La cosa più dolce

Vita Trentina – 25.2.2007

Il mio racconto corre e corre e si ferma sul tetto di paglia di una capanna. In quella casupola dai muri di terra rossa viveva una vecchia madre con i suoi quattro figli. Non si sa perché non si sa come, ma quei figli erano così diversi l’uno dall’altro che nessuno avrebbe detto, a guardarli bene, che fossero fratelli.

Uno dei quattro era un riccio e gli altri tre un ragno, una tartaruga ed un’ape. Erano differenti, i quattro fratelli, anche a riguardo delle loro professioni. Il riccio era un fabbro, il ragno un tessitore, la tartaruga un muratore e l’ape un’ottima cuoca.

Ecco però che cosa successe un bel giorno. La loro madre, vecchia molto vecchia, si ammalò gravemente e rischiava quasi di morire. A casa non c’era nessuno, dato che il riccio, il ragno, la tartaruga e l’ape erano tutti immersi nei loro rispettivi lavori: il riccio a battere il ferro, il ragno a tessere le tele, la tartaruga a tirare su muri e l’ape a fare da mangiare.

La madre, col poco fiato che le era rimasto, chiamò la farfalla, che da quelle parti ha la funzione di messaggero, e la pregò di andare di tutta fretta ad avvisare i suoi quattro figli.

Ma a quanto pare i ragazzi non erano diversi tra loro solo per l’aspetto fisico e per la professione esercitata: lo erano anche per l’animo ed il cuore. Così il riccio, battendo sull’incudine, mandò a dire a sua madre:

– Presto comincerà la caccia. Sono troppo impegnato a fabbricare le frecce per i cacciatori e non posso muovermi dalla mia bottega.

Sul suo tavolo da lavoro c’era già una bella serie di punte di freccia acuminate e taglienti. Il riccio continuò a menare colpi sul ferro senza farsi distrarre ulteriormente. Alla farfalla non rimase altro da fare che levarsi in volo ed andare dal ragno. Lo trovò al telaio, completamente preso dal suo lavoro. Il ragno ascoltò il messaggio della madre, poi scosse la testa e rispose:

– Sto tessendo questa bellissima stoffa per il mio boubou della festa. Non posso certo fermarmi adesso. Poi non saprei più da che parte ricominciare. Farfalla, vai a dire a mia madre che oggi proprio non ho tempo.

Il messaggero alato riprese il suo cammino e andò a bussare alla porta della tartaruga. Ma qui non ebbe maggiore fortuna. La tartaruga infatti, con aria addirittura infastidita, mandò a dire alla madre:

– No, no. Presto arriveranno le piogge. E prima devo assolutamente finire la costruzione di questa casa. Dove dovrei trovare il tempo? Tanto più che a me piace fare le cose con calma.

A questo punto non restava che l’ape. La farfalla le si avvicinò con un po’ di paura. Temeva l’ennesima reazione negativa. L’ape stava preparando con cura e perizia il pasto della sera ed era tutta indaffarata.

– La tua mamma sta male – bisbigliò la farfalla, svolazzando prudente a mezz’aria.

E l’ape, come ebbe appresa la notizia, si lavò subito le zampette, si tolse il grembiule a strisce gialle e nere, piantò lì il suo lavoro e volò di corsa alla capanna della madre. Restò con lei e se ne prese cura finché la donna, vecchia molto vecchia, non fu completamente guarita.

Quando la madre fu di nuovo in forma, chiamò presso di sé l’ape e le disse commossa:

– Bambina mia, tu mi hai davvero salvato la vita. Sono orgogliosa di avere una figlia come te. D’ora in avanti sono certa che tutto ciò che prenderai tra le mani diventerà la cosa più dolce che ci sia.

Quanto agli altri tre figli erano stati essi stessi a scegliere la loro sorte. Il riccio, ad esempio: dal suo corpo cominciarono a spuntare tante piccole frecce e rimasero piantate lì. Lui le toglieva e loro rispuntavano. Il ragno, da parte sua, fu destinato a tessere di continuo, ma senza riuscire mai a realizzare una bella tela, adatta a confezionare il boubou della festa. Infatti un lavoro, per essere bello, deve essere fatto con amore. E la tartaruga? Anche lei, visto che non era stata in grado di staccarsi per un istante dalla sua occupazione, fu destinata a portare ovunque la casa sulla schiena.

È proprio da quei giorni lontani che il riccio è interamente ricoperto di aculei che sembrano punte di freccia. È da allora che il ragno tesse continuamente senza mai riuscire a confezionare dei bei tessuti e che la tartaruga porta con sé dappertutto la sua casa. L’ape invece, che aveva saputo dare al suo tempo il giusto peso, produce grandi quantità di miele, che è la cosa più dolce che ci sia.

Ora il mio racconto spicca il volo, sfiora i tetti di paglia del villaggio e si perde tra le nuvole.

(Questa favola è stata poi pubblicata nel libro: Paolo Valente, Racconti del vento, ed. San Paolo, Milano 2007)

La cultura orale

Un famoso poeta africano che si chiama Amadou Hampâté Bâ una volta ha detto: “In Africa quando muore un vecchio, è una biblioteca che brucia”.

Per molti secoli nel continente africano, con tutti i suoi popoli, ha predominato quella che si chiama “cultura orale”. Si tratta cioè delle storie, delle parole, delle tradizioni che si trasmettono di padre in figlio. Queste cose a lungo non sono state messe per iscritto ma tramandate, appunto, a memoria in forma orale.

Di questo immenso patrimonio fanno parte anche le favole che stiamo raccontando in queste settimane.

In Africa le parole hanno un significato tutto particolare. “Una sola parola – ha detto uno scrittore del Mali, Ibrahima Ly – può guarire un malato, aiutare a vivere chi aveva perso la speranza”. Possiamo proprio dire che l’anziano, nel parlare, ci aiuta a vivere.

Il cantastorie, in molti paesi dell’Africa, si chiama “griot”. È lui che conserva per le generazioni che si susseguono gli eventi, le acquisizioni, le scoperte, i sentimenti. Spesso le epopee e le leggende cantate dal griot sono vere opere d’arte.

La cultura orale ha bisogno di persone con buona memoria ma anche, e soprattutto, di persone cha abbiano la capacità di ascoltare. Il poeta Amadou Hampâté Bâ ricordava gli insegnamenti del suo maestro Tierno Bokar che un giorno gli disse: “Amadou, la cosa più importante è saper ascoltare. Devi smettere di essere quello che tu sei e dimenticare ciò che sai. Se resti pieno di te stesso e ricolmo del tuo sapere, il tuo prossimo non troverà nessuna apertura per entrare in te. Resterà se stesso e tu quello che sei”.

Il boubou

Il boubou è un vestito che assomiglia ad una tunica. È molto usato nei paesi dell’Africa occidentale ed anche nel Nordafrica.

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