Il tesoro di Omi

Vita Trentina – 4.3.2007

Il mio racconto viene da lontano, vola, gira nell’aria e va a posarsi ai margini di un’immensa radura.

All’inizio di tutti i tempi, quando furono creati il cielo e le terra e poi, uno dopo l’altro, ogni essere vivente, gli uomini non vivevano come oggi nei villaggi e nelle città, sparsi in giro per il mondo. No no, abitavano tutti in un grande spiazzo circondato da boschi e foreste. Quelle foreste erano impenetrabili ed i boschi disseminati di stagni e paludi.

Anche se vivevano insieme nello stesso luogo, in quel tempo lontano gli uomini si temevano l’un l’altro. Non si fidavano per niente dei propri vicini e men che meno delle persone sconosciute. Vivevano in un atteggiamento di perenne diffidenza.

Successe che un giorno arrivò nel villaggio in mezzo alla radura una ragazza che prima non si era mai vista. La giovane donna bussò alla porta della prima capanna che incontrò e chiese ospitalità. Ma lì nessuno la conosceva. Chi era mai questa persona capitata all’improvviso? Meglio non fidarsi, pensarono subito gli abitanti di quella casa. Di conseguenza si rifiutarono di accoglierla e le sbatterono la porta in faccia.

La ragazza non si perse d’animo. Lasciò la prima capanna e provò alla seconda. Ma dalla seconda dovette presto passare alla terza, poi alla quarta e alla quinta. Per farla breve: tutti gli abitanti del grande villaggio degli uomini diffidenti ebbero la stessa reazione. Nessuno volle ospitarla, nemmeno a pagamento.

Alla periferia dell’abitato viveva un’anziana donna di nome Omi (che significa “acqua). Essa era povera, molto povera. Abitava in una capanna di fango seccato al sole suddivisa in due minuscole stanze, separate da un tramezzo di legno di palma. Dopo ogni altro tentativo, la ragazza giunse a bussare all’uscio della povera vecchietta. Omi restò a guardare sorpresa la forestiera. Ebbe un lungo momento di esitazione: da dove saltava fuori questa straniera e che cosa voleva…? Ma poi si fece coraggio: entrò in casa e ne uscì subito dopo con una piccola calebasse (cioè una zucca) piena di acqua fresca. E’ il segno di benvenuto. Andò quindi a sistemare una delle due stanzette e dette alloggio alla sua ospite.

Venne la notte. Omi e la ragazza mangiarono qualcosa insieme e poi ognuna andò a coricarsi nel suo angoletto e lì si addormentò. La notte passò veloce e l’indomani, quando il sole fece capolino tra i rami degli alberi della foresta circostante, Omi attese pazientemente che la sua ospite misteriosa uscisse dalla stanza. Ma la giovane non arrivava. “Strano”, pensò la povera vecchia, “ormai è giorno. Dovrebbe svegliarsi”.

Bussò alla porta chiusa, ma senza ottenere alcuna risposta. Allora la donna cominciò a preoccuparsi, si rivolse ai vicini per un consiglio e ben presto mise in allarme tutto il villaggio.

Ed ecco che quelli, ridacchiando sotto i baffi, la prendevano in giro:

– Hai visto che cosa succede a fidarsi del primo venuto? – dicevano alcuni.

– Hai visto che cosa succede ad essere ospitali? – sostenevano altri.

– Fidati, vecchia, fidati! – la sbeffeggiavano altri ancora.

A questo punto Omi fu costretta a risolvere da sola il suo problema. Che cosa poteva essere accaduto? Con ogni probabilità la forestiera era morta durante la notte. Fu così che Omi decise di sfondare il tramezzo di legno di palma che divideva le due stanze.

Ma quale sorpresa quando la porta si aprì bruscamente facendo un gran polverone! La ragazza non c’era affatto, né viva né morta. In mezzo alla piccola stanza invece c’era una calebasse. E la calebasse era piena d’oro.

Omi non sapeva davvero cosa pensare e subito andò dai vicini a raccontare la buona notizia. Ecco che tutti gli abitanti del villaggio, abbandonando la loro tradizionale ritrosia, accorsero da lei. Guardavano l’oro contenuto nella zucca con gli occhi spalancati.

– Hai visto che cosa succede a non fidarsi degli altri? – dicevano alcuni.

– Hai visto che cosa succede a non essere ospitali? – aggiungevano poi con le lacrime agli occhi.

Insomma si pentirono amaramente di non essere stati loro stessi ad aprirsi all’ospite che aveva bussato alla loro porta.

Quanto ad Omi, essa, benché molto anziana, visse ancora a lungo e non conobbe più la miseria. E da allora tutti sanno che le persone si accolgono sempre con calore. Ogni ospite, infatti, è un tesoro.

Il mio racconto vola via contento e va a portare il suo saluto ad un altro villaggio.

(Questa favola è stata poi pubblicata nel libro: Paolo Valente, Racconti del vento, ed. San Paolo, Milano 2007)

Le favole dei nonni africani

Per raccogliere queste favole sono andato alcune volte in Benin, piccolo paese dell’Africa occidentale.

Io che cosa ho fatto? Per prima cosa ho avvicinato alcuni nostri amici del luogo e ho spiegato loro le mie intenzioni. Non si può mica andare nei villaggi e dire “adesso raccontatemi le favole”! No. Quando si entra in casa d’altri bisogna prima bussare e chiedere permesso. Loro ti accolgono. Ti offrono quello che hanno. Ti chiedono che cosa cerchi. Ecco, a quel punto puoi dire, come ho fatto io, che sei interessato alla loro cultura e alla ricchezza dei loro racconti.

In questo viaggio nella cultura africana non sono mai stato da solo. C’è sempre stato qualcuno che mi ha accompagnato. Io ho fatto lo sforzo di imparare il francese, che è la lingua che lì si impara a scuola, e molti amici mi hanno aiutato traducendo i racconti dalle varie lingue tradizionali.

Ho chiesto la collaborazione di insegnanti e studenti di alcune scuole ed istituti. Anche ai giovani del seminario. Alcuni ragazzi, attingendo alla loro tradizione familiare, hanno messo per iscritto uno o due racconti. Poi ho incontrato dei personaggi esperti nel campo della letteratura orale africana e ho ascoltato i loro consigli.

Ma soprattutto sono andato nei villaggi, anche quelli più sperduti, e ho interpellato gli anziani. In molti casi gruppi di persone si sono riuniti sotto un albero o, la sera, attorno al fuoco e alle lampade, ed hanno cominciato a raccontare.

Una volta tornato a casa ho vagliato e selezionato tutto il materiale. Le favole prescelte le ho riscritte tenendo conto del destinatario, cioè i bambini (ma anche molti adulti) europei. Non sono mai una traduzione o una trascrizione dell’originale, ma un’elaborazione a volte anche molto laboriosa. Del resto anche in Africa ogni narratore adatta sempre il racconto al pubblico che ha di fronte. Perché è così che si comunica.

Un primo gruppo di favole, infine, è stato pubblicato nel libro  La papaia di Senan (ed. EMI, Bologna 2006). Altre, come quelle che avete letto su “Vita Trentina” (a proposito, vi sono piaciute?), saranno raccolte in un volume che uscirà probabilmente in giugno e che avrà come titolo Gocce di vita (ed. San Paolo, Milano).

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