Presbyteri – 1.2007
Dio è Comunicazione
Partiamo da due presupposti. Il primo: il “vangelo” è essenzialmente una “buona notizia”. La stessa parola “vangelo”, come è noto, deriva da un’espressione greca che significa appunto “lieto annuncio”, “buona notizia”. Ritorneremo presto sull’argomento.
Il secondo presupposto è che Dio, nello sforzo, per così dire, della sua massima comunicazione con l’uomo, ovvero al momento dell’Incarnazione, agisce inviando nel mondo il Figlio, il quale così diventa esso stesso un fondamentale elemento di comunicazione. Giovanni, nell’introdurre il suo “vangelo”, lo definisce addirittura “il Verbo”. Cioè la Parola. Dio non solo è un Dio che comunica ma è, potremmo dire, la Comunicazione (così come è la Via, la Verità, la Vita).
Scopriamo subito, con Giovanni, che la Comunicazione è inscindibile da quell’Amore originario che porta Dio a creare tutte le cose e ad amarle. La Creazione – assieme all’Incarnazione – è il momento più alto della comunicazione di Dio con l’uomo e con tutto – appunto – il Creato. Addirittura, continuando nella lettura di Giovanni, la Parola sembra identificarsi con l’Amore: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. L’Amore-Parola è il protagonista della Creazione: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”.
Tragico paradosso
Giovanni non racconta solo di Dio che comunica. Egli narra pure, proprio nell’introdurre il suo “vangelo”, dell’incomunicabilità che in realtà caratterizza spesso i rapporti tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e gli altri uomini. È l’aspetto drammatico della comunicazione di Dio: l’incomunicabilità è figlia della libertà umana; la libertà umana è una conseguenza necessaria dell’amore; è l’amore che spinge Dio a comunicare e – al tempo stesso – a rischiare l’incomunicabilità, la comunicazione imperfetta, il parlare “al vento”, il “gridare nel deserto”. Leggiamo infatti che nella Parola “era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Apprendiamo però che la luce (la “buona notizia”?) “splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”. Ecco qui il lato tragico della comunicazione di Dio. Tanto più tragico in quanto la creatura non riconosce la voce del suo stesso Creatore. Come se il bimbo non rispondesse più al richiamo della madre. “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”.
C’è qui dunque – come ci insegna l’autore del quarto vangelo – non solo una sovrapposizione tra Dio che comunica e la Parola, ma anche della Parola con la “buona notizia”. In definitiva, ed in senso lato, la “buona notizia” è Dio stesso, la “buona notizia” è il Figlio, il Dio fatto carne.
Ciò che ora mi interessa sottolineare è che questa Parola (che è Dio, che è la “buona notizia”) in realtà – pur essendo Dio, pur essendo una “buona notizia” – non viene riconosciuta né accolta dall’umanità. È, lo ripeto, un tragico paradosso. Esso comunque ci offre anche la misura per valutare l’effettivo successo della nostra comunicazione di cristiani. Sembra quasi, in altri termini, che la comunicazione di cui è protagonista Dio e di cui il cristiano si sente depositario non debba necessariamente essere coronata di successo. Almeno non di un successo immediato. Dio, in un certo senso, non si aspetta neppure, e dunque non lo pretende, di essere compreso e riconosciuto.
Essa – la comunicazione, la buona notizia – non è annunciata avendo in mente il “successo mediatico”, quanto piuttosto nello stile esemplificato dalla parabola del seminatore (Mc 4,2-9). Gesù racconta di un seminatore uscito a seminare. Questo agricoltore agisce invero in modo molto strano. Non butta i semi solo sulla terra buona (dove essi sarebbero destinati a crescere e a rendere il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno). Li getta invece anche lungo la strada, fra i sassi e fra le spine. La spiegazione che segue nel testo (e che, secondo gli studiosi, è successiva alla parabola) è riferita a chi accoglie la Parola e all’atteggiamento che è giusto tenere per dare frutto. Ma nella parabola in sé Gesù, in primo luogo, ci parla di come la buona notizia vada annunciata, non di come essa vada accolta. Gesù insegna come si semina. Ovvero in modo totalmente gratuito. Senza aver fatto i conti con ciò che la semina renderà. Senza aver deciso a priori ciò che è veramente terreno buono, strada, pietraia o roveto.
In altri termini: il cristiano che semina (che annuncia la Parola) si concentri sull’atto della semina e non si consideri sconfitto se il seme cade lontano dalla terra buona. Di più: la sconfitta, il fallimento in un certo senso fanno parte della missione dell’annunciatore. Torniamo all’evangelista Giovanni che così riferisce le parole di Gesù (15,18.20): “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”. “Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra”.
Una strana notizia
Detto questo, è proprio vero che la “buona notizia” non fa notizia?
Facciamo un piccolo passo indietro. Che cosa significa davvero notizia? Vuol dire normalmente una “cosa nuova”, una “novità”. “Nuova” e “novella” sono sinonimo di “notizia”. Ricevere una notizia consiste nell’apprendere qualcosa di atteso o inatteso, ma che comunque ci risulta nuovo. Quelle che leggiamo sul giornale di ieri, non sono più considerate notizie. Lo erano ieri, oggi non più. Di quei fatti non sentiremo più parlare al notiziario. Gli avvenimenti più importanti li ritroveremo forse dopo qualche decennio nei libri di storia, ma nessuno dirà mai che si tratta di notizie. Le notizie o sono fresche o non sono tali.
I tecnici del giornalismo sostengono poi che non tutti gli eventi si trasformano in notizia. Alcune cose “fanno notizia”, altre no. Fanno notizia gli avvenimenti che possono riguardare direttamente o indirettamente la vita degli ascoltatori di una radio, dei lettori di un quotidiano, degli spettatori di un telegiornale. Oppure quegli eventi che ne stimolano la curiosità. Per fare notizia non occorre che un fatto sia importante in sé: è necessario che esso possa attirare su di sé l’attenzione delle persone, di più persone possibile. Così avviene che se il principe e la principessa hanno un litigio, di ciò si parla al telegiornale, mentre se mille altre coppie vanno d’amore e d’accordo, questo non interessa a nessuno (dal punto di vista mediatico). Eppure che cosa è più importante?
A questo punto allora proviamo a chiederci perché, dopo duemila anni, ci si ostina a chiamare “notizia” il contenuto del Vangelo? Se non fa notizia ciò che è successo ieri, come può fare notizia ciò che risale a venti secoli fa?
Non solo: le cose narrate dai redattori del Vangelo hanno come protagonisti personaggi qualunque. I re e i potenti sono quasi sempre solo delle “comparse” o delle caricature. Ed in più queste cose sono state scritte per popoli che parlavano lingue diverse, che sono lontani da noi nella geografia, nella storia e nella cultura.
Il Vangelo sembra lontano da noi nel tempo e nello spazio. Eppure, se ci si guarda intorno, si potrà sperimentare un fatto straordinario: il Vangelo è l’unica notizia che continua a “fare notizia”, nonostante tutto.
Le parole non bastano
Vangelo significa “buona notizia”, abbiamo detto. Dio che si fa uomo è la “buona notizia”, è il Verbo, la Parola. Tuttavia bisogna intendersi. Nel linguaggio biblico, nella sensibilità di chi ha scritto quelle pagine per “parola” non s’intende solo un qualcosa di intellettuale che prende forma sonora. La “parola” non riguarda solo la teoria, ma è anche azione. In particolare una parola pronunciata da Dio è al tempo stesso un fatto, un atto efficace. Ha delle conseguenze concrete. A maggior ragione questo vale per il Verbo così come ce lo presenta l’evangelista Giovanni. Il Verbo è una Parola che non comunica solo attraverso le parole, ma soprattutto attraverso i “segni”, i fatti, la vita. Non per niente il Verbo, la Parola, dirà di sé: io sono la Vita.
La “buona notizia” è dunque una notizia molto particolare per comprendere la quale non sono affatto sufficienti le parole. Nemmeno le parole della Scrittura. Ne sanno qualcosa i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35). La loro storia è nota. È il giorno di Pasqua (cioè il giorno per eccellenza della “buona notizia”). I due sono in cammino per un villaggio di nome Emmaus, poco distante da Gerusalemme. I nostri amici sono abbattuti e delusi a causa di una “brutta notizia”. Sono depressi. Tutto il loro mondo pare crollato come un castello di carte.
Mentre camminano si affianca a loro una persona cui essi confidano il loro dolore. Si tratta di Gesù stesso il quale, cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiega loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Risultato: niente, non hanno capito né lo hanno riconosciuto. A dire la verità la spiegazione della Scrittura non rimane per loro senza alcun effetto. Più tardi essi ricorderanno: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”
Il cuore arde loro nel petto, ma essi non riconoscono ancora la buona notizia. Che cosa fa loro aprire gli occhi? Non le parole da sole, ma le parole che si trasformano in fatti, in vita. Quando è a tavola con loro, quell’uomo prende il pane, dice la benedizione, lo spezza e lo dà loro. Allora e solo allora si aprono loro gli occhi e lo riconoscono. La Parola incarnata, di cui parla Giovanni all’inizio del suo vangelo, comunica per intero il suo messaggio solo nel momento in cui Gesù offre la sua vita, ovvero nel momento del massimo amore. Il segno dello spezzare il pane rappresenta il dono di se stessi, il condividere ogni cosa, il darsi per gli altri. È l’amore autentico e incondizionato. Ebbene, solo nell’atto di amore dello spezzare il pane ai due di Emmaus si aprono gli occhi e la buona notizia arriva a destinazione. La capiscono talmente bene, i due, che ora non c’è più nemmeno bisogno della presenza fisica di Gesù il quale scompare dalla loro vista. Ed essi, senza esitare nemmeno un istante, riprendono il cammino, tornano sui propri passi e vanno – da testimoni – a comunicare la buona notizia agli altri uomini.
Il racconto dei discepoli di Emmaus insegna che per cogliere la buona notizia è certamente opportuno partire dalla Scrittura. Ma per capirla e comunicarla fino in fondo sono necessarie altre due cose: farsi accompagnare nel cammino da Gesù e dagli altri uomini; mettere la propria vita a disposizione degli altri (spezzare il proprio pane). Altrimenti succede come a Cleopa e al suo compagno: essi conoscevano a menadito la Scrittura, ma non avevano colto la buona notizia.
Potremmo concludere dicendo che ogni volta che una persona spezza il suo pane rende attuale la buona notizia. Sarà questo il motivo per il quale questa buona notizia continua imperterrita a “fare notizia” anche dopo duemila anni?
Il piccolo grande miracolo della condivisione
Quello dello spezzare il pane è un “miracolo”, un “segno” che ha una caratteristica fondamentale: è alla portata di tutti. Non bisogna essere, per così dire, dei santi per compierlo. Meglio: il “segno” chiarisce che la santità va vissuta nel quotidiano. E che non serve nemmeno essere cristiani per spezzare il pane. Si tratta di un atto che appartiene alla vocazione dell’uomo e che troviamo pertanto in tutte le culture e le tradizioni.
Mi è capitato, nel corso di uno dei miei viaggi in Africa, di ascoltare un racconto ambientato sulle rive del lago Nokoué[1]. Lo riporto integralmente, ne vale la pena:
Laggiù, in un villaggio, viveva una piccola bambina di nome Senan[2]. Abitava con la madre, il padre ed un fratello. La sua famiglia viveva di pesca e anche lei, la piccola Senan, faceva come tutti la sua parte, aiutando la mamma nei lavori di casa. Era una bambina piccola ma coraggiosa e perciò i genitori le affidavano anche qualcuno di quei piccoli mestieri che richiedono di allontanarsi dalla capanna e di andare da soli fino alla sponda del lago.
Un bel giorno Senan, come faceva di solito, si incamminò verso la riva con un cesto sul capo per andare a lavare la biancheria. Strada facendo passò sotto una pianta di papaia sulla quale cresceva un grosso frutto, ormai bello maturo. Sarebbe potuto cadere a terra da un momento all’altro. La bimba si arrampicò per il tronco, colse la papaia e la prese con sé, dicendo:
– Tra poco mangerò questa papaia, non appena avrò finito di lavare la biancheria.
Infatti l’avrebbe gustata volentieri, la papaia matura. Ma poi pensò alla mamma che l’attendeva a casa e volle farle una bella sorpresa.
– Terrò la papaia da parte – disse tra sé – e poi la regalerò alla mamma. Sarà certamente molto contenta”.
Fu così che, finito il lavoro, Senan si fece sulla via di casa. Arrivata alla capanna corse incontro alla mamma e l’abbracciò.
– Guarda che cosa ti ho portato: una bella papaia!
La mamma ringraziò di cuore Senan. La papaia era davvero molto bella. La donna l’avrebbe mangiata anche subito, ma il suo pensiero andò a suo figlio Awanou[3], che era partito la mattina presto per andare a pescare. Perciò decise di mettere da parte il frutto e quando il figlio tornò dal lavoro, glielo offrì in dono.
– Grazie, madre – disse Awanou apprezzando molto quel regalo. Fu tentato di addentare subito la papaia, ma poi gli venne in mente che il padre era uscito di casa con la piroga ed era andato all’akadja[4], a sistemare e a sorvegliare le trappole per la cattura dei pesci. Un lavoro durante il quale l’umidità ti avvolge ed il sole ti arrostisce.
“Aspetterò che nostro padre ritorni”, disse tra sé Awanou, “e poi darò a lui la papaia”.
Il padre, era ormai sera, tornò a casa stanco. Awanou gli andò incontro e, dopo avergli dato il bentornato, gli consegnò il frutto che aveva messo da parte per lui.
L’uomo, sedendosi sulla stuoia, ringraziò di cuore. Guardò la papaia. Era bella, grande, matura. Chissà che gustosa! Ma egli si trattenne dall’addentarla perché subito pensò alla sua figlioletta. La chiamò e le disse: – Senan, piccola mia, voglio farti un bel regalo. Tieni, questa papaia è per te.
La bambina sorrise e non disse niente. Tagliò il frutto in quattro parti, e tutti insieme, mamma, papà, Awanou e Senan, mangiarono la papaia. Mangiata insieme la papaia è mille volte più buona. Il mio racconto vorrebbe fermarsi là anche lui, sedersi sulla stuoia e partecipare alla festa. Ma è tardi, deve andare. Il mio racconto non è ancora stanco di correre. Spicca il volo e torna tra le nuvole[5].
Questa favola, inutile dirlo, è di una semplicità disarmante. Proviene da una tradizione che senza problemi potremmo definire “non cristiana”, poiché in quelle zone prevalgono le cosiddette religioni tradizionali. Il suo messaggio è davvero universale e non si differenzia di molto da quello contenuto nella “buona notizia” dello spezzare il pane.
La papaia, che inizialmente è una, alla fine del suo passare di mano in mano è riuscita, in un certo senso, a quadruplicare la portata del suo messaggio.
La divisione dei pani
Come per i discepoli di Emmaus lo “spezzare il pane”, così il messaggio semplice e diretto che traspare dalla favola di Senan vale più di tante parole ed è “buona notizia”. Questa “parabola africana”, benché giunga da una tradizione lontana, aiuta ad interpretare in una chiave diversa dal solito anche il racconto evangelico noto come la “moltiplicazione dei pani” (cfr. Mc 6,34-44).
Al termine del notissimo episodio Gesù, presi i cinque pani e i due pesci, leva gli occhi al cielo, pronunzia la benedizione, spezza i pani e li dà ai discepoli perché li distribuiscano; e divide i due pesci fra tutti. Tutti mangiano e si sfamano. Portano via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci.

Nell’avvicinarci a questo episodio molto conosciuto rischiamo di rimanere fermi alle apparenze. Non si tratta solo di un atto prodigioso, ma quasi di una metafora del rapporto tra Dio e l’uomo e degli uomini tra di loro.
I protagonisti della vicenda sono innanzitutto Gesù che compie il “segno”; poi i discepoli, invitati da Gesù a “dare loro da mangiare”; infine la folla che segue Gesù e che da lui è sfamata. Tutto avviene in un “luogo solitario”. Lontano cioè dai clamori della città, dal pubblico che applaude. Diremmo oggi: lontano dai riflettori e dalle telecamere.
C’è un altro “luogo”: è quello dei gruppetti di cento e cinquanta persone che si formano. All’interno di queste piccole comunità ognuno viene sfamato e ne avanza. È nella comunità e dopo la benedizione che avviene il “miracolo”. È facile vedere in questo racconto l’immagine dell’eucaristia. È lo stesso schema che seguiamo ancora oggi nella celebrazione della messa: ci si raccoglie in disparte, si ascolta la Parola, si divide il pane tra tutti i presenti, per poi riprendere il cammino.
Il racconto è noto come la “moltiplicazione” dei pani e dei pesci. Ma quando mai si parla nel testo di moltiplicare? Si tratta piuttosto di una “divisione”: “Spezzò i pani e li diede ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti”.
Ciò significa certamente che lo stile nella vita della comunità è la condivisione. Il miracolo non consiste nel creare dal nulla qualcosa che non c’è, quando piuttosto nel dividere tra tutti ciò che si ha. Ecco dunque un miracolo… alla portata di tutti.
Ed è un segno talmente chiaro ed universale che, benché, come si è detto, sia stato compiuto lontano dai riflettori, oggi ancora, duemila anni dopo, continua a “fare notizia”.
La conclusione che traiamo da quanto detto finora è che l’efficacia della “buona notizia” non va valutata dal suo successo mediatico o dall’accoglienza da parte di un numero quanto più grande di persone. La verità e la bontà della buona notizia non si misurano con l’applausometro né con l’auditel. La buona notizia è tale quando essa esprime valori e verità universali (o è espressa da essi), quando essa è annunciata restando fedeli e coerenti a questi valori, quando le parole sanno essere anche atti concreti (d’amore). Allora e solo allora la tragedia dell’incomunicabilità può (sia pure nei tempi che non conosciamo) trasformarsi nel “miracolo” della comunicazione.
Voce nel deserto
Ci sono altre immagini che illustrano bene il paradosso e lo stile comunicativo della “buona notizia”. La prima è rappresentata niente meno che dalla croce. Ci abbiamo mai pensato? Che “buona notizia” può mai essere una croce ovvero un patibolo? Che cosa c’è di “buono” in un uomo che muore con ignominia inchiodato a due pezzi di legno? Di più: si è detto fin dall’inizio che Dio incarnato è Verbo, è Parola, è Comunicazione, è buona notizia. Che cosa vediamo invece sulla croce? Apparentemente null’altro che quella Parola ridotta violentemente al silenzio. La Parola costretta al silenzio, la sconfitta della Comunicazione… eppure la croce diventa – altro paradosso – il simbolo più eloquente, efficace, sempre attuale del messaggio cristiano. A maggior ragione – sia detto per inciso – ne vanno condannate le strumentalizzazioni. Chi impugna la croce come un’arma trasforma questo simbolo silenzioso a nonviolento in ciò che non è, nel suo contrario. Lo riporta, per usare il linguaggio giovanneo, “nelle tenebre”.
L’altra immagine con cui mi piace concludere è quella di Giovanni il Battista che grida nel deserto (Giovanni 3,1-18). L’ultimo dei profeti, citando a suo modo Isaia, sembra proprio definire se stesso come la “voce di uno che grida nel deserto”.
Ora, è vero che il deserto è il luogo del silenzio, della meditazione, dell’incontro con Dio. Ma è anche il luogo in cui la comunicazione è destinata fin dapprincipio ad essere inefficace. Non c’è nessuno che ascolta. Ogni parola cade nel vuoto. Nessuno che applaude. Eppure è in questo contesto assurdo, sul piano della comunicazione, che Giovanni intende gridare: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” Sembra dunque essere proprio il “deserto” il posto in cui è destinata a risuonare la “buona notizia”[6]. Eccola là ancora una volta, la “buona notizia”, lontana dai riflettori.
E ancora: è significativo il fatto che la gente che lo ascolta non chieda a Giovanni “che cosa dobbiamo dire?” ma “che cosa dobbiamo fare?”. E che la risposta di Giovanni sia una volta di più un esplicito invito alla condivisione: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Come nel caso della papaia condivisa sulle rive del lago Nokoué, come nel caso dei pani e dei pesci “divisi” tra i presenti in un “luogo solitario”…
Il messaggio di Giovanni non è affatto un messaggio comodo. A tratti è persino aggressivo (“Razza di vipere…”). Non per nulla anche lui farà una brutta fine. Come il Verbo: del resto era venuto a preparargli la strada e perciò a condividerne la sorte. Tuttavia queste parole dure del Battista – aspre, esigenti –, tutte queste cose sono definite da Giovanni, l’evangelista, non già come una amara medicina, ma come una “buona notizia”. Leggiamo infatti che “con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella”. Altro apparente paradosso.
Bisogna, per concludere, che ogni annunciatore della “buona notizia” sappia fin dall’inizio che il suo non sarà un compito gratificante. Non, almeno, se misurerà l’efficacia del suo operato in base alle categorie normalmente applicate ai mezzi di comunicazione di massa. In verità, guardando all’esempio di colui che è egli stesso Verbo, Parola, si può seriamente dubitare che il luogo privilegiato della “buona notizia” debbano essere i mezzi di comunicazione di massa. Gli stessi quattro vangeli sono espressione di una precedente esperienza e della vita comunitaria. Non sono mai il messaggio di un singolo comunicatore.
Annunciare la “buona notizia”, ovvero “evangelizzare”. Ricordiamo tutti gli orientamenti pastorali della Chiesa italiana per gli anni ’90 intitolati “Evangelizzazione e testimonianza della Carità”. Ebbene, mons. Giovanni Nervo, in una delle tante presentazioni, ne spiegò in questo modo lo spirito: sarebbe bastato sostituire la “e” con un “è”. “Evangelizzazione è testimonianza della Carità”. Ovvero: la testimonianza dell’amore per i fratelli è di per sé un modo (diremmo: il modo più efficace) per annunciare la “buona notizia”. Non è forse questo il metodo comunicativo scelto da Dio stesso?
Non ci sarà dunque alcuna autentica comunicazione se chi comunica non saprà farsi egli stesso “buona notizia”. La “buona notizia” non è affare per “grandi comunicatori”. Essa, in definitiva, può essere annunciata in modo autentico solo nella vita di ogni giorno, con la vita di ogni giorno, condividendo, ogni giorno, la propria vita.
[1] Il lago Nokoué si trova nel sud del Benin (Africa occidentale). Sulle sue sponde sorgono diversi villaggi di pescatori. Quello più famoso è il villaggio di Ganvié, costituito tutto di capanne costruite sulle palafitte.
[2] Il nome “Senan” significa: “il Signore ha dato”.
[3] Questo nome significa “grazie”.
[4] Il sistema tradizionale di pesca sul lago Nokoué si chiama “akadja”. Essendo il fondale poco profondo, i pescatori vi costruiscono dei canali e dei recinti di rami all’interno dei quali allevano ed infine catturano i pesci.
[5] La favola è stata da poco pubblicata nel libro: P. Valente, La papaia di Senan, ed. EMI, Bologna 2006.
[6] Ancora più evidente in Isaia (40,3-5), dove si dice: “Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio”. Non è solo la voce che grida nel deserto ma è Dio che viene nel deserto.