Vita Trentina – 4.2.2007
Il mio racconto vola e vola, si gira e torna indietro negli anni, fino al tempo in cui il leone, la iena, la vipera e la vespa erano compagni ed amici. Il Creatore di tutte le cose li aveva appena collocati tra la foresta e la savana, ed ora si chiedeva a chi, fra i quattro, avrebbe potuto affidare la responsabilità del gruppo. Dopo lunga riflessione arrivò alla conclusione che era la vespa, tra di loro, l’essere dotato di maggiore equilibrio e dunque decise così: l’insetto sarebbe stato il capo della piccola compagnia.
Ma ecco che gli altri tre, il leone, la iena e la vipera, non erano affatto d’accordo. Si sentivano sminuiti nel loro orgoglio e non vollero accettare quella decisione considerandola ingiusta e non rispettosa della loro dignità. Si arrabbiarono davvero molto e alla fine, presi da una collera incontenibile, come segno di ribellione e protesta andarono a costituire un villaggio tutto per loro. Un villaggio distante dal Creatore di tutte le cose e lontano pure dalla vespa la quale, dal canto suo, volò a cercarsi altri compagni meno irascibili.
Il Creatore stesso non disse nulla e li fece fare. D’altra parte nessuno di loro, arrabbiati com’erano, aveva più chiesto il suo parere.
Il nuovo villaggio del leone, della iena e della vipera non era altro che un cumulo di ruderi. E loro gironzolavano attorno a queste rovine brontolando di continuo. Ce l’avevano oggi con questo, il giorno dopo con quello e si lamentavano l’uno con l’altro. Una mattina – tanto per cambiare argomento – i tre compagni si misero a parlare tra loro proprio delle cose capaci di farli arrabbiare di più.
– Cos’è che davvero non riesci a sopportare? – chiesero al leone la iena e la vipera.
– Sapete che cosa mi fa andare… in bestia? – fece il leone.
– No, che cosa?
– Che mi si guardi, che si punti lo sguardo verso di me…
– Eh, sì, brutta cosa… E tu, iena – dissero gli altri due – dicci che cosa detesti più di tutto.
– Non sopporto assolutamente sentire sgranocchiare qualcosa vicino alle mie orecchie. Quando sento questo rumore infernale – croc-croc – allora non ci vedo più dalla rabbia.
– Effettivamente… – fecero i due amici.
– E tu, vipera? – chiesero infine la iena ed il leone.
– Io detesto che qualcuno mi calpesti. E’ una cosa che mi fa incavolare da pazzi.
– Ti capiamo, ti capiamo – conclusero in coro leone e iena.
Passarono molte lune. Ogni giorno i tre compagni brontoloni e collerici si lamentavano di qualcosa e poi aspettavano imbronciati che arrivasse la sera. E si arrabbiavano se il sole tardava a tramontare. Ogni tanto la vespa, che non portava alcun rancore, passava a salutare gli amici che l’avevano abbandonata sorvolando quella specie di villaggio. Quelli reagivano con grande meraviglia e avevano un motivo in più per riprendere a brontolare.
Le stagioni si susseguirono e presto venne quel giorno in cui tutto sarebbe andato a finire male. Successe che il leone catturò un’antilope. Condusse la carcassa nella sua tana che si trovava di fronte a quella della iena. Il felino cominciò a divorare la sua preda ed era tutto concentrato nel mangiare. La iena, che di giorno non caccia mai, dormiva di un sonno profondo. Di colpo fu risvegliata dallo scrocchiare delle ossa dell’antilope.
– Croc-croc – è il suono che usciva nitido dalla tana del leone. La iena andò su tutte le furie. Qualsiasi cosa che scrocchia vicino alle sue orecchie la fa arrabbiare. Si alzò e andò a guardare dall’altra parte. Arrivata sulla soglia della tana, restò a fissare il leone ingrugnita. E non si muoveva di là. Il leone, da parte sua, detesta essere osservato. Non sopporta che gli si puntino gli occhi addosso. Bastarono pochi istanti. Fece cadere i poveri resti dell’antilope e si gettò sulla iena. I due ingaggiarono una lotta paurosa. Impossibile ricondurli alla ragione.
La vipera fu attratta da quel baccano ed uscì dal suo buco per vedere che cosa stesse accadendo. Finì così tra i due lottatori, i quali, senza accorgersene, le schiacciarono la coda. Ma questa è una cosa che la vipera davvero non sopporta. Niente la fa arrabbiare di più di qualcuno che la calpesti. Allora reagì molto male e, invelenita più che mai, prese a morsi il leone e la iena. La lotta fu senza tregua e si può immaginare come andò a finire. Le conseguenze della battaglia furono fatali per tutti e tre. E nella furia pure del villaggio non rimase nulla, nemmeno i ruderi.
Come si vede, dunque, hanno ragione i nostri anziani: con la rabbia non si costruisce mai niente, si distrugge soltanto.
Il mio racconto finisce qui, spicca il volo e si porta al riparo. Sta arrivando la stagione delle piogge.
(Questa favola è stata poi pubblicata nel libro: Paolo Valente, Racconti del vento, ed. San Paolo, Milano 2007)

Il popolo bariba
I bariba, o baatombu sono uno dei principali gruppi etnici del Benin. Sono loro che raccontano questa favola. Il popolo bariba è arrivato in Benin alcuni secoli fa dalla Nigeria guidato dal capo Sunon Séro. Era un popolo di fieri guerrieri a cavallo. Prima si scontrarono e infine si accordarono con le popolazioni autoctone le quali continuarono ad esercitare la loro autorità come “capi della terra”. Il re bariba più importante risiede a Nikki dove organizza ogni anno una grande festa in onore degli antenati denominata “Gani”.
Il contadino bariba si reca normalmente da solo nel campo. Lontano dal villaggio, a mezzogiorno accende il fuoco e si prepara il pasto. Spesso si tratta semplicemente di igname grillée, un grosso tubero fatto alla brace. Il contadino non cucina mai una porzione soltanto. Ne prepara sempre più del necessario. Sa che potrebbe passare qualcuno e che, a quell’ora del giorno, potrebbe avere fame. Se non si presenterà nessuno deporrà il cibo avanzato su di un letto di foglie verdi, a lato del sentiero. Chi si troverà a passare in quel luogo avrà di che sfamarsi.