Alto Adige – 26.6.2007
Esattamente quarant’anni fa in questi giorni moriva don Lorenzo Milani. Quello stesso anno, il 1967, la scuola di Barbiana aveva dato alle stampe un testo destinato ad entrare nella storia culturale e istituzionale del Paese, “Lettera ad una professoressa”. Il libro, scritto collettivamente dai ragazzi di Barbiana coordinati dal loro priore, era una denuncia circostanziata dell’inadeguatezza della scuola italiana ad assolvere il suo compito, cioè quello di contribuire a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In tal modo la “Lettera ad una professoressa” citava l’articolo 3 della Costituzione repubblicana.
In un contesto radicalmente mutato, il libro mantiene tutta la sua freschezza comunicativa, se non altro rispetto ai principi. Se è vero che oggi la scuola non è più quella denunciata dal prete toscano, permane però a livello sociale tutto quel deficit di comunicazione che impedisce ad una parte rilevante della popolazione di partecipare davvero alla vita del Paese, così come pretenderebbe la Costituzione.

Declinato in Alto Adige il messaggio di don Milani è ancora oggi di grande attualità. Cito in particolare due aspetti, quello del modo di leggere la storia e quello dell’importanza della padronanza della lingua (e delle lingue). Del primo don Lorenzo Milani si occupò in occasione del processo intentato contro di lui, dopo che egli aveva parlato a favore dell’obiezione di coscienza, bollata di “viltà” da parte di alcuni cappellani militari. Egli volle spiegare ai giudici perché “l’obbedienza non è più una virtù” e lo fece smascherando le menzogne e le mezze verità della storia ufficiale. In particolare fece capire come la gran parte delle avventure militari che fin lì avevano coinvolto l’Italia non fossero state guerre di difesa, ma di aggressione e conquista. Compresa la Grande Guerra che aveva guadagnato al regno sabaudo Trentino e Alto Adige.
Ma il contributo milaniano ad oggi più attuale è riferito all’importanza della lingua. La Costituzione parla di uguaglianza? In Alto Adige ci si lamenta pe presunti trattamenti disuguali? Ebbene, “è solo la lingua – si legge in “Lettera ad una professoressa” – che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli”. E ancora: “Non basta certo l’italiano … Gli uomini hanno bisogno d’amarsi anche al di là delle frontiere. Dunque bisogna studiare molte lingue…”
C’è, in queste parole (quasi delle massime da scolpire nel marmo) la risposta a molta parte dei “disagi” che segnano la vita sul confine e che inducono molti alla fuga, altri allo scontro, qualcuno alla faticosa (ma entusiasmante) ricerca dell’incontro. È la capacità di comprendere ciò che avviene intorno a noi che ci fa “eguali” nel senso proclamato dalla Costituzione, cioè abili a partecipare da protagonisti alla vita pubblica. Non è, anche da noi, una causa del malessere di una parte della popolazione proprio la non conoscenza della lingua dell’altro? Comunicare – cioè capire e farsi capire – resta e sarà sempre, soprattutto in una regione come la nostra, la chiave dell’uguaglianza autentica e del successo individuale e sociale.