Friedl Volgger. Prigioniero 66166

Alto Adige – 9.6.2007

“Sul piazzale dell’appello la voce stridula di un SS ci intimò l’alt. Ci contarono e ci spedirono al bagno. La procedura dell’accettazione mi era in qualche modo familiare da Reichenau: svestirsi completamente, mettere i vestiti in un cappotto dispiegato per terra e farne un fagotto. Ci accolsero dei detenuti rasati a zero, con uniformi a strisce bianche e blu. A piedi scalzi, nudi come vermi, entrammo in un locale. Qui ci tagliarono i capelli, che per la verità erano già cortissimi, e ci rasarono anche i peli del pube. Poi ci fecero la doccia. Su una panca c’erano fagotti di ‘uniformi’. Erano gli stessi cenci di Reichenau, forse peggio. Niente che calzasse bene. Dopo la breve parentesi in abiti civili, durante il viaggio, ero tornato ad essere un clown, come a Reichenau. E di nuovo ero diventato un numero. Ora mi chiamavo n. 66166”.

Era il 25 marzo del 1944 quando Friedl Volgger – quest’anno ricorre il decimo anniversario della scomparsa – fece ingresso in tal modo nel lager di Dachau. Vita intensa, drammatica ed avventurosa, la sua. In essa, come ebbe lui stesso a dire, Dachau rappresentò una piccola parte, ma senza dubbio la più significativa, quella che lo seppe segnare di più.

Nato nel 1914 a Ridanna, giornalista, Volgger aveva partecipato attivamente all’attività della lega Andreas Hofer, sorta nel 1939 per contrastare l’attuazione del progetto delle Opzioni, in seguito al quale tutta la popolazione di lingua tedesca e ladina del Sudtirolo avrebbe dovuto emigrare al di là del Brennero. Un impegno di chiaro stampo antinazista, il suo, che di conseguenza, dopo i cambiamenti di fronte del 1943, gli costò la libertà e lo portò all’internamento.

A dieci anni dalla morte di Volgger, alla lunga parentesi di Dachau Hans-Günter Richardi ha dedicato ora un volume (esce in lingua tedesca per Studienverlag col titolo “Widerstand hinter dem Stacheldraht. Der Südtiroler Friedl Volgger als ‘Schutzhaftgefangener Nr. 66166’ im Konzentrationslager Dachau”) che, documentando in modo dettagliato quel periodo di prigionia, spiega come Volgger, passando dal campo di “rieducazione” di Reichenau al nuovo lager entrò in contatto con le attività resistenziali di altri internati. Come scrivano nell’ufficio di collocamento al lavoro, Volgger poté contribuire a salvare diverse persone altrimenti destinate alla morte. Lui stesso sopravvisse per miracolo alle violenze del campo ed al tifo che imperversò negli ultimi giorni.

Volgger ed il suo compagno di lager Alfons Gorbach – che successivamente fu cancelliere austriaco – uscendo da Dachau presero un solenne impegno: “Non denunceremo quelli che ci hanno denunciato. La spirale dell’odio non deve andare avanti”. Una promessa mantenuta da entrambi. Dopo la guerra Volgger fu tra i personaggi di spicco della Volkspartei, partecipò alle trattative di Parigi nel 1946, fu deputato e senatore, oltre che direttore del Dolomiten. Dopo le carceri fasciste ed il lager nazista, conoscerà anche – a torto, infatti sarà pienamente prosciolto già in istruttoria – le prigioni dell’Italia repubblicana, negli anni delle bombe. Episodi, questi, che non gli tolsero mai la speranza della collaborazione e la fiducia nelle potenzialità della nascente Europa.

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