Vita Trentina – 18.2.2007
Il mio racconto corre corre e si ferma nei pressi di un gruppo di capanne dalle pareti decorate con arte. Il villaggio che esse costituivano si trovava in mezzo alla foresta. Poco lontano scorreva placido un fiume dove tutti i bambini andavano a fare il bagno una volta al mese. Quel corso d’acqua, però, era popolato da piccoli spiriti della foresta i quali ne avevano fatto il loro regno. Per recarsi a nuotare i bambini stavano bene attenti a trovare il momento in cui gli spiritelli fossero assenti. Questo accadeva appunto ad ogni luna nuova, quando i folletti, tutti insieme, si radunavano nel bosco attorno al loro capo per programmare scherzi e scherzetti.
Un giorno come tanti altri, i bambini del villaggio avevano raggiunto il fiume, avevano fatto il bagno, si erano divertiti come i pazzi ed ora, prima che gli spiritelli tornassero dal loro raduno mensile, stavano rincasando. Erano a metà del sentiero quando uno di loro, di nome Gansarè, si accorse di avere dimenticato il suo flauto sulla riva. Gansarè, giova dirlo, è proprio un bel nome. Significa “all’ombra del fico” e Dio solo sa quanto sia preziosa l’ombra quando si vive sotto il sole dell’Africa. Il bambino dunque disse ai suoi compagni:
– Proseguite pure per il sentiero, io vado a prendere il mio flauto e poi vi raggiungo.
Gli altri cercarono di dissuaderlo:
– Gansarè, gli spiriti stanno tornando al fiume. Lascia là il tuo flauto o rischi di metterti seriamente nei guai.
Ma Gansarè, pur riconoscendo che i suoi amici avevano ragione, teneva troppo a quello strumento. Decise di farsi coraggio e di ritornare al fiume. Bisognava rischiare. Man mano che si avvicinava, si guardava intorno timoroso. Ogni piccolo rumore lo faceva sobbalzare. Alla fine giunse sulla riva e trovò il flauto proprio là dove lo aveva lasciato. Lo raccolse e se lo strinse al petto. Ma ecco – che sfortuna! – come il piccino si voltò per tornare, trovò il capo degli spiritelli piantato in mezzo al sentiero, le mani ai fianchi, lo sguardo cattivo.
– Che cosa cerchi da queste parti a quest’ora? – gli chiese il capo degli spiriti.
– Ho-ho-ho dimenticato il mio flauto – balbettò Gansarè con le gambe tremanti – e so-so-sono venuto a ce… ce-ce… ce-ce-ce…
– A cececosa? – urlò lo spiritello.
– A ce-ce-cercarlo… – riuscì infine a dire il bambino.
– Bene Gansarè – fece quello. – Ora che hai trovato il tuo flauto, fallo cantare.
Il bambino alzò gli occhi al cielo, respirò profondamente e cominciò a suonare. Il flauto produsse una melodia così soave che tutti gli spiritelli uscirono dai cespugli per ascoltarla e persino il loro capo si commosse. Alla fine, tra l’applauso generale, il re dei folletti disse:
– Bene, Gansarè, torna a casa, e d’ora in poi stai più attento.
Il ragazzino tirò un sospiro di sollievo. L’aveva scampata bella.
Dopo quest’avventura Gansarè tornò subito al villaggio. Là lo aspettavano gli altri bambini ed egli raccontò loro come era riuscito a sfuggire alle mani degli spiriti del fiume i quali, anzi, lo avevano pure applaudito. Per molto tempo ogni sera si parlò di quanto era successo e tutti ora guardavano a Gansarè con rispetto ed ammirazione.
Passarono i giorni e le settimane. Il mese successivo si ripresentò il momento di andare a fare il bagno nel fiume. Ed ecco che uno dei bambini del villaggio, un certo Gariwan, volendo guadagnare anche lui la fama di Gansarè, lasciò appositamente un flauto sulla sponda. Poi, sulla via del ritorno, fermò tutti e disse con aria sconsolata:
– Ho dimenticato il mio flauto al fiume. Aspettate, vado a prenderlo e torno subito da voi.
Non era vero che aveva perso il flauto. L’aveva lasciato lì apposta ed ora aveva messo in scena tutta questa sciocca commedia. Gli altri però lo presero sul serio e, come avevano fatto il mese prima con Gansarè, cercarono di dissuaderlo:
– Gariwan, gli spiriti stanno tornando al fiume. Lascia perdere il tuo flauto o rischi di metterti seriamente nei guai.
Ma Gariwan non volle saperne nulla dei consigli degli altri. Voleva a tutti i costi ripetere l’esperienza di Gansarè e finire per essere ammirato come lui. Andò dunque a riprendersi il flauto. Partì per il sentiero senza alcuna precauzione, portandosi diritto al luogo dove aveva lasciato lo strumento. E lì, come da lui previsto, trovò ad attenderlo il capo degli spiritelli.
– Che cosa cerchi da queste parti a quest’ora? – gli chiese lo spirito.
– Ho dimenticato il mio flauto – disse Gariwan per nulla impressionato – e sono venuto a cercarlo.
– Bene Gariwan – fece quello. – Ora che l’hai trovato, fallo cantare.
Gariwan infilò lo strumento in bocca e cominciò a soffiarci dentro. Ma suonava talmente male che gli spiriti dovettero tapparsi le orecchie per non rabbrividire. Lui continuava con quel frastuono infernale e loro si nascondevano nei cespugli. Alla fine decisero di fuggire e di abbandonare per sempre quel luogo. Ma prima di partire raccolsero anche il fiume e se lo portarono via.
Ecco che cosa succede quando si invidia la sorte degli altri. Per avere di più si perde anche quel poco che si ha. Da allora i bambini del villaggio non possono più fare il bagno nell’acqua, perché il fiume non c’è più. Ogni mese si ritrovano sulla riva disseccata, all’ombra del fico, attorno a Gansarè che suona magnificamente il suo flauto, nella speranza che, un giorno o l’altro, l’acqua possa ritornare.
Il mio racconto se ne va un po’ triste. Ma fra un mese ripasserà da queste parti per sentire anche lui il canto soave del flauto di Gansarè.
(Questa favola è stata poi pubblicata nel libro: Paolo Valente, Racconti del vento, ed. San Paolo, Milano 2007)

L’acqua e i pozzi
In molti paesi dell’Africa l’acqua è un bene più prezioso dell’oro. E’ proprio la mancanza di acqua che provoca la maggior parte di guai: la malnutrizione, le malattie, la miseria. Senza acqua non si può coltivare la terra. Senza acqua non ci si può lavare tenendo lontane le malattie. Senza acqua l’organismo umano non sopravvive. In alcune zone piove per tre o quattro mesi e poi basta. Durante la stagione secca non si vede più neanche una goccia. Allora è necessario predisporre dei serbatoi. Ma la cosa migliore sono i pozzi. L’acqua, spesso, scorre a poche decine di metri nel sottosuolo. La maggior parte di villaggi non ha i mezzi economici per scavare un pozzo. Dare un contributo per lo scavo di un pozzo significa assicurare la vita a decine, spesso a centinaia di persone.