bambino ricchezza”: educazione, circolazione e sfruttamento nel Sud Bénin, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Siena, Anno Accademico 2003-2004. Cfr. anche S. Morganti, Il lavoro dei bambini in Bénin, in  P. G. Solinas (a cura di), La vita in prestito: debito, dipendenza e lavoro, Lecce, Argo, (in corso di pubblicazione); S. Morganti, Il bambino comunitario. Pratiche di socializzazione infantile nel Sud Bénin, in F. Viti (a cura di), Antropologia dei rapporti di dipendenza personale, Modena, Il Fiorino, 2006, pp. 105-130.

[2] Il Benin conta ca. 7 milioni di abitanti. La capitale è Porto Novo, ma la città più grande è Cotonou.

[3] Testimonianza di sr. Maria Antonietta Marchese, aprile 2007. Cfr. anche http://www.foyerlauravicuna.org.

[4] Le suore salesiane hanno aperto anche una piccola scuola e nuove strutture a Parakou, nel Nord del Paese. Esse intendono ora rafforzare la loro presenza al mercato. L’obiettivo è quello di aprirvi una casa vera e propria che possa ospitare di notte le bambine che altrimenti dormono all’aperto o in camere poco sicure. Nella stessa struttura hanno intenzione di aprire una vera scuola alternativa che consenta di dare alfabetizzazione ad un buon numero di fillettes nel poco tempo che esse vi trascorrono. Infine si vorrebbero inaugurare almeno due corsi di apprendistato e di produzione – panetteria-pasticceria e fabbricazione del sapone – in modo da formare e dare lavoro a parecchie ragazzine.

[5] L’opera delle suore salesiane è stata sostenuta, tra gli altri, dalla cooperativa Salamini di Macerata e dall’ambasciata degli Stati Uniti per alcune piccole realizzazioni di carattere agroalimentare, dalla Caritas di Fabriano che ha finanziato due pozzi e dal GMM che si è impegnato per la creazione del Foyer di Cotonou e per il centro di accoglienza di Parakou.

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